Io sono / Io sto

[Foto di Markus Spiske da Unsplash]
Tutti quanti, noi, siamo esseri umani.
Lo so, ho affermato qualcosa di totalmente ovvio; ma, al di là dell’evidente ovvietà di questa affermazione, almeno dal punto di vista biologico, mi interessa mettere in evidenza qualcosa di altrettanto ovvio e parimenti trascurato, quando non ignorato, ancorché d’importanza sostanziale, decisiva.

Ogni creatura vivente, ma in particolare l’uomo, la si definisce essere. Un termine che indica e compendia, nelle due sue accezioni principali, lo stato di vita attivo: “essere” come entità vivente, dunque essenza, ed “essere” come esistenza e presenza, in senso astratto e, soprattutto, in relazione ad un dato spazio. La creatura vivente “uomo”, definendosi pienamente vivo, è un “essere” in entrambe le suddette accezioni del termine. L’una giustifica l’altra, in buona sostanza: io sono in quanto essenza vivente, e io sono in quanto esistente e presente nel mondo in cui tutti viviamo. Dunque quando dichiaro ciò, “io sono”, in pratica sto affermando allo stesso tempo la coscienza del mio stato di vita biologico e spirituale e la mia presenza in uno spazio, nel quale mi muovo interattivamente con cognizione di causa. Il caro vecchio descartiano cogito ergo sum, in pratica: la autoconsapevolezza dell’uomo in qualità di creatura pensante è parimenti la consapevolezza della sua esistenza al mondo.

Tuttavia non è certo mia intenzione, qui e ora, costruire disquisizioni fin troppo filosofeggianti. Nella vita mi occupo di parole, semmai, e guarda caso proprio esse, o meglio la loro origine, mi aiuta in ogni caso a supportare e confermare quanto ho appena affermato. Prendiamo infatti l’etimologia di “esistere”: viene dall’unione dei vocaboli latini “ex” e “sìstere”, con questo secondo che a sua volta deriva da “stàre”, col significato di stare saldo, essere stabile. “Esistere” vale “essere” – da cui si deriva “essenza” – che guarda caso, nella forma verbale, forma i suoi tempi composti col participio passato del verbo “stare” – “io sono stato laggiù”, ad esempio. Continuando su questa via etimologica, scopriamo che “stare” deriva dalla radice indoeuropea originaria “stal”, “stalk” che significa porre: da qui viene anche il tedesco “stal”, dimorare – “stalla”, infatti, un tempo significava dimora ma anche stazione (spazio in cui si sta). Per metatesi, poi, “stal/stalk” è divenuto “stlak”, vocabolo che è all’origine del termine antico “st-locus” il quale nella forma latina ha perso la prima parte, diventando semplicemente “locus”: luogo.

A questo punto diventa chiaro, credo, quanto sia forte il legame – in primis etimologico ma subito dopo, a cascata, in ogni altro senso – tra “essere” in quanto essenza, “essere” in quanto esistenza e, di conseguenza, quest’accezione in rapporto a un dato spazio, ovvero allo stare (essere/esistere) in un luogo. Questo è un altro passaggio fondamentale: io sono in correlazione a uno spazio determinato, che giustifica il mio “essere”. In ciò si genera la realtà antropologica dell’essere umano, il quale è nel rapporto con lo spazio – nonché per certi versi col tempo – che legittima la propria esistenza al mondo e nel mondo. Nello spazio mi muovo, vi interagisco, mi ci rifletto e riferisco. In esso cerco di fissare dei marcatori referenziali – personali o condivisi non importa, ora – che identificano lo spazio ma, soprattutto, vi identificano la mia presenza, vi conferiscono valore e dunque, allo stesso modo, danno valore alla mia essenza – a me stesso, in pratica. D’altro canto tutti noi abbiamo bisogno di riconoscerci nello spazio per non sentirci smarriti: una condizione che inevitabilmente si riflette nel nostro animo, arrivando nel caso a confondere e disorientare la stessa percezione di noi stessi – dunque l’esistenza tanto quanto l’essenza. È una necessità comune a buona parte delle creature viventi: non è solo una rivendicazione di presenza e di appartenenza (reciproca) nei confronti della spazio (questa semmai viene più avanti), in primis è una naturale, spontanea, elementare e comunque vitale necessità di orientamento, il che conferisce non solo un valore al nostro essere nello spazio ma pure un senso, materiale e immateriale. Di rimando, il trovare un senso al nostro essere nello spazio conferisce un corrispondente senso allo spazio stesso: è nuovamente la dualità essenza/esistenza, non ci si scappa da essa.

