La montagna ha bisogno di una politica olistica

[Veduta di Scanno, provincia di dell’Aquila. Foto di claude_star da Pixabay.]
Per gestire al meglio – politicamente, e non solo – i territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, la visione alla base della loro gestione deve essere necessariamente olistica, al fine che il risultato finale sia più della somma delle parti di cui è composto, che è poi la definizione di “olismo”.

In parole più semplici, facendo un esempio concreto: se si realizza qualcosa nell’ambito turistico, ciò dovrà comportare ricadute positive anche per il territorio nel quale si realizza, per la comunità che lo abita, per la socialità diffusa, la cultura, eccetera. Idem, se si interviene con qualsiasi opera sul territorio, questa dovrà saper apportare vantaggi alla comunità residente ma pure attrattiva potenziale per il turismo, contribuendo alla cultura locale, alle reti sociali territoriali e così via.

Non è difficile come sembra, anzi: nella maggior parte dei casi basta che ciò che si fa sia ben pensato, ben realizzato e basato sul più ordinario buon senso. In questo caso il risultato finale sarà più della somma delle parti di cui è composto proprio perché apporterà vantaggi diffusi a tutte le parti, che ne potranno fare tesoro per svilupparli nello stesso modo olistico.

Invece oggi, spesso, sembra che la politica locale agisca in base a una visione sostanzialmente individualistica e riduzionistica, funzionale unicamente a se stessa e focalizzata su un unico punto, con tutto il resto d’intorno che viceversa è come se non avesse importanza. Se ad esempio si realizza un’infrastruttura turistica mirando a ricavarci più tornaconti specifici possibile senza considerare le sue ricadute su ogni altro elemento che compone la realtà territoriale locale, quell’infrastruttura farà forse guadagnare qualcuno ma inesorabilmente finirà per causare problemi al luogo e a tutti gli altri che lo abitano: ciò proprio perché si rivelerà pensata senza una visione omnicomprensiva e pienamente contestuale al luogo e alla sua realtà ma, probabilmente, dando più peso a certi aspetti – e conseguenti fini – trascurando gli altri.

È un po’ come cucinare un piatto la cui bontà sia apprezzata e metta d’accordo tutti: bisogna saper bilanciare tutti gli ingredienti necessari nelle loro giuste dosi equilibrandone i sapori affinché ciascuno collabori al buon risultato finale. Se tra quegli ingredienti vi fosse – ad esempio – il peperoncino e chi cucina il piatto esageri la dose perché a lui piace un sacco oppure perché glielo chieda uno dei commensali, il piatto finale sarà conseguentemente gradito solo a lui scontentando tutti gli altri. I quali, se la cosa dovesse reiterarsi, ci penseranno bene dal tornare a mangiare i piatti di quel “cuoco” andandosene altrove.

Ecco, in fondo è lo stesso motivo per il quale certi progetti imposti dalla politica ai territori montani presentati come “un antidoto” allo spopolamento e un “supporto” all’economia locale, invece di attenuarli o risolverli finiscono per aggravare tali aspetti. Manca la visione olistica, non c’è alcuna crescita e tanto meno reale valorizzazione del capitale territoriale, che è poi il patrimonio collettivo fondamentale che permette alle persone di vivere pienamente il territorio ovvero di sviluppare in esse la consapevolezza del poterlo abitare vantaggiosamente e, di contro, di fare dello stesso abitare una pratica di sviluppo virtuoso del territorio a vantaggio di chiunque, anche del visitatore occasionale – turista o meno. Una condizione olistica, appunto.

Purtroppo, la sensazione vivida è spesso che le politiche di gestione territoriale messe in atto dagli enti pubblici locali il solo “spopolamento” che vogliano contrastare è quello del consenso – materiale e immateriale – verso la loro parte, mentre di quello demografico e di tutto quanto ne sia conseguenza (non di rado drammatica per territori fragili come quelli montani) a quelli poco o nulla interessa: come fosse un mero effetto collaterale esterno al sistema sul quale campano, da non considerare e amen.

