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Se pensate di venire in montagna solo per divertirti, fare chiasso, baccano, baldorie, musiche da discoteca, beh, allora potete starvene tranquillamente a casa!
Comincia così l’“appello” dell’amico Matteo Righetto in vista dell’imminente stagione estiva e vacanziera nelle sue Dolomiti: lo trovate nel video sottostante che rilancio molto volentieri. Un appello peraltro validissimo per qualsiasi altra zona delle nostre montagne sottoposta al turismo più massificato, superficiale e meno responsabile.
La montagna è un luogo speciale che deve essere goduto in modo altrettanto speciale e, proprio per questo, veramente divertente e appagante. Viverlo con un atteggiamento da parco divertimenti non solo è stupido e irrispettoso, ma pure deprimente per chi assume quell’atteggiamento (oltre che per chi lo osserva).
D’altro canto sono certo che si stia diffondendo in maniera crescente una frequentazione turistica delle montagne sempre più consapevole, in primis da parte delle nuove generazioni. Compito fondamentale di chi ha a cuore il destino delle Terre Alte, secondo me, è fare in modo che non ci sia bisogno di dire a qualcuno privo di quella consapevolezza di non venire sulle montagne ma che si possa alimentare una cultura diffusa al riguardo per la quale quel qualcuno resti a casa propria o vada altrove di sua spontanea volontà. Ecco.
In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.
Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.
Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.
È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.
[Panorama di Dagro in Val Malvaglia, laterale della Valle di Blenio. Immagine tratta da www.bellinzonaevalli.ch.]Ribadisco: si viene portati spesso, per certi versi inevitabilmente – nel senso che proprio non si può stare zitti, per senso civico e onesta intellettuale – a denunciare le iniziative palesemente dannose che vengono realizzate sulle montagne, ovviamente non solo quelle legate alla turistificazione più esasperata e becera. Ma una pari enfasi sarebbe – no, è assolutamente da mettere alle tantissime iniziative che invece alle montagne fanno del bene, ne valorizzano realmente le specificità, ne supportano lo sviluppo verso il futuro, sostengono il senso di comunità e la vitalità sociale dei loro abitanti stanziali e, facilmente, ne attirano di nuovi, sinceramente interessati a costruirsi una vita da “montanari” membri attivi della comunità locale.
La Fondazione Alpina per le Scienze della Vita (FASV) è senza dubbio una di queste iniziative che fanno del bene alle montagne sulle quali lavora. La FASV è nata alla fine degli anni Novanta in Valle di Blenio, nel Canton Ticino (Svizzera Italiana) allo scopo di favorire lo sviluppo economico di una regione di montagna alle prese con lo spopolamento e garantire quindi la creazione di posti di lavoro qualificati. Si trattava di promuovere un modello di progetto interdisciplinare dove potessero integrarsi sia le attività volte a scoprire, da una parte, la Natura, la cultura e la regione alpina a cavallo fra il Canton Ticino (Valle di Blenio) ed il Cantone dei Grigioni (Regione della Survelva e Valli Mesolcina e Calanca) e, dall’altra, il riuscire a trasferire dai centri urbani alla regione di montagna dei servizi specifici, in particolar modo nell’ambito delle analisi di chimica e di tossicologia creando il Centro di competenza life science del Cantone Ticino.
Gli obiettivi della Fondazione, costantemente elaborati e perseguiti negli anni, sono andati dal creare in Valle di Blenio un Centro di competenza nel settore delle scienze unico del suo genere nelle Alpi (in Ticino in particolare) che potesse consentire di creare nuovi posti di lavoro qualificati dimostrando che è possibile rallentare la fuga di cervelli proponendo delle attività professionali diverse da quelle svolte fino ad allora, alla creazione della Scuola alpina di Olivone, nata per trasferire dalla città e dai centri urbani dei servizi legati alla formazione scolastica e professionale allo scopo di far conoscere la natura, la cultura e la storia delle regioni alpine a un vasto pubblico di ogni età, alla tessitura, intorno ai due soggetti citati, di una rete di competenze e collaborazioni che andasse oltre ai confini cantonali e assumesse delle caratteristiche internazionali, coinvolgendo in essa in maniera attiva la popolazione autoctona attraverso le attività proposte dalla Scuola alpina.