Dunque, per riassumere: il nostro “essere” si correla e rapporta ad un dato spazio nel quale ci riconosciamo, e per la cui riconoscibilità abbiamo bisogno di marcare con il segno della nostra presenza: un segno che ci certifica presenti in quello spazio così come la nostra essenza consapevole. È qualcosa che l’uomo ha messo in atto fin dalla notte dei tempi e che fin da allora – ribadisco – si è rivelata questione del tutto sostanziale eppure, malauguratamente, poco pensata, poco affrontata, spesso resa in modo superficiale e di frequente travisata – ad esempio deviandola di forza verso prese di posizioni ideologiche reazionarie – salvo che per l’opera di rari pensatori novecenteschi, tra cui Heidegger e Foucault: il primo con Costruire, abitare, pensare, nel quale la relazione tra uomo e spazio è sviluppata soprattutto nell’accezione stanziale, il secondo con vari scritti poi raccolti principalmente nel volume Spazi altri. I luoghi delle eterotopie. Peraltro, dal tema della spazialità dell’essere (al mondo) deriva l’altra basilare questione del “senso di luogo”: un tema che dovrebbe essere proprio del carattere sociale di noi uomini contemporanei e che invece è stato a lungo (e forse tutt’ora ancora troppo) trascurato. Con le conseguenze alquanto degradanti che non di rado possiamo constatare in tanti dei “luoghi” in cui viviamo e stiamo – ma, in tali casi, nel senso meno virtuoso del termine.

Il paesaggio fuori, e dentro

[Immagine tratta dal web.]
Di recente sono tornato a camminare per i monti sui quali ho trascorso le vacanze estive dagli zero ai vent’anni e più, luoghi che, per tale motivo, si sono inesorabilmente impressi sulla personale mappa geografico-genetica del mondo che ho vissuto, e vivo, con tratti ben marcati almeno quanto quelli dei sentieri che i monti in questione percorrono. Ci sono tornato nel periodo della fioritura dei rododendri, che chiazzavano con vivide macchie rosse ampie parti del vallone percorso in modi a volte così armoniosi con gli altri elementi sul terreno – massi, fiori d’altro genere, cespugli, piante, ruscelli – da ipotizzare la progettazione da parte d’un giardiniere dotato di notevole bravura e gusto.

Ma, stavolta, non è stata questa evidente e sorprendente bellezza spontanea a rigenerare la relazione “genetica” che ho maturato con questi luoghi, posta la frequentazione fin dall’infanzia, ma una cosa più immateriale e apparentemente banale come il profumo di quei tanti rododendri sbocciati e rosseggianti un po’ ovunque. Un profumo, una sensazione, una “chiave olfattiva” che ha aperto rapidamente tutti i cassetti in cui avevo riposto ben ordinari gli elementi fondativi del mio legame, della relazione con quei luoghi. Così, con l’aiuto di tutte le altre sensazioni e percezioni che stavo raccogliendo già con la sola presenza lì, in quel luogo e in quel presente ma, appunto, grazie soprattutto allo strumento fondamentale di quel potente, fragrante passe-partout, si è immediatamente ravvivata l’identificazione personale con il territorio, l’ambiente e il suo paesaggio, la riconoscibilità reciproca – io nel luogo e il luogo in me -, l’identificazione con essi nella personale ecostoria in loco, fatta tanto di memoria (giammai offuscata e svanente, tutt’altro) quanto di percezioni del momento consce e inconsce, materiali e immateriali, nonché del bagaglio di esperienze legate al luogo che mi porto appresso. Insomma, è bastato cogliere il profumo dei rododendri in fiore – una roba ovvia, ribadisco – per trasportarmi in un non tempo, ovvero un “tempo sospeso”, che ha avvolto tale iper-spazio, nel senso di un luogo così significativo e carico di significati per me, in cui ho potuto ritrovare me stesso come quarant’anni fa e parimenti come nel momento presente e in un qualsiasi futuro nel quale mi possa ritrovare di nuovo lì, in quei luoghi, a camminare, osservare, stare come ogni volta. Il tutto con un pacato eppur vivido fremito emotivo, che fluiva come una corrente d’energia nel contatto tra me e il territorio. Sia chiaro, non sto dicendo qualcosa del tipo «ho di nuovo sentito il profumo dei rododendri e sono tornato bambino»: no, non è così semplice, ribadisco che qui non si tratta di ritrovare un certo tempo della vita ma di intercettare una dimensione senza tempo, dunque in tal senso neutra e proprio per questo così capace di rendere vivide e forti le percezioni che ho ricavato dalla mia presenza lì, le energie presenti in loco che ogni volta capto e raccolgo come una pianta raccoglie la linfa vitale grazie all’esplorazione delle radici nel terreno. La sola differenza è che la pianta è una creatura stanziale, io no; ma ho le radici a mia volta e le mie linfe con cui nutrirmi, assolutamente.