Una “grande diga” in Brianza?

[Una veduta della Brianza, con il primo piano il Lago di Pusiano, dalla sommità del Monte Cornizzolo, Immagine tratta da www.trekkinglecco.com.]
Forse non tutti sanno che (cit.) anche in Brianza esiste una grande diga.

«In Brianza? Com’è possibile? In Brianza non ci sono che dolci e piatte colline e nessuna vallata come quelle montane!» forse qualcuno di voi esclamerà.

È possibile, invece: si tratta del Cavo Diotti, una “grande diga” che regola le acque del Lago di Pusiano, il maggiore dei laghi briantei, sita a Merone a sud ovest del bacino lacustre.

Ma devo fare una premessa, al riguardo: una «grande diga» è, per definizione di legge, «uno sbarramento di ritenuta (diga o traversa fluviale) di altezza superiore a 15 m o che realizza un serbatoio artificiale di volume superiore a un milione di metri cubi di acqua». Lo sbarramento del Cavo Diotti è alto poco più di due metri e largo una decina scarsa, tuttavia è in grado di regolare ben 15 milioni di metri cubi delle acque del Lago di Pusiano, che in totale ne contiene 81 milioni di metri cubi. È dunque, tecnicamente e idrologicamente (nonché per legge, appunto), una «grande diga» in piena regola ma, viste le sue dimensioni, la si potrebbe tranquillamente definire la più piccola grande diga d’Italia!

Non solo: il Cavo Diotti è considerata anche la più antica diga italiana ancora in attività, essendo entrata in servizio nel 1812 – ma con ideazione originaria ancora precedente, nel 1793 – grazie all’intuizione dell’avvocato Luigi Diotti e con l’idea di costruire un emissario artificiale del lago di Pusiano in modo da regimentare le piene e disciplinare il flusso delle acque del fiume Lambro, di vitale importanza per l’economia briantea dell’epoca. In tal senso rappresenta anche uno dei primi esempi in assoluto di opera di prevenzione contro il dissesto idrogeologico: da più di due secoli la diga assume il fondamentale ruolo di rilasciare l’acqua del Lago Pusiano nei tempi e nei modi previsti dall’uomo, per garantire incolumità alle persone e salvaguardia del territorio mitigando le potenziali ondate di piena.

Negli anni Ottanta del Novecento il manufatto, fino ad allora mai restaurato, fu dismesso ma le piene dei primi anni Duemila ne dimostrarono e riaffermarono l’utilità strategica – peraltro crescente, vista la realtà climatica in divenire e le sue conseguenze meteorologiche. Così nel 2016, dopo due anni di lavori di manutenzione straordinaria, il Cavo Diotti ha riaperto, tornando a proteggere la Valle del Lambro settentrionale e il territorio brianzolo contiguo dagli eventi idrici estremi.

Posta la sua piccola taglia dimensionale, è pure una diga “nascosta”, difficile da trovare senza adeguate indicazioni; di contro è un bene inserito nei “Luoghi del Cuore” del FAI ed è visitabile anche giungendovi in navigazione dal lago: un’esperienza particolare che consente di scoprire la diga e esplorare la bellissima area dell’emissario naturale del lago, dal quale ad un tratto devia l’emissario artificiale – il “Cavo” vero e proprio –  che infine conduce allo sbarramento.

Per saperne molto di più (e ammirare numerose immagini, dalle quali provengono quelle che vedete qui) su questa sorprendente piccola/grande diga brianzola potete leggere questo bell’articolo dal sito web del Lake Pusiano Eco Team, meritoria associazione che opera in vari modi nella tutela dell’ambiente del Lago di Pusiano e nella sensibilizzazione collettiva al riguardo.

Fioccano milioni di Euro sulle stazioni sciistiche. Per farci cosa?

