Gli spazi aperti sono il contravveleno al mondo iperantropizzato

[Sulle mie montagne lo scorso dicembre al calare della notte, con la pianura milanese luminescente sullo sfondo.]

In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze. Gli spazi aperti sono rari, e preziosi in proporzione. Vivere sempre tra case e strade genera un senso di clausura, di forzata miopia. Brughiere, mari e montagne sono un contravveleno. Ogni volta che torno dalle brughiere sento come una luce accesa dietro agli occhi, come se il mio raggio visivo si fosse allargato diventi gradi per parte. Una regione di spazi aperti non è soltanto un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale, può anche rivelarsi un potente induttore di questi stati d’animo.

[Robert MacfarlaneLuoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi, 2019, pag.78.]

Macfarlane scrive quanto sopra con ovvio riferimento alla sua «densamente popolata» Gran Bretagna, che con 261 abitanti per kmq è il 34° stato del mondo nella relativa “classifica”. L’Italia non è tanto da meno: è al 39° posto con 206 abitanti per kmq, ma se si fa riferimento al solo nordovest (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia) la densità sale a 275 abitanti per kmq, più della Gran Bretagna; e se si considera la sola Lombardia, la regione più densamente popolata d’Italia – dunque pure la più antropizzata, urbanizzata, cementificata – si arriva a ben 419 abitanti per kmq. Non parliamo della città metropolitana di Milano, peraltro: 7505 abitanti per kmq!

[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera della Gran Bretagna. Foto di Peter Aikman, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ecco perché lo stato d’animo raccontato da Macfarlane di ritorno dalle brughiere britanniche è lo stesso nostro di quando torniamo dalle montagne più vicine alle aree maggiormente antropizzate; parimenti ecco perché, quando osserviamo quelli che vivono in tali aree, a volte cogliamo in loro lo stesso senso di clausura, di forzata miopia, di “avvelenamento”. E – mi viene da sospettare – ecco pure perché nella nostra società le «libertà» e le «aperture mentali» sovente latitano.

Da «Sapiens» a «Silvaticus» il passo è breve (se è nel bosco)

[Foto di Harmony Lawrence da Pixabay.]
Sono certo che anche a molti di voi come a me, camminare nei boschi e nelle foreste sia una cosa che ci faccia stare bene nel senso più compiuto della definizione, ci genera una vivida sensazione di benessere, di equilibrio – al netto di quelle pratiche come il forest bathing, il tree hugging e altre simili che, con tutto il rispetto per chi le pratica, a me danno sempre una certa sensazione di affettazione modaiola.

Posto ciò, mi chiedo dunque perché lo stare in un bosco mi faccia sentire così bene, forse come in nessun altro ambiente che abitualmente frequento. E siccome capisco che sia qualcosa che vada indagato nel profondo, che non sia sufficiente analizzato nella mera materialità, cerco qualche indizio dove so bene che vi siano profondità da esplorare, in grado di custodire nozioni importanti: nelle parole e nella loro etimologia.

L’associazione tra bosco e natura selvaggia affonda le sue radici anche nell’etimologia. Si ritiene che i due termini inglesi wild e wood provengano entrambi dalla radice wald e dall’antico teutonico walthus, che significa «foresta». Walthus entrò nell’inglese antico nelle varianti weald, wald e wold, usate per designare sia un «luogo selvaggio» sia un «luogo silvestre», in cui sopravvivevano animali selvatici – lupi, volpi, orsi. Natura selvaggia e bosco sono uniti anche nella parola latina silva, che significa «selva», e da cui emerge il concetto di «selvaggio» nella sua connotazione ferina.

[Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi, 2019, pagg.93-94.]

[Silvia De Bastiani, acquerello su carta Winsor & Newton, 2018.]
Ecco. A quanto denotato da Macfarlane aggiungo che pure il termine italiano «foresta» ha un’etimologia che a sua volta richiama il mondo selvatico. La parola deriva dal latino medievale forestis (o foresta), che a sua volta affonda le proprie radici nell’avverbio latino foris, il cui significato è «fuori». In origine indicava un «bosco esterno», ossia un’area selvaggia situata fuori dai centri abitati e dai terreni coltivati. Il termine era anche associato all’espressione foris stare («stare fuori»), dalla quale derivano forestiero («colui chi viene da fuori») e l’ormai desueto aggettivo forastico («selvaggio», «esterno»).

Il termine «bosco», invece, deriva dal latino medievale boscus (o buscus/busca), a sua volta proveniente dalle lingue germaniche: la radice originaria è rintracciabile nell’antico alto tedesco busk, che significa «cespuglio» o «arbusto». Boscus ha sempre indicato una porzione di vegetazione “addomesticata”, sfruttata direttamente dall’uomo per la legna, il pascolo o come riserva di caccia, in contrapposizione a silva ovvero – come detto – la foresta incontaminata, il luogo selvaggio e spesso associato a pericoli.

