Cento anni con “Ruchin”, piccolo grande uomo e alpinista

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Il nome di Ercole Esposito, detto “Ruchin”, non è certo tra i più noti nella storia dell’Alpinismo di meta ‘900. Eppure lo scalatore bergamasco – ma di scuola lecchese – nato cent’anni fa, il 30 Marzo 1914 a Calolziocorte, costruì un curriculum di prime ascensioni di raro valore, con salite ai limiti estremi delle possibilità del tempo, anche oltre il VI grado che in quegli anni rappresentava un limite apparentemente invalicabile. E il tutto con stile impeccabile, senza l’uso di mezzi artificiali e con un’etica alpinistica modernissima lungo una carriera fulminante tanto quanto breve, interrottasi tragicamente sulla Torre Salame del Sassolungo per colpa d’una corda spezzata.
Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore è la mostra realizzata in occasione del centenario della nascita di “Ruchin” Esposito (Calolziocorte, 30 Marzo 1914 – Sassolungo, 23 Settembre 1945) nonché in vista dei 70 anni dalla scomparsa, e in concomitanza della celebrazione del 75° di fondazione della Sezione CAI di Calolziocorte, della quale Ruchin fu tra i fondatori e al quale è intitolata. Una mostra che ho avuto il grande onore di curare e per la quale ho redatto i testi; sarà presentata sabato 11 Ottobre proprio a Calolziocorte, come annuncia la locandina qui sotto riprodotta.
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La mostra si sviluppa in 15 pannelli di grandi dimensioni, ciascuno dedicato a un aspetto della vita di Ruchin sia in senso alpinistico che nell’ambito quotidiano, con relative immagini fotografiche a corredo, oltre ad alcuni cimeli dell’epoca, tra i quali uno spezzone della corda utilizzata da Ruchin nel tentativo fatale alla Torre Salame del Sassolungo.
I pannelli formano un percorso espositivo non tanto legato ad una mera cronologia quanto alla costante complementarietà del Ruchin-rocciatore e alpinista con il Ruchin-uomo nella vita di tutti i giorni, ed entrambi con l’ambiente quotidiano e l’epoca vissuta, drammaticamente funestata dalla tragedia del Secondo Conflitto Mondiale, la cui durata – 1939/1945 – in pratica combacia con la parabola alpinistica di Esposito.
Scopo primario che ho cercato di conseguire con la mostra è dunque quello di mettere in luce l’assoluta particolarità dell’alpinismo praticato da Ruchin e il livello eccelso del curriculum di nuove salite e prime ripetizioni su buona parte delle Alpi Centrali e delle Dolomiti: vie quasi sempre al limite delle possibilità del tempo, tracciate lungo pareti sovente ritenute impossibili e salite senza mezzi artificiali con uno stile e un’etica a dir poco moderni. Al contempo ho voluto evidenziare come tale attività alpinistica sia rimasta sempre intrecciata con la sua vita quotidiana, contrassegnata dalla grande umanità, generosità e disponibilità verso tutti e segnata, seppur indirettamente, dalle difficoltà e dalle restrizioni causate dalla guerra. Difficoltà contro le quali tuttavia Ruchin rappresentava una sorta di “speranza” e di rivalsa oltre che un motivo di orgoglio e di prestigio per chiunque lo frequentasse, grazie a quel suo irrefrenabile ed appassionato dinamismo tanto in parete quanto tra la propria gente che lo portò, per l’attività in montagna, a diventare il primo alpinista bergamasco ad essere nominato membro del Club Alpino Accademico Italiano (una cosa, questa, a cui teneva parecchio) e che con la propria contagiosa intraprendenza sociale lo rese tra i principali promotori prima, e tra i fondatori poi, del sodalizio CAI di Calolziocorte, nato come sottosezione del CAI di Bergamo e divenuto sezione autonoma nel 1945, poche settimane prima della morte di Ruchin durante un tentativo alla Torre Salame del Sassolungo.
In conclusione: un personaggio, quello di Ercole “Ruchin” Esposito, poco noto nella storia dell’alpinismo di metà Novecento eppure assolutamente meritevole di maggiore conoscenza e considerazione, e non solo dal punto di vista alpinistico: ciò che mi auguro di poter ottenere con questa mostra.

Per darvi un’idea di chi fu Ruchin, vi presento alcuni estratti dai testi della mostra, dalla quale ovviamente provengono anche le immagini fotografiche.