Inoltre, quale emanazione della FASV è stato fondato l’Istituto alpino di chimica e di tossicologia, al fine trasferire dei servizi nell’ambito di analisi specialistiche legate alla chimica ed alla tossicologia sia in ambito pubblico che privato (in primis l’industria farmaceutica).
Insomma, un network alpino di eccellenza, multidisciplinare, ben radicato nel territorio e nel corpo sociale della sua comunità la cui importanza è stata oltre modo sancita nel 2023 con l’associazione della FASV alla SUPSI, la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana: ciò in quanto le due istituzioni hanno individuato ambiti d’interesse comuni che porteranno allo sviluppo di progetti congiunti, in modo prioritario sui temi legati all’educazione ambientale, allo studio e alla divulgazione dei saperi legati ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità, alle scienze della vita e della Terra in generale e alle scienze forensi. La collaborazione si estenderà anche alla promozione di progetti di Citizen science principalmente sui temi ambientali, ai mountain studies, e dunque a tutte quelle forme di saperi e pratiche che si preoccupano di garantire un’educazione al territorio e ad altri temi d’interesse comune che emergeranno nel corso del tempo.
Ecco. Sapete quando alcuni se ne escono con certe frasi fatte del tipo «Senza il turismo la montagna muore!» oppure «Non ci sono alternative all’economia turistica!» eccetera? Bene, la FASV, la sua storia, il suo lavoro e i risultati conseguiti dimostrano che sì, la montagna può vivere benissimo anche con attività differenti dal turismo di massa, e non in contrapposizione ad esso ma come elementi di uno sviluppo organico e articolato, con sguardi e prospettive verso il futuro, privo di pericolose e degradanti monoculture (come quella dello sci) e con il fulcro ben piantato nella comunità locale, in modo che i primi a trarre qualsivoglia vantaggio, beneficio e guadagno dal lavoro svolto siano gli abitanti del luogo e le montagne sulle quali abitano, con i loro ambienti naturali, i loro paesaggi, la loro biodiversità, la loro anima.
Per saperne di più sulla Fondazione Alpina per le Scienze della Vita potete visitare il sito web www.fasv.ch, nel quale troverete le sezioni dedicate ai singoli progetti e obiettivi perseguiti dalla Fondazione. Si tratta di un progetto di grande successo e per ciò assolutamente esemplare per molti altri territori montani la cui elaborazione del proprio futuro risulti ancora fumosa e indeterminata. La FASV dimostra bene che veramente la montagna rappresenta un laboratorio di innovazione multiforme e che nelle Terre alte si possono fare innumerevoli cose positive – e si devono fare: d’altro canto, posta la realtà che stiamo vivendo e il suo divenire, iniziative del genere rappresentano il loro vero futuro, ciò che potrà dare alle montagne una prospettiva di sviluppo concreto e duraturo nonché la voglia convinta e consapevole di restare e di vivere lassù ai loro abitanti.
P.S.: eccetto quella in testa all’articolo, tutte le foto presenti sono tratte dal sito della FASV e dalla pagina Facebook.
[Foto di Felix Mittermeier da Pixabay.]Già lo rimarcava più di trent’anni fa Alex Langer che «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile», e in questo tempo tale desiderio non mi pare si sia sviluppato più di tanto. Con tutto piacere di chi continua a sfruttare, turistificare, svendere, consumare gli ambienti naturali anche se particolarmente pregiati e fragili, come quelli di montagna. Ma mentre costoro, escavando le montagne, si stanno scavando da soli la fossa sotto i piedi, il tempo continua a scorrere verso il futuro e tante comunità alpine gli vanno dietro, ben sapendo che a restare con i primi ci si condanna parimenti a fine certa. Quindi, per tornare alle parole sempre attuali di Langer, come si può promuovere la trasformazione ecologico-sociale delle comunità che vivono e abitano sulle Alpi? Un progetto estremamente interessante avviato a dicembre 2025 cerca di dare a questa domanda una buona e valida risposta: si chiama “Alpine Changemaker Network” e combina le tradizioni alpine, che si riflettono nell’arte, nella cultura e nel design contemporanei, con approcci attuali per affrontare le crisi globali e contribuire allo sviluppo di stili di vita sostenibili con ricadute dirette sulla società civile e sulle istituzioni pubbliche e politiche che amministrano i territori alpini.
