Sì, insomma, del fatto che, come ci si lamenta spesso e con ben solide motivazioni, si pubblicano troppi libri. Certo è un problema, questo, legato anche alla scarsa quantità di lettori di cui purtroppo il nostro paese può “fregiarsi”; di contro, non sono i volumi di vendita effettivi a poter giustificare la sovrapproduzione di titoli e la conseguente proliferazione di autori – senza contare poi che c’è pure il self-publishing, ora, che sta un po’ all’editoria come il classico elefante nella cristalleria, per di più bendato.
In ogni caso: volete un metodo assolutamente efficace per risolvere questo problema, ovvero per togliere di mezzo una gran fetta di autori i cui fini editoriali non sono esattamente affini a ciò che, in senso autenticamente culturale, presupporrebbe il lavoro letterario? Bene: che si pubblichino i libri senza i nomi degli autori sulla copertina.
Semplice, no?
Sia chiaro: l’idea non è affatto mia, è di Patrik Ouředník – e devo ringraziare Paolo Nori per avermela indirettamente fatta conoscere. Libri senza il nome dell’autore ma solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca.
Beh, trovo l’idea di Ouředník sublime, anche perché risolverebbe pure un’altra (a mio parere) stortura piuttosto evidente e illogica che il panorama letterario contemporaneo presenta, e che vado segnalando da tempo (ad esempio qui – articolo di quasi tre anni fa): il fatto che molto spesso il grande pubblico conosca certi celebrati scrittori ma non sappia citare un solo titolo dei loro libri. Cosa insensata, visto che il protagonista (e la fonte di sussistenza, a ben vedere) del lavoro di uno scrittore dovrebbe essere il libro da lui scritto, non egli stesso! E siccome ho spesso la (caustica) impressione che molti autori – nuovi, emergenti ma pure affermati – scrivano non tanto per offrire ai potenziali lettori qualcosa di letterariamente interessante ma per mettersi (essi) in bella mostra e potersi fregiare dell’ambito e ancora oggi assai roboante e autocelebrativo titolo (!) di “scrittore”, ecco che l’idea di Ouředník mi appare come un vero colpo di genio e di scopa a tutto ciò. Voglio dire: non che quanto sopra, se manifestato in modi ragionevoli, sia un’infamia assoluta – è ovviamente normale e giusto che l’autore di qualcosa di apprezzabile e apprezzato si guadagni la sua buona parte di apprezzamento nonché di tornaconto! – ma in certi casi si va certamente e palesemente oltre. Per via del degrado commercial-consumistico che pure l’ambito letterario ed editoriale sta subendo ovvero per il relativo degrado del gusto pubblico diffuso, per l’influenza dei mass media o per quant’altro, ma tant’è: la realtà è oggettiva, ben facilmente verificabile e, in fondo, correlata pure a ciò che diceva mezzo secolo fa Leo Longanesi, cioè che «Non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.» Ecco: dire qualcosa, non mostrare qualcosa – o qualcuno.
Insomma: a prescindere dalla mia vis polemica e parecchio sarcastica, vorrei soprattutto tornare a mettere in evidenza come sia il libro il fulcro sostanziale e insostituibile attorno a cui deve ruotare l’intera produzione letteraria, con la relativa industria editoriale e ogni altra cosa conseguente. Certo, l’autore è fondamentale, ma mai lo può essere più del suo libro, ovvero più del valore e della qualità letteraria – nonché culturale, inevitabilmente – di esso. Sono i buoni libri che possono far proliferare (o possono salvaguardare, dipende da che parte si osservi la questione) la letteratura, non certo gli autori-superstar. I quali ben vengano, assolutamente sì, ma dei quali il grande pubblico prima legga i libri. Altrimenti il tutto diventa una pantomima abbastanza insensata e ridicola, a mio modo di vedere.
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L’artista non deve mai diventare un’opera d’arte! (Cattelan/Bonami dixit)
Il rischio più grosso, per tutti ma in particolare per un artista, è finire col diventare un’opera d’arte, diventare quello che uno fa e non quello che uno vorrebbe essere. Quando le idee diventano più deboli di chi le ha pensate, si accende una luce rossa. Il livello di allerta è massimo. Bisogna evacuare la zona, bisogna abbandonare la nave. Bisogna uscire dalla bottiglia prima che ci rimettano il tappo.