[Le piste di Ceresola, nel comprensorio dei Piani di Bobbio, ieri 26 dicembre alle ore 16.00. Qui arrivano 10 milioni di Euro. Immagine presa da qui: https://pianidibobbio.panomax.com/ceresola.%5D
C’è proprio da essere curiosi di constatare come verrà spesa la montagna di soldi che sta arrivando in molte località sciistiche – lombarde ma non solo, immagino – della quale si è letto sui media nei giorni scorsi (ad esempio qui). Una curiosità che alimenta lo stesso Sottosegretario Sport e Giovani di Regione Lombardia nell’annunciare la notizia: «Sono certa che queste risorse verranno investite al meglio, nel rispetto della montagna e per dare ai numerosi appassionati i servizi migliori». Be’, più che «nel rispetto della montagna», in quello dei bilanci dei gestori dei comprensori sciistici destinatari dei finanziamenti (traggo l’elenco dallo stesso articolo lì sopra linkato):

  • I.T.B. Industrie Turistiche Barziesi (Piani di Bobbio – LC) per 10 Milioni di €;
  • Baradello 2000 (Aprica e Corteno Golgi – SO e) per circa 1,6 Milioni di €;
  • I.T. Società Impianti Turistici (Ponte di Legno – BS) per 10 Milioni di €;
  • R.T.A. (Monte Pora – BG) per 2.392.000 Milioni di €;
  • I.T.A.S. Società Impianti Turistici e Attrezzature Sportive (Livigno – SO) per 7.727.000 Milioni di €;
  • BELMONT Foppolo (Foppolo – BG) per 2.715.000 Milioni di €;
  • SKI AREA VALCHIAVENNA (Madesimo – SO) per 431.871 mila €;
  • RI.S Impianti di Risalita Spiazzi (Spiazzi di Gromo – BG) per 6.628.000 Milioni di €;
  • SITA Società Industrie Turistiche Aprica (Aprica – SO) per 9.066.930 Milioni di €;

Sapranno costoro investire queste risorse al meglio, come se ne dice certa la citata Sottosegretario, ovvero: cosa sarà il “meglio” per i destinatari delle risorse? Pagarsi le spese dell’innevamento artificiale indispensabile per tenere aperte le piste da sci (come afferma lo stesso Sottosegretario)? Coprire i buchi nei bilanci che se la stagione in corso non diventerà nivologicamente e climaticamente più favorevole si allargheranno ulteriormente? (Interessante notare che alcuni dei comprensori lì sopra citati e finanziati in questi giorni hanno le piste chiuse o grosse difficoltà a mantenerle aperte per mancanza di neve e di condizioni climatiche idonee.) Investire in nuovi impianti di risalita e altre infrastrutture al servizio dello sci, nonostante quanto ho appena denotato riguardo la realtà ambientale in divenire? (Altrettanto interessante rimarcare che quasi tutti i comprensori finanziati hanno le piste per la gran parte situate sotto i 2000 m di quota, sotto la quale praticare lo sci sta diventando sempre più difficile e economicamente insostenibile.)

[Le piste del Monte Pora, sempre ieri 26 dicembre alle ore 15.50. Qui arrivano quasi 2,4 milioni di Euro. L’immagine è presa da qui: https://montepora.panomax.com/cimapora.%5D
Insomma, non si può che essere veramente curiosi e augurarsi che le “certezze” al riguardo del Sottosegretario siano condivisibili, ecco.

[Le piste dell’Aprica oggi, 27 dicembre alle ore 07.20. Qui arrivano quasi 11 milioni di Euro. Immagine presa da qui: https://www.apricaonline.com/it/webcam.%5D
Nota finale: come ho già affermato in passato, è “curioso” pure constatare come a fronte di così tanti soldi pubblici elargiti ai gestori dei comprensori sciistici «nel rispetto della montagna» non si riscontra un similare entusiasmo politico, amministrativo e finanziario verso iniziative concrete che sostengano direttamente la quotidianità delle genti che abitano la montagna. Ci sono così tanti soldi per le piste da sci o per le ciclovie e il turismo in generale e non ci sono per i servizi di base, la sanità territoriale, i trasporti pubblici, le scuole, la cultura, la manutenzione stradale e dei manufatti pubblici, i supporti necessari allo sviluppo dell’imprenditoria delle economie circolari locali… possibile?

