Sul progetto del ponte tibetano in Valvarrone (Lecco): il vivace dibattito, le considerazioni, le proposte e alcune “risposte”

L’articolo da me pubblicato qualche giorno fa sul paventato progetto di un ponte tibetano in Valvarrone, nella zona dell’Alto Lario in provincia di Lecco, ha suscitato un ampio e assai vivace dibattito in zona e non solo. Nell’articolo chiedevo se fosse proprio quella proposta l’opera più adatta a rilanciare il territorio in questione e a contrastarne le fenomenologie socio-culturali purtroppo solite in molti territori montani (spopolamento, abbandono, mancanza dei servizi di base, eccetera), a fronte di un recente studio (luglio 2023) del Politecnico di Milano sviluppato per Regione Lombardia e per la definizione delle azioni relative alla Strategia Nazionale delle Aree Interne nella quale la zona in oggetto è compresa che invece ha indicato altre priorità per la Valvarrone: «l’accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; la governance e la capacità istituzionale».

Il gran dibattito suscitato mi rende molto contento, perché in queste circostanze un confronto franco e condiviso, al netto dei soliti incivili per i quali tutto il mondo è paese, è ciò che più serve per definire le questioni dibattute, nella speranza che chi ne detenga la gestione sappia ascoltare e compendiare la sostanza del dibattito al fine di ricavarne le migliori indicazioni possibili.

Tra i tanti commenti, ho avuto il piacere di leggere due, in particolare. Il primo è di Roberto Battista, consigliere del comune di Sellano in Valnerina, Umbria, luogo nel quale ci si appresta a installare proprio un ponte tibetano. Battista nel suo messaggio, pubblicato in origine come commento al mio articolo sul blog e poi ripreso anche su “ValsassinaNews”, la testata sulla quale il dibattito si è sviluppato, mi ha illustrato come sia nata la decisione di approvare la realizzazione del ponte. Data la lunghezza ve ne riporto solo un breve estratto; lo potete leggere interamente su “ValsassinaNews”, come detto:

Sono un consigliere del comune di Sellano, in Valnerina, Umbria, dove tra qualche settimana verrà inaugurato “l’ennesimo ponte tibetano”.
Ho letto con interesse l’articolo, che pone delle domande più che legittime, domande che sono tra le tante che come amministrazione comunale ci siamo posti prima di decidere di procedere con la costruzione del nostro ponte.
La situazione dei piccoli paesi delle aree interne è simile su tutto il territorio nazionale, fiumi di parole sono stati spesi per analizzare problemi e possibili soluzioni, il più delle volte da persone che hanno una conoscenza per lo più teorica del soggetto. […] La nostra decisione di procedere con l’edificazione del ponte fa parte di un progetto del quale il ponte stesso è solo la punta dell’iceberg, la parte visibile e spettacolare intesa a supportare tutto ciò che ci sta intorno. […]

Al netto delle rispettive opinioni, ho apprezzato molto le osservazioni con le quali Battista ha illustrato la genesi del loro ponte e la decisione per nulla facile di approvarlo; ancor più ho apprezzato il fatto che a Sellano si dimostrino ben consci dei rischi che un’opera del genere impone, e che per cercare di controllarne le conseguenze abbiano costruito intorno al ponte – o per meglio dire insieme all’azione del ponte – un progetto di sviluppo socioeconomico su base culturale che, per certi aspetti, ritengo sia l’unica cosa che possa rendere accettabile la realizzazione di un manufatto del genere. Comunque non giustificabile, dal mio punto di vista, ma quanto meno si mettono in essere quegli strumenti con i quali si possa cercare di controllare le derive i cui pericoli restano, in primis quello per il quale il luogo ove trova sede un ponte tibetano, che notoriamente attira un turismo molto attratto dal famigerato «effetto wow!» e molto poco dal contesto culturale d’intorno – paesaggistico, architettonico, artistico, eccetera – ne diventi un ostaggio, e la cui fama si leghi poi solamente alla frequentazione massificata del ponte mettendo in ombra ogni altra rilevanza del luogo, nonché – e soprattutto – il valore positivo di quelle rilevanze e delle ricadute altrettanto benefiche per la comunità residente. Per questo io resto fermamente contrario a infrastrutture turistiche come queste: non tanto per l’opera in sé quanto per il modello turistico che rischia di imporre inesorabilmente all’intero territorio, soggiogandolo alla propria presenza e annullando i benefici di qualsiasi altra iniziativa ben più sostenibile e di qualità. Certo, si può pensare di utilizzare il ponte tibetano come “specchietto per le allodole” da attrarre verso tutto il resto di migliore che il luogo sa offrire, posso capire un tale eventuale fine: ma mettere in relazione il turismo basso e massificato con quello alto e a basso impatto è assai difficile, il rischio principale è che il primo, per la sua natura ben più impattante, finisca per far scappare il secondo, come si registra in molte località nelle stesse circostanze. Battista chiude il proprio intervento proprio chiedendosi se saranno capaci di fare ciò che in pratica io ho denotato con altre parole. È quanto mai necessario che il sistema territoriale integrato che a Sellano è stato pianificato, per come ne ha scritto Battista, sia basato su alcuni step e obiettivi di alta qualità ineludibili e che possegga una visione temporale protesa il più possibile nel tempo. Un sistema che giustamente comporti che «il turismo sia solo una componente e il pretesto per rimettere in moto tutto il meccanismo della comunità» ma che abbia fin da ora gli strumenti per svincolare il luogo e la sua comunità dall’apporto della frequentazione turistica: non per eliminarla, anzi, ma per svilupparla sempre più come un vero e proprio valore aggiunto, e non solo un ingrediente al pari degli altri, in un tessuto socioeconomico nuovamente in grado di stare in piedi e camminare da solo e, soprattutto, di fare comunità, il vero segreto per la resilienza negli anni futuri dei piccoli paesi.