(Maurizio Cattelan (Francesco Bonami), Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011, pag.117.)
In fondo Cattelan – o Bonami che del suo io narrante s’è appropriato, nel testo da cui è tratta la citazione e che ho recensito qui – sostiene esattamente (con riferimento all’ambito artistico) quanto io vado dicendo da tempo riferendomi all’ambito letterario, ad esempio in questo articolo pubblicato qui sul blog un paio d’anni fa. Ovvero, il fatto che ci siano in circolazione molti scrittori “famosi” che hanno scritto libri i cui titoli solo chi ha letto sa citare: ciò che io ritengo una stortura insensata. Fatevi dire da qualcuno qualche nome di scrittore famoso, appunto, e troverete tanti capaci di citarne a bizzeffe; chiedete poi di citarvi qualche titolo di opere da quegli scrittori famosi pubblicate e, ci scommetto, faticherete a trovarne un paio capaci di ciò – escludendo ovviamente i lettori forti, peraltro a loro volta merce rara.
Ciò non ha senso, ne sono convinto. Deve restare il libro e possibilmente la sua bontà letteraria, nella mente della gente, non il nome di chi l’ha scritto – se non per mera conoscenza nozionistica. Altrimenti, la letteratura in quanto disciplina artistica, con evidenti rilevanze sociale e culturali in genere, perde buona parte del suo senso.
“I libri han questo di bello, che non muoiono mai.” (Daniele Benati e Paolo Nori dixit)
I libri si considerano troppo spesso come una semplice merce di consumo ma certi libri hanno fatto una fatica boia per stare al mondo finendo magari nel dimenticatoio per decenni dove però non sono mai morti del tutto perché certi libri hanno questo di bello, che non muoiono mai.
(Daniele Benati, Paolo Nori, Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente (Laterza, 2008, collana “Contromano”, pag.79)
A volte mi ritrovo con qualcuno a parlare di qualche mia opera edita anni fa, e io ovviamente ne parlo come se l’avessi scritta ieri (anche se, in verità, la riscriverei dall’inizio alla fine – ma questo potrebbe valere pure per il testo che state leggendo), di contro molti tendono a osservarmi «Ah, ok, ma è un libro vecchio. Quali sono quelli più nuovi?» come se, appunto, i libri fossero cose dotate di una data di scadenza – eccezion fatta per i grandi classici. E io, puntualmente, nel rispondere in pratica sostengo quanto anche Benati e Nori sostengono: un buon libro (non che i miei siano tali, non sarò certo io a dirlo, qui dico in generale) è sempre vivo come il primo giorno in cui è stato pubblicato, e non avrà mai, e ribadisco mai, scadenza. Perché non hanno mai scadenza le belle parole, le storie intelligenti e coinvolgenti, le idee da esse generate, la visione del mondo e della realtà che ci rivelano. Che magari, in quel libro finito dopo pochi mesi – o settimane! – negli scatoloni dei resi per colpa del sempre più forsennato e suicida ritmo di uscita dei nuovi titoli imposto dai grossi gruppi editoriali (i quali poi non ci pensano due volte a sbattere nell’angolo più buio e sporco del magazzino il libro di un autore non ancora celebre per far spazio all’ennesima boiata in carta e inchiostro sulle ricette della tizia che chissà perché scrive libri di ricette visto che non ha nessuna qualifica professionale sul tema, o sulla vita di questa o quell’altra soubrette inevitabilmente intrisa di “rivelazioni piccanti”) – dicevo, in quel libro del nuovo autore dimenticato tra la polvere c’è l’opera letteraria più rivoluzionaria mai scritta. Ma non lo sapremo mai.
D’altronde, ugualmente non sanno, quei grossi gruppi editoriali e distributivi che così hanno corrotto e mercificato il mercato editoriale nostrano, che pure la loro data di scadenza è ormai stata superata, da un pezzo e soltanto per loro colpa.
P.S.: e a breve, la recensione del libro da cui è tratta la citazione.