LA VITA
Ventotto anni, un metro e quarantasette, quarantaquattro chilogrammi, tutto qui. (…) Muscoli, cuore e volontà temprati a tutti gli ardimenti e consacrati a tutte le vittorie. Camminatore, sciatore, scalatore di tutte le vette; instancabile, coraggioso, tenace fino alla caparbietà; modesto, umile, semplice come nessuno. (…) Non credo che siano molti oggi, in Italia, coloro che nel regno del puro VI grado gli possano stare alla pari.” Italo Neri su “Lo Scarpone”, organo ufficiale del CAI, nel 1942.
Così nel 1942 sullo Scarpone – organo ufficiale del Club Alpino Italiano – Italo Neri scrive di Ercole Esposito. All’epoca la fama del minuto rocciatore calolziese è già grande, e i numerosi successi in montagna rendono il suo nome conosciuto negli ambienti alpinistici lombardi – e non solo – così come quello del suo paese natale, Calolziocorte, al quale egli resterà sempre legato, e per più motivi.
Ercole nasce il 30 Marzo 1914 da una delle più conosciute famiglie calolziesi la quale come tante altre, da tradizione locale, ha il suo bel pseudonimo: sono i “Roch”, probabilmente per un capostipite di nome Rocco, e da qui verrà il suo soprannome Ruchin. Degli 11 figli per i quali il padre Alessandro ha cura che imparino un mestiere “buono”, Ercole è forse il più vivace, tant’è che il suo maestro elementare lo rimbrotta spesso: “Sei alto come un soldo di cacio, e mi dai tanto da fare. Discolo come sei, non farai mai carriera!” I calolziesi di allora non sono gente ricca – e gli Esposito non fanno certo eccezione – ma il borgo (allora bergamasco, oggi in provincia di Lecco) ha la paesaggistica fortuna di stendersi ai piedi di bellissime montagne come il Resegone, Valcava, le Grigne poco oltre, inevitabili luoghi di svago domenicale. Ercole comincia dunque a frequentare le associazioni escursionistiche calolziesi, inizialmente da sciatore e poi cominciando ad affrontare le prime rocce – probabilmente da autodidatta ovvero da spettatore delle cordate impegnate sulle pareti della Grigna. Trova lavoro in qualità di tornitore a Milano, presso l’Alfa Romeo, nel frattempo ai Resinelli conosce Cassin e gli altri grandi rocciatori lecchesi, mentre a Bergamo ha l’occasione di ascoltare dal vivo Emilio Comici, il “mito” dell’alpinismo di quegli anni (che avrebbe quasi “superato” nel 1940, quale allievo col maestro, se non avesse dovuto interrompere il tentativo di salita alla Torre Salame del Sassolungo, dopo aver superato le maggiori difficoltà, per soccorrere un amico incrodato: Comici vinse poi la parete con Severino Casara quindici giorni dopo, appunto, e fu una delle salite più celebrate del grande triestino). Fa il pendolare tra Calolzio e Milano, sul treno conosce Eva, una ragazza di Calco che diventa la sua fidanzata, ma è la montagna che ormai assurge a irresistibile orizzonte primario, finché nel 1939, dopo alcune ripetizioni di itinerari classici sulla Grignetta, Ruchin apre la sua prima via, sul Torrione Cinquantenario, insieme a Gino Valsecchi.
Da quella via, denominata “Lucia” in onore della gestrice del prospiciente Rifugio Rosalba, inizia la folgorante e incredibile carriera di Ruchin, ricca di imprese alpinistiche al limite delle possibilità di allora e costantemente intessuta lungo quel filo rosso che, come detto, l’ha sempre tenuto legato a Calolziocorte e alla sua gente, al punto da essere tra i più fervidi promotori e fondatori, nel 1939, della locale Sottosezione del Club Alpino Italiano di Bergamo, la quale diverrà poi Sezione autonoma nel Luglio 1945, pochi mesi dopo la nomina di Ruchin a membro del prestigioso Club Alpino Accademico Italiano – primo alpinista bergamasco nella storia del sodalizio – e qualche settimana prima del funesto 23 Settembre di quell’anno, quando la Torre Salame del Sassolungo diverrà l’ultima tappa terrena di Ruchin e dei compagni Gino Valsecchi e Bruno Ceschina.
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LO STILE
Sovente, in tema di ascensioni alpinistiche, si sostiene che la linea tracciata sulla parete da una via di salita è per certi aspetti paragonabile al tratto di un artista sulla tela, rappresentando per l’alpinista una sorta di firma e al contempo rivelandone lo stile, la personalità e il carattere.
Le numerose “firme” alpinistiche lasciate da Ruchin su altrettante pareti denotano l’essenza di uno stile peculiare che sembra confermare la suddetta tesi, e che nel pur affollato ambiente alpinistico lecchese del tempo diventa rapidamente originale e per molti aspetti innovativo. Come già rimarcato, il fisico minuscolo non solo non gli è d’ostacolo, ma anzi gli garantisce un’agilità e una elasticità quasi inimitabili. Riesce a salire linee che altri tentano ma non riescono a risolvere, ovvero ne trova di nuove su pareti che sembra non possano offrire niente più di ciò che è già stato salito e tracciato, e sempre sono linee dirette, senza fronzoli e arditissime: “arrampicata a perpendicolo” la definirà più volte Italo Neri nei suoi articoli. Bastano le pur poco definite foto dell’epoca a far intuire la leggerezza dei movimenti, l’eleganza del gesto atletico e la sua armonia, che tra le altre cose consentono a Ruchin di affrontare pareti di roccia friabile e a dir poco delicata (Fracia docet!) con un perfetto mix di forza, equilibro e agilità per di più assolutamente moderno se non, come già accennato, molto avanti rispetto ai tempi. In occasione dell’apertura della via sul Corno Centrale di Canzo, Emilio Galli che gli fa da secondo ricorda: “Ercolino stava affrontando grandi difficoltà ma, come sempre, non dava l’impressione della tensione e della fatica e anzi si preoccupava di tranquillizzarmi e ironizzava sulla situazione…” E’ la prova di uno stile di livello eccelso non solo in quanto a doti fisiche e atletiche ma pure mentali, fattore fondamentale.
Modernissimo, lo stile di Ruchin in parete, lo è anche dal punto di vista dell’etica alpinistica – se si può parlare di ciò per quell’epoca ancora sotto molti aspetti pionieristica. Ruchin affronta le pareti nel modo più “pulito” possibile, quasi sempre lasciando ben poco materiale in parete (anche per inevitabili ragioni economiche, visti i tempi) e spesso recuperando quello lasciato da altri: come ad esempio sulla Torre Giavine di Boccioleto, in Valsesia – la cui salita è considerata impossibile da tutti quelli che l’hanno tentata prima – dalla quale torna con la via nuova e “una trentina di chiodi, sette moschettoni e tre cordini lasciati in parete dalle cordate precedenti nei loro inutili tentativi.” racconta Neri nella sua puntuale cronaca. Ancor più di concezione moderna, e veramente precursore dei tempi, è invece l’atteggiamento di Ruchin verso l’uso di mezzi artificiali – un tipo di arrampicata a quell’epoca agli albori – altra peculiarità del suo particolare stile di arrampicata. Ricorda Gentile Butta, suo compagno di cordata in occasione della nuova via sullo spigolo Nord del Sassolungo: “Esposito ha un’antipatia speciale per le staffe, non ne ha voluto mettere nessuna in nessuna via finora fatta, nemmeno sulla Cassin del Sasso Cavallo, e nemmeno sulla via Dell’Oro all’Ago Teresita, che una relazione sul libro Le Grigne dice: “si vince con l’impiego di numerosi chiodi e numerose staffe”.