L’altro commento che forse ho contribuito a sollecitare e mi ha fatto piacere leggere è invece quello del sindaco di Valvarrone, Luca Buzzella, parimenti pubblicato da “ValsassinaNews”: di nuovo, nonostante le visioni differenti e il tono un poco acido (ma comprensibile), l’ho trovato interessante perché ha messo in luce molti degli aspetti correlati alla questione del ponte tibetano progettato che altrimenti sarebbero difficilmente potuti diventare di dominio pubblico se non per pochi diretti interessati, oltre ad alcune importanti iniziative già realizzate dalla sua amministrazione per le quali non si può che essere grati.

Sulle sue osservazioni in merito a quanto riportato nell’articolo di “Salire” nr.47, il notiziario trimestrale del gruppo regionale lombardo del Club Alpino Italiano, è bene che rispondano i diretti interessati, se ritengono il caso di farlo. Io dico solo che quell’articolo non mi è sembrato affatto pieno di «inesattezze» o di «informazioni non esatte», e propone un’idea di frequentazione del luogo sicuramente interessante e apprezzabile oltre che ben più culturalmente consona agli scopi prefissi dall’amministrazione locale, legati in particolar modo alla fruizione turistica dell’area mineraria di Lentrèe, al netto che possa piacere o meno e per come se non possa discutere la fattibilità e la convenienza. Peraltro, quanto scritto su “Salire” è perfettamente in linea con la posizione ufficiale del Gruppo Giovani del Club Alpino Italiano il quale, in occasione del recente 101° Congresso Nazionale ha istituito un tavolo di lavoro su questo tema in coordinamento con la Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano, come è stato riportato su “Lo Scarpone” qui. Dunque opinioni non certo campare per aria, quelle espresse nel trimestrale del CAI lombardo, ma basate su considerazioni già ampiamente articolate: vi si può essere d’accordo o meno ma non si possono certo liquidare in maniera troppo superficiale.

Per il resto, non mancano inesattezze nemmeno in quanto sostenuto dal sindaco Buzzella. Innanzi tutto, il rimarcare che «Ci serviva proprio uno studio! non l’avevamo capito!» riguardo le carenze del suo territorio il sindaco lo dovrebbe fare in primis a Regione Lombardia, che ha commissionato lo studio del Politecnico di Milano del quale ho riferito i risultati nel mio articolo originario nell’Accordo di Collaborazione tra la Regione e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico milanese per l’attuazione del progetto “La costruzione della Strategia regionale aree interne nel ciclo di programmazione europea 2021 – 2027” approvato con DGR n. 5577 del 23 novembre 2021. Uno studio istituzionale su base accademica, dunque, non la sparata di qualche professorone saputello, che rende l’atteggiamento al riguardo del sindaco, mi permetto di dire, poco corretto. D’altro canto egli stesso segnala che vi sia ancora molto da fare, nell’ambito della Strategia, per il suo territorio, al netto della «grande fatica» segnalata per mantenere attivi i servizi di base territoriali, sforzo certamente encomiabile.

Inoltre, la testimonianza di Roberto Battista sul ponte tibetano di Sellano, della quale vi ho scritto poc’anzi, rimarca un’iniziativa non così simile a quella presentata per la Valvarrone, anche se può essere funzionale dire che lo sia (quella di Sellano ricorda invece il progetto del “Ponte nel Cielo” della Val Tartano, a ben vedere). E, come ho rimarcato poco sopra, a Sellano si è fatto del ponte tibetano un elemento posto sullo stesso piano di altri che compongono un progetto di rinascita socioculturale del luogo, nel quale sembra vi sia presente una buona consapevolezza dei rischi a cui si deve far fronte con infrastrutture come quelle qui in discussione. Mi auguro che il «progetto complesso» che la Valvarrone sta portando avanti possa presentarsi con simile consapevolezza, visione strategica e capacità di fare comunità, prima di fare «Un’attrazione sensazionale, che potrebbe attirare migliaia di turisti!» – parole presumibilmente proferite dal sindaco e riportate in questo articolo.

Tocca quindi rimarcare una nota desolante: quel commento per il quale «Ma la cosa che mi urta è il voler imporre con supponenza un solo pensiero, quel famoso pensiero unico a cui danno fastidio pure le CROCI SULLE VETTE! Vi ricordate?» (Sic). Ma che c’entrano nel dibattito il pensiero unico e le croci sulle vette? Della cui questione, peraltro, il sindaco Buzzella dimostra con tale affermazione di non aver capito la sostanza, ovvero di interpretarla in maniera del tutto ideologica, tentando di spostare in tale fangoso ambito il dibattito. Tentativo al quale sfuggo immediatamente: me ne sto ben distante da qualsiasi ideologia, preferisco continuare a riflettere e dibattere nell’ottica del più consono buon senso, come dovrebbe sempre accadere quando si ha a che fare con ambiti delicati e preziosi come quelli montani.

Infine, nell’accusa rivolta dal Sindaco di denigrare, di gettare delle ombre