La letteratura, perversa come il diavolo (Andrzej Żuławski dixit #2)

Avevo una moglie, un letto caldo. Le donne gobbe, signore, hanno un temperamento duro, ma volevo Julia così tanto che mi distesi sul tappeto erboso bagnato e lo scavai col mio corpo. Solo l’uomo può essere così perverso, come il diavolo o la letteratura.

(Andrzej Żuławski, C’era un frutteto, Alpine Studio, 2013, pag.184. Traduzione di Marina Fabbri)

Se così è, se la letteratura perverte l’uomo come lo sa fare il diavolo attraverso la passione amorosa, beh… Mi auguro si diventi tutti quanti bramosamente, perversamente, diabolicamente lettori di libri.
QUI potete leggere la recensione al romanzo di Żuławski, ergo: buona lettura, in ogni senso.

La scrittura dev’essere rapida e discreta (Andrzej Żuławski dixit #1)

Una scrittura rapida, discreta, così dev’essere. Montaigne ha scritto che senza gioia non gli piace fare – scrivere – niente. Perfino le macchine da scrivere – quelle umane – come Trollope, che aveva preso a levarsi alle sei di mattina e a produrre – scrivere – duecentocinquanta parole ogni quarto d’ora, giorno dopo giorno, a prescindere dall’ispirazione e dai postumi di una sbronza, perfino quelle macchine affermano che niente dona tanta gioia quanto la compagnia della propria scrittura. Dall’altra parte, la vulnerabilità di Kafka – “se mi uccidi sarai un assassino”, detto al medico sul suo letto di dolore, agonizzante per un cancro alla gola – e la non elastica vulnerabilità della letteratura del dopoguerra, scaturita dalla sua cristallina coscienziosità. Probitas – come si dice in polacco?

(Andrzej Żuławski, C’era un frutteto, Alpine Studio, 2013, pag.11. Traduzione di Marina Fabbri)

E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo…

Leggere per vivere (Gustave Flaubert dixit)

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere.

(Gustave Flaubert)

Da sempre sono convinto che la vita è (anche) un cammino culturale, perché genera cultura – le nostre azioni, i nostri pensieri, la nostra esistenza quotidiana generano cultura – e dunque, per questo, deve nutrirsi di cultura per potersi definire una vita veramente vissuta.
E – sono parimenti convinto – scrivendo quanto sopra ho pure descritto in modo indiretto cosa sia la libertà. Forse anche per questo la cultura è troppo spesso così bistrattata se non combattuta, da chi ci comanda.

La vita non è che una rappresentazione teatrale raffazzonata (Nikos Chuliaràs dixit)

Le cose belle e le cose brutte passano ugualmente in fretta, e per questo ritorniamo lì, adesso che è tutto cambiato, anche Sokratis, il quale adesso è un vecchio con lunghi capelli bianchi e nello stesso tempo un ragazzino, così come avviene in quelle rappresentazioni teatrali che si vedono a scuola a fine anno, dove nel primo atto il protagonista è giovane e nel secondo è vecchio: è invecchiato senza troppa fatica e senza troppa spesa e si vede, perché il trucco è d’occasione e gli spettatori si accorgono che nei panni del vecchio c’è lo stesso attore, ma fanno finta di non capire, fino a quando non finisce lo spettacolo, perché, comunque, ogni convenzione è un imbroglio, e la vita stessa non è altro che una rappresentazione raffazzonata e basta. Entriamo da una parte giovani e usciamo vecchi dall’altra. In un batter di ciglia. Senza i riflettori che ci indichino quanto sia falso questo passaggio. Tutto avviene in silenzio e senza possibilità di ritorno, diversamente da quanto invece avviene in teatro di cui parlavamo: dove il vecchio si lava nel camerino, si strucca allegramente e ritorna, di nuovo, come prima.

Nikos Chuliaràs, L’ora che per tutti è la stessa, in Nuovi narratori greci, a cura di Caterina Carpinato, Edizioni Theoria 1993-1997.

Un panorama parecchio interessante eppure sostanzialmente sconosciuto da noi (ma non solo), quello letterario contemporaneo greco. Ne parlerò più diffusamente presto, disquisendo della raccolta da cui ho tratto il brano qui sopra.