Poste tali evidenze, non serve poi rimarcare che nel nostro linguaggio comune bosco e foresta assumono significati e accezioni del tutto sovrapposte. I due termini si trovano anche nella lingua anglosassone, wood e forest, nella quale invece l’accezione selvatica è stata formalmente (ed è comunemente) associata al primo in forza della sovrapposizione germanica dei due termini.

[Vagabondando per le faggete dei monti sopra casa, qualche anno fa.]
Bene: appurato tutto ciò, e riflettendo sulle indicazioni che le parole citate e le rispettive etimologie mi forniscono, penso che forse quello stato di benessere profondo che provo stando nel bosco, vagandoci dentro, possa essere in qualche modo legato alla primordiale natura selvatica che, in quanto animali, noi umani abbiamo dentro, seppur dimenticata chissà dove, ignorata, rifiutata o negata. Quell’anima selvatica che, nel bosco, torna in superficie e riattiva la mia (nostra) relazione primigenia con la Natura, mi rimette in connessione con essa, con la sua vitalità assoluta, mi fa ritrovare una condizione antica e assoluta che da Sapiens non considero più per convenienze e convinzioni funzionali al vissuto quotidiano ma che ho sempre dentro, che tutti abbiamo dentro e che, quando si rigenera, ci rigenera riportandoci allo stato di equilibrio primordiale assoluto con il mondo in cui viviamo, il tutto manifestato nel qui-e-ora in modo inopinato e sorprendente, dunque emozionante, quindi in grado di alimentare una sensazione di benessere – ben-essere, essere nel posto giusto al momento giusto e lì stare bene come altrimenti non si può stare. Non perché non si possa in senso assoluto, ma perché si possa solo nelle particolari condizioni che a me dà lo stare nel bosco, appunto.

È così che vanno le cose, dunque? Magari sì, chissà.

Be’, forse posso solo capirlo in modo ancora più compiuto, e rispondermi per bene a quella domanda, tornando di nuovo nel bosco. Già.

P.S.: tutte (o quasi) le altre volte che ho scritto di boschi e foreste le trovate qui.

Il turismo che consuma le montagne e arricchisce pochi, oggi e mezzo secolo fa

[Immagine tratta da www.visitalbaredo.it.]

Per ora il turismo, questo vale per tutta la Valtellina, è una faccenda che serve ad arricchire pochi operatori, per di più di estrazione non locale, operatori che, essendo estranei al modo di pensare o di vedere le cose specifiche dei luoghi e delle popolazioni locali, sfruttano al massimo ed in modo irrazionale le uniche risorse disponibili: le bellezze naturali e le opere realizzate dall’uomo nel tempo (vedi via Priula) portando ad un rapido esaurimento delle risorse, senza preoccuparsi del futuro dei luoghi e della gente che ci vive.

All’inizio degli anni Settanta del Novecento ad Albaredo, nelle Valli del Bitto (Alpi Orobie valtellinesi), nasceva un gruppo di giovani che si denominò “Comunità ‘74” e iniziò un impegnativo lavoro di difesa e valorizzazione della cultura locale e del paesaggio naturale della Valle, avendo ben chiara la realtà turistica che già al tempo si sta sempre più delineando, come si evince leggendo la citazione lì sopra, tratta da uno scritto del gruppo.

Purtroppo, quel tempo di allora è sostanzialmente lo stesso di oggi, persino aggravato da ulteriori speculazioni materiali e immateriali nel frattempo sviluppatesi: e quando qualcosa di detto o scritto della realtà di mezzo secolo e più fa vale ancora oggi, è inesorabilmente un brutto segno. Peraltro le parole dei ragazzi di Albaredo erano coeve a quelle di un altro grande valtellinese, Antonio Cederna, che negli stessi anni denunciava «L’aggressione della montagna in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici». Be’, in molte località (valtellinesi e delle montagne italiane in genere) siamo ancora fermi lì, a quello – a questo stato delle cose, alla montagna da “valorizzare” cioè mettere a valore e (s)vendere, occupare, sfruttare, consumare senza preoccuparsi di niente e nessuno, come allora e più di allora.

Ma se operatori, speculatori, costruttori e politici pensano solo a perpetrare questo stato delle cose al fine di ricavarci i propri tornaconti*, non resta che a noi di cambiare la situazione e difendere le nostre montagne, il loro ambiente naturale, le comunità di cui facciamo parte, il futuro che ci aspetta. È un diritto e dovere che dobbiamo a quel patrimonio collettivo inestimabile che le montagne sono, e che dobbiamo a noi stessi che vogliamo continuare a viverle e frequentarle in modo equilibrato e sostenibile.

[Immagine tratta da www.visitalbaredo.it.]
Tornerò presto a scrivere della Valle del Bitto di Albaredo e della Via Priula, territorio montano bellissimo e genuinamente emblematico ma a sua volta sottoposto a iniziative, se non già «aggressioni», a dir poco opinabili, e lo farò con consoni dettagli e approfondimenti.