[Foto di Marcel da Pixabay.]Questo per dimostrare e rimarcare, che mentre quei soggetti sopra citati e la politica ad essi sodale (o viceversa) pretendono pervicamente di mantenere certe realtà di fatto funzionali ai loro interessi ma soffocanti la vitalità e lo sviluppo delle località montane in cui agiscono, altrove di cose belle buone se ne fanno e in molti casi le comunità delle Alpi procedono verso il futuro ben più consapevoli della realtà contemporanea e della necessità ineludibile di un cambiamento ecologicamente equilibrato e armonico con i territori e le loro specificità. Tanto a breve quei soggetti e il loro pseudo-dominio, se non saranno in grado di cambiare a loro volta, imploderanno definitivamente: nel frattempo le Alpi saranno già “altrove”, nel tempo e in spazi più sostenibili, più vivibili, più umani.
Penso spesso – o, meglio, ne sono intimamente convinto – che la montagna non ha bisogno dell’uomo mentre l’uomo ha bisogno della montagna. Esisterebbero lo stesso, le montagne, noi invece esisteremmo senza di esse? Sì, probabilmente, ma non bene come lo possiamo fare grazie ad esse, a ciò che ci sanno dare sia materialmente che immaterialmente, al senso delle nostre vite nelle quali – per le quali – scegliamo di salire verso l’alto, verso le vette, per godere di tutto ciò che ci sanno dare.
Tuttavia, ci sono uomini che servono alle montagne e abbisognano a noi che le frequentiamo (e anche a chi non le frequenta), perché hanno il dono di saper tradurre in voci e parole ciò che le montagne raccontano. E ce n’è bisogno perché molti altri uomini la montagna non la vogliono e non la sanno ascoltare, così da lasciare libera la propria prepotenza verso di essa con tutte le conseguenze dannose che ne inevitabilmente derivano.
Matteo Righetto è uno di quegli uomini, una di quelle persone che ci aiuta ad ascoltare, conoscere, comprendere le montagne: con la sua attività culturale, i suoi libri (bellissimi, da leggere assolutamente) e con “Per Silenzio e Vento”, il film che lo vede protagonista e che sarà presentato in anteprima nazionale sabato 25 aprile al Trento Film Festival 2026, del quale sarà l’evento di apertura: date un occhio qui per saperne di più.
La domanda da cui nasce il film è proprio quella accennata: se la montagna potesse parlarci, sapremmo ascoltarla? Da tale interrogativo si sviluppa il cammino e il racconto di “Per Silenzio e Vento” tra vallate e vette dolomitiche, un cammino che per Righetto si fa viaggio interiore nel quale l’alpinismo, il salire verso l’alto sulle vette montane, assume significati nuovi: diventa ascolto, relazione, responsabilità, esplorando il legame spirituale tra l’essere umano e l’ambiente montano. Un legame che ogni uomo ha dentro anche se poi non tutti manifestano frequentando le montagne, che le rende necessarie per chiunque come detto. Attraverso lo sguardo di Matteo Righetto e il suo incontro con alpinisti, studiosi e persone che in montagna vivono e lavorano (Reinhold Messner, Erri De Luca, Enrico Camanni, Katharina Lunger, Wafaa Amer), il film riflette sul valore etico dell’alta quota in un’epoca di crisi ecologica e di pressione turistica.
Trovate maggiori informazioni su “Per Silenzio e Vento” qui e, se potete e ne avete l’occasione, andate a vederlo. Sono certo che sarà un’esperienza che vi lascerà molto di buono e importante nella mente, nel cuore e nell’animo. Qualcosa di cui anche le montagne hanno bisogno.