Chi ben comincia è a metà dell’opera (letteraria). Il titolo di un libro, passo fondamentale verso il suo imperituro successo.
Ho discusso di recente con alcuni colleghi circa un tema che tutti sappiamo fondamentale per far che un libro possa ritenersi ben riuscito (e dunque di potenziale successo), ma che a volte risulta trascurato ovvero sopravvalutato in modo pacchiano, mentre in moltissimi casi viene “risolto” fin troppo modestamente: il titolo. Più importante anche della copertina – fondamentale, poi, per quelle edizioni che proprio non utilizzino alcuna elaborazione grafica sulla stessa – il titolo è sotto molti aspetti IL libro. E non solo perché lo identifica materialmente nella conoscenza del pubblico, ma perché in qualche modo è il suo passaporto: un passaporto, tuttavia, che non fornisce dati precisi, semmai genera una suggestione, un’emozione primaria, attiva una potenziale attrazione magnetica la cui pur minima forza può risultare incontrastabile e imperitura.
Per ciò il titolo di un libro deve essere qualcosa di accattivante, di adescante, magari pure di bizzarro, comunque che genera qualcosa di più che semplice curiosità e ordinario interesse… Non deve descrivere il libro – a ciò semmai può servire il sottotitolo – anzi, deve dire il meno possibile eppure affascinare: deve essere come l’attore che sul palco già con le proprie movenze sappia conquistare il pubblico, prima ancora di attaccare con la recitazione. Può addirittura disorientare o trarre in inganno il potenziale lettore, ma anche in questo modo può suscitargli quel desiderio di saperne di più che da subito è ottima fondamenta per la costruzione del gradimento del libro così titolato.
Riflettendo su tale questione, mi sono chiesto quali potessero essere titoli di opere letterarie ben riusciti, o che a mio giudizio possa ritenere tali. Di sicuro ce ne sono parecchi, più o meno celebri – così come ci sono capolavori della letteratura dotati di titoli assai poco interessanti – in ogni caso, tra i tanti a cui ho pensato, trovo che ad esempio molti titoli di opere di Italo Calvino siano veramente ottimi: Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente, Il castello dei destini incrociati… Un altro autore – contemporaneo, questa volta – i cui libri sono dotati di titoli parecchio suggestivi è Haruki Murakami: Kafka sulla spiaggia non può non essere accattivante, così come L’uccello che girava le viti del mondo incuriosirebbe chiunque. Ma, appunto, sono solo alcuni degli infiniti esempi che chiunque di voi potrebbe citare, ovviamente legati poi al proprio gusto, istinto, piacere, predisposizione, estasi e visione del mondo.
Altra domanda inevitabile che viene da porsi sulla questione, è se si possa determinare una metodologia (pur di matrice personale ma comunque dotata di tratti comuni a qualsiasi altra) da seguire per poter trovare titoli letterari affascinanti. In questo caso è stato Umberto Eco a fornirmi una interessante risposta, grazie alle celebri postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta n. 49, giugno 1983, e poi riprese nell’appendice di varie edizioni successive del romanzo.
Così scrive Eco:
Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.
E continua:
Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le “Père Goriot” centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che “I tre moschettieri” è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.
Interessante anche scoprire la genesi del titolo Il nome della rosa, certamente ben piazzato nella testa di tanti, anche non lettori:
Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’“Abbazia del delitto”. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi. Il mio sogno era di intitolare il libro “Adso da Melk”. Titolo molto neutro, perché Adso era pur sempre la voce narrante. Ma da noi gli editori non amano i nomi propri, persino “Fermo e Lucia” è stato riciclato in altra forma, e per il resto ci sono pochi esempi, come “Lemmonio Boreo”, “Rubé” o “Metello”… Pochissimi, rispetto alle legioni di cugine Bette, di Barry Lyndon, di Armance e di Tom Jones che popolano altre letterature.
L’idea del “Nome della rosa” mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.
Una chiosa, questa finale di Eco, che in poche parole riassume assai bene il senso fondamentale del tema disquisito, e che disvela gli elementi primari di quella che in fondo è una piccola/grande arte (nell’arte), minima nella forma ma sovente di natura sostanziale ed eterna.