*: tornaconti che possono essere certamente legittimi ma che non è detto che al contempo siano consoni e benefici per i luoghi che ne vengono fatti oggetto.

Buoni motivi per isolarsi dal mondo

[Foto di Robert Hrovat da Pixabay.]

RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.

A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di cammino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?

Io per questi:

  • Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
  • Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
  • Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
  • Leggere un sacco, scrivere un sacco.
  • Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
  • “Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
  • Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
  • Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
  • Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
  • Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
  • Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
  • Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.

Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.

E i vostri motivi, invece, quali sono?

Il Ministro Mazzi, l’overtourism da censurare e la (quasi) nostalgia di Santanché

Be’, pare proprio che il Ministro del Turismo italiano Gianmarco Mazzi – prima manager di eventi musicali, ora responsabile di un dicastero statale fondamentale grazie alle solite acrobazie istituzionali moooolto italiane – non solo ci tenga molto a non far rimpiangere la sua predecessora Daniela Santanchè, ma pure a dimostrare di non avere molti argomenti validi a giustificazione del proprio incarico ministeriale da poco assunto.

Così, al Festival dell’Economia di Trento, conclusosi il 24 maggio scorso, il Ministro Mazzi ha di nuovo proposto la propria idea di censurare il termine “overtourism” perché, sostanzialmente, a lui non piace. E lo ha fatto usando quasi le stesse parole che aveva proferito due settimane prima a Lecco:

Una parola che odio e non riesco a pronunciare è overtourism, è una parola pericolosissima perché il turismo in Italia è un pilastro dell’economia che vale il 13% del Pil e si stima che il suo valore, con tutto l’indotto, vada oltre il 25%. Non si può scherzare col turismo, ogni turista è un patrimonio che va coccolato. [Lecco, 10 maggio 2026.]

Sono sempre stato chiaro sul fatto che, secondo me, il termine overtourism sia assolutamente sbagliato. Questo perché cerca di risolvere un problema creando però un clima di terrore nelle persone che vorrebbero invece venire nel nostro Paese. Non possiamo lamentarci dell’overtourism, ma dobbiamo semmai cercare di gestire i numeri… il turismo vale circa il 13% del PIL, che sale al 25% considerando l’indotto. [Trento, 23 maggio 2026.]

Al netto dell’evidente, sconcertante carenza argomentativa al riguardo, il tentativo di censurare un termine e la realtà a cui si riferisce perché dà fastidio alle proprie opinioni mi sembra tanto deprecabile nella forma quanto grottesco nella sostanza. Sarebbe come pretendere di voler eliminare dal vocabolario il termine “alcolismo” perché danneggia il settore vitivinicolo italiano, così pregiato e giustamente osannato. Di contro, mi pare che la pretesa del Ministro Mazzi si basi sullo stesso principio – solo usato al contrario – per il quale, ad esempio, per far credere che qualcosa sia sostenibile basta affermare che «è sostenibile»: ergo, forse il Ministro pensa che per risolvere un problema pur importante come quello del sovraturismo/overtourism basta evitare di nominarlo. Eh già, perché no? Che provi, il Ministro, ad andare a dire che «Non possiamo lamentarci dell’overtourism» alle comunità dei territori che lo stanno subendo ormai da tempo con tutti i disagi conseguenti! Sono certo che lo accoglieranno con applausi fragorosi e «Hurrà!» a manetta. Proprio!

Dello stesso mio avviso è Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, che sulla questione così scrive nel proprio editoriale del 28 maggio sul sito dell’associazione:

Colpisce che esponenti delle istituzioni arrivino a suggerire quali parole possano essere utilizzate nel dibattito pubblico, quasi a delimitare il vocabolario con cui descrivere fenomeni complessi. Perché non dovrebbe essere possibile affrontare le criticità del turismo attraverso termini chiari e riconosciuti? Parlare di overtourism non significa negare il valore economico del turismo, nelle montagne come sulle coste. Significa, al contrario, aprire uno spazio di confronto sulle sofferenze ormai evidenti in molte vallate dolomitiche e aree protette: l’eccesso di urbanizzazione, la motorizzazione incontrollata, la fuga dei giovani, i conflitti tra pedoni e ciclisti, tra ciclisti e automobili, così come i costi sociali che questo modello economico scarica su una parte consistente della popolazione.

Insomma, la questione mi pare chiara, e pure il giudizio inevitabile sulle uscite del capo del Dicastero turistico italiano. Ora, ribadisco: non che si possa seriamente asserire di dover rimpiangere l’ex Ministra Santanchè… certo è che il Ministro Mazzi è sulla buona strada per raggiungere e sopravanzare la sua pittoresca predecessora in termini di “qualità” dell’attività ministeriale, tanto nella teoria e quanto nella pratica!