Inoltre, ho compreso nuovamente e con grande forza come il paesaggio sia qualcosa che non esiste fuori da noi se non si genera e acquisisce valore dentro di noi, con tutto quello che abbiamo dentro e che può contribuire a generarlo, a costruirne la visione, la valenza culturale, la percezione, la sensazione dello starci dentro paritetica a quella che fa stare il paesaggio dentro di noi. Il territorio, il luogo, la visione, la geografia, la storia, il ricordo, la conoscenza culturale, le sensazioni, le emozioni, i profumi e i rumori, il freddo o il caldo dell’aria, il Sole e le ombre, la fatica, la bellezza, la felicità, il dolore… tutto questo è il paesaggio nel momento in cui ci stiamo. Per questo, sotto certi aspetti, il paesaggio è ciò che noi siamo dentro: le montagne, le colline, i laghi, i fiumi, le case, i boschi e il cielo che vediamo fuori forse li abbiamo anche dentro, quale geografia antropologica, culturale, emotiva, spirituale, che dà forma alla nostra mente, all’animo, allo spirito.

Fernando Pessoa ne Il libro dell’inquietudine scrisse che «È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo.» Mi viene da aggiungere, sperando di non apparire così tanto immodesto, che se i paesaggi esistono e li vedo, se li vedo posso vedere me stesso in essi, perché vedo essi dentro di me. Dunque, se esiste il paesaggio, da questo punto di vista, esisto anche io. Se non esiste – se non sono in grado di crearlo, per come ho detto poco sopra – in fondo nemmeno io posso esistere in esso.

Forse è anche per questo che bisogna constatare così diffusamente una certa scarsa considerazione ambientale del mondo in cui viviamo: perché non sappiamo vederci dentro di esso, non lo sappiamo creare, concepire e vedere, dunque non vediamo nemmeno i danni che ad esso cagioniamo. E che cagioniamo a noi stessi, peraltro. Una questione di disfunzione sensoriale autolesionistica, insomma.

Non so, forse è proprio così, chissà.

In vetta anche gli sfaticati e i pigri

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.

Buone letture utili al cammino #2

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Geo-metrie nella geo-grafia

Nel territorio naturale c’è sempre – salvo forse rarissimi casi, ma da me mai riscontrati – qualche sorta di proporzione armonica, di simmetria casuale solo all’apparenza, di rispondenza di linee, forme, morfologie: una geo-metria nella geo-grafia che non sempre si può percepire nitidamente, anzi, sovente risulta nascosta, sfuggente. Tuttavia, se ci si muove nel territorio e lo si osserva con attenzione nonché, soprattutto, con adeguata sensibilità, forse quelle proporzioni arcane all’improvviso si svelano, anche grazie a una condizione favorevole che può durare solo un istante: una frazione, un attimo che i sensi aperti alla massima percezione possono togliere dal tempo e rendere infinito.

Come qualche sera fa, sui monti sopra casa, con la particolare luce via via più radente che anticipa il tramonto del Sole e la nitidezza d’un cielo pulito quanto basta da una tranquilla brezza, respirando la leggera e delicata aria vespertina che dopo una giornata di lavoro è uno dei balsami più rigeneranti e, a sua volta, fa da impulso di leggiadra energia a vivificare e accendere la percezione dei sensi. Ho osservato il paesaggio “ordinario” dacché domestico, quello dell’immagine in testa al post, un angolo di territorio conosciuto in ogni sua parte ma senza che ciò possa mai mitigare la curiosità nella sua visione, nella scoperta di qualcosa di inopinato, e così ho esclamato dentro di me «to’, ma guarda che roba!»:

Geometrie eterne nella geografia quotidiana (cerco di riprodurle dozzinalmente nell’immagine qui sopra) che si svelano d’improvviso come nuove, mai viste o mai colte, dissolvendo il tempo nell’istante di quel presente e disegnando lo spazio con linee inedite, non più ignote ma comunque fascinosamente arcane, che evolvono e impreziosiscono il paesaggio percepito di nuove impressioni, cognizioni, immaginazioni. Tutto ciò come mai prima avevo visto e come mai dopo vedrò: le altre volte erano diverse geometrie, impressioni, percezioni, le prossime saranno ulteriori proporzioni, armonie, simmetrie. Con tutto questo, nemmeno io resto quello di ieri e non sarò domani ciò che sono oggi: le geometrie armoniche del paesaggio, variabili, multiformi, caleidoscopiche, ri-conformano ogni volta anche il mio paesaggio interiore, così che quelle armonie siano anche le mie e io sia in armonia con il territorio e il paesaggio che le generano.
E questo accade a pochi passi da casa tanto quanto ovunque, in ogni luogo io possa e sappia visitare con i sensi, oltre che con il corpo.
L’infinito, come penso sempre, comincia appena oltre la punta dei propri piedi.