1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?

Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.

P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.

P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.

Reminder… Vorrei sapere cosa ne pensate dell’arte contemporanea diffusa in contesti urbani…

Vi ripropongo questo post pubblicato qui nel blog qualche giorno fa, alle cui domande già alcuni amici hanno risposto con osservazioni parecchio interessanti. Se avete qualche secondo a disposizione e potete/volete farlo anche voi, sappiate che mi darete una gran bella mano in merito a un futuro incontro sul tema trattato dalle domande stesse e, dunque, ve ne sarò mooooooolto grato e riconoscente!

In buona sostanza vorrei chiedervi – che siate interessati all’arte oppure no: ogni parere, specializzato o meno, è assolutamente importante! – un piccolo aiuto, ovvero le vostre preziose opinioni, considerazioni e idee in merito a un argomento sul quale mi ritroverò prossimamente a disquisire presso la Biblioteca di Nembro (Bergamo), che ha messo in calendario una serata dal titolo Arte e paesaggio urbano. Interventi artistici in spazi pubblici, con la partecipazione – oltre che dello scrivente, appunto, dell’artista Francesco Lussana e della storica dell’arte Silvia Gervasoni.
La serata, come avete già intuito, è dedicata all’arte contemporanea diffusa in contesti urbani e dunque pubblici: un argomento che sovente genera parecchie discussioni, stante la spesso non semplice fruizione – visiva e tematica – delle opere di arte contemporanea, quando esposte alla visione di tutti per scelta pubblica – ovvero di un’amministrazione che in tal modo decide di impiegare soldi pubblici: uno dei più lampanti esempi di quanto sopra è certamente la scultura L.O.V.E. di Maurizio Cattelan in Piazza degli Affari a Milano, il famoso “dito medio” di fronte alla Borsa, insomma… – ma certo anche nelle vie/piazze dei vostri paesi e città ove vivete potreste avere a che fare con installazioni artistiche contemporanee, dunque per ciò capire perfettamente il senso dell’argomento suddetto.
Le tre domande per le quali chiedo il vostro parere sono le seguenti:

1) Cosa ne pensi dell’arte contemporanea – scultura, installazione ma anche opera di design e di architettura – diffusa nel contesto urbano? Ovvero, non del solito e classico “monumento” (statua, busto, ecc.) di matrice sostanzialmente commemorativa, ma di quelle opere d’arte che normalmente ci si aspetterebbe di vedere in un museo o in una galleria, più che nella piazza o nel parco di una città… Ti piace, oppure no? E, in un caso o nell’altro, potresti motivare in breve la tua opinione?

2) A tuo parere un lavoro di arte contemporanea in ambito urbano deve soddisfare di più un’esigenza estetica oppure tematica? Cioè, per essere chiari: essendo quasi sempre finanziati con soldi pubblici e dunque chiamando in causa i cittadini stessi quali “indiretti” committenti, ritieni che tali lavori debbano soprattutto abbellire la città oppure principalmente far riflettere i passanti che se li trovano di fronte, dunque trasmettendo un determinato messaggio di interesse comune?

3) Due esempi recenti ed emblematici di interventi artistici in ambiti urbani presenti in zona – di matrice visiva l’uno e architettonica l’altro – sono l’installazione Struttura OMCN – Interruttore ITALGEN di Francesco Lussana a Villa di Serio, e proprio la Biblioteca di Nembro dello Studio Archea (nelle immagini qui sotto), entrambe opere nate in base a concetti tipici dell’arte contemporanea, le quali hanno ricevuto numerosi consensi ma pure qualche critica. Cosa ne pensi di queste due opere?

lussana_image_2
Biblioteca_Nembro

In merito alla domanda nr.3, entrambe le opere scelte quali esempi di arte contemporanea in contesti urbani (una è installata a pochi km. da Nembro, l’altra è la biblioteca nella quale si svolgerà la serata) hanno suscitato pareri discordanti, dal plauso incondizionato al rifiuto pressoché netto, dunque risultano entrambi interessanti non solo perché vicine al luogo di svolgimento della serata ma anche perché ben rappresentanti i due grandi contesti di intervento artistico in ambiti urbani, l’arte contemporanea e l’architettura d’avanguardia.
Ecco, rispondetemi come e dove volete: commentando questo post, alla mail luca@lucarota.it oppure utilizzando gli altri contatti. Le vostre risposte mi aiuteranno a generare una piccola statistica ragionata della considerazione diffusa dell’arte nel paesaggio urbano, sia dal punto di vista meramente artistico, ovvero estetico, e sia tematico cioè politico, dato che, come già osservato, si tratta di arte creata grazie a soldi pubblici, ergo che della sua presenza siamo in qualche modo non solo fruitori ma pure parte in causa.
Vi ringrazio di cuore fin d’ora per l’aiuto e le risposte che potrete e vorrete comunicarmi! – e beh, certo, mi sdebiterò in qualche modo, prima o poi!

P.S.: nell’immagine in testa all’articolo, un altro esempio di intervento artistico in ambito urbano: Canneto di luce, installazione d’arte urbana interattiva di Marcello Arosio, Monza.