Speriamo che chi di dovere sappia soddisfare anche quest’ultima fondamentale curiosità.

Le bocciofile, un luogo di socialità paesana in via di estinzione

Come per ogni altra cosa, anche per i territori montani i giovani rappresentano la speranza di un futuro più virtuoso rispetto a quanto fatto di sbagliato, sovente, fino a oggi: è tanto banale dirlo quanto necessario ribadirlo. Ma nei piccoli paesi di montagna, e in generale nei centri minori, è la popolazione anziana a rappresentare la maggioranza residente: cittadini al pari di tutti gli altri ma, come viene da pensare, spesso trascurati dalla politica locale. Fino a qualche tempo fa tali cittadini “diversamente giovani” trovavano in ogni loro paese un luogo di ritrovo caratteristico, tradizionale e di notevole valenza sociale: le bocciofile. Ce n’era almeno una con relativo bocciodromo (i due termini sono sostanzialmente sinonimici) in ogni comune, anche nel più piccolo, diverse in quelli più grandi; da anni sono ormai in via di estinzione. Basti vedere qui sotto la mappa di Google della zona a nord di Milano, tra Bergamo, Lecco e Como, e constatare quante bocciofile vengano segnalate:

Un tempo ce n’erano in ogni paese, ribadisco: decine e decine, nella porzione di territorio sopra mappata.

Perché si è lasciato che chiudessero? Non sono ancora passate le generazioni che intorno ai campi di bocce si radunavano e si radunerebbero ancora, salvaguardando una socialità preziosa e fondamentale per chi la vive oltre che per la vitalità dei paesi stessi. Sarebbero ben vive e frequentate anche attualmente, c’è da scommetterci. Oggi molti di quegli anziani li si vede vagare, e così passare le loro giornate, tra le corsie degli ipermercati – parlo per esperienza diretta e costante: dalle mie parti la chiusura delle bocciofile è avvenuta in contemporanea all’apertura dei primi grandi discount. Sarà stata una coincidenza, forse, o magari no. In ogni caso, meglio che si svaghino giocando a bocce, a carte ovvero altro del genere in quei circoli di paese, oppure nei meandri del turboconsumismo contemporaneo o chiusi in casa sorbendosi le immani stupidaggini della TV di oggi?

I tempi cambiano, i costumi sociali idem e il modus vivendi altrettanto, lo so bene. Potrà apparire una riflessione meramente e ingenuamente retorica, la mia, ci sta. Tuttavia, a mio modo di vedere, potrebbe anch’essa risultare significativa di quella realtà, sicuramente problematica, che affligge le cosiddette “aree interne” del nostro paese. Territori ricchissimi di cultura vernacolare lasciati troppo spesso al loro destino per trascuratezza politica, quando non sciatteria, e per incapacità di comprenderne le reali potenzialità – ne ha scritto mirabilmente al riguardo l’amica Anna Rizzo nel suo I paesi invisibili. Che poi si tratti di preservare ovvero di (ri)aprire bocciofile, circoli e similari luoghi di ritrovo e socializzazione paesana oppure di altri interventi, pratiche, iniziative più articolate e strutturali, credo sia comunque un tema che nel complesso resta troppo ampiamente sottovalutato. Con effetti che poi ricadono sull’intera comunità, giovani inclusi.

P.S.: per fortuna dalle mie parti ancora qualche bocciofila che resiste e, anzi, risulta ben vitale c’è, come spiega questo articolo dal quale ho tratto le immagini che vedete qui sopra.