1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?

Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.

P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.

P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.

A San Quirico d’Orcia “L’incanto delle Donne del Mare” di Fosco Maraini. Fino al 17/06.

In esposizione sono presentate trenta opere del celebre servizio fotografico sulle Ama di Hèkura. Realizzato nel 1954, si tratta forse del primo reportage etnografico subacqueo in cui, attraverso la sua visione solare e disincantata, Fosco Maraini seppe coniugare quello che agli occhi occidentali appariva come il fascino erotico di un sorprendente universo femminile, con la narrazione per fotogrammi di una quotidianità contrassegnata da un profondo rapporto della cultura con l’ambiente. Un Giappone per molti versi sconosciuto, che l’obiettivo dell’etnologo e del fotografo riuscì a immortalare ancora nella sua piena vitalità, mentre all’orizzonte si poteva intravedere già l’autunno di un mondo destinato, da lì a poco, a scomparire per sempre. Insieme alle fotografie saranno esposte le attrezzature realizzate appositamente da Maraini per le riprese subacquee.

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Fosco Maraini, una figura di uomo di cultura (e non solo) tra le più ricche del Novecento, in Italia, eppure non così popolare come potrebbe e dovrebbe essere, credo. Io la conobbi soprattutto nella veste alpinistica, come componente della leggendaria spedizione al Gasherbrum IV guidata da Riccardo Cassin, e da quel punto di partenza ho potuto apprezzare tutto ciò che Maraini fu e fece, e soprattutto il peso culturale della sua opera, legata certo all’Oriente ma invero dal senso e valore assolutamente generali.

L’esposizione temporanea L’incanto delle Donne del Mare. Fosco Maraini. Fotografie. Giappone 1954 è ideata, realizzata e curata dal Museo delle Culture di Lugano, quale primo episodio del ciclo «Esovisioni», dedicato all’esotismo nella fotografia dei grandi maestri del Novecento. Nel corso di tutto il 2012 il Museo delle Culture è impegnato in una serie di attività per ricordare la figura e l’opera di Fosco Maraini, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita. L’esposizione di San Quirico d’Orcia si tiene del resto nell’ambito delle Celebrazioni Nazionali promosse in onore di Maraini: il 15 Novembre tali celebrazioni si chiuderanno proprio a Lugano con un convegno internazionale sul tema del viaggio interiore nelle culture dell’Asia.

Cliccate sull’immagine per visitare il sito web del Museo delle Culture di Lugano, e conoscere ogni ulteriore dettaglio sull’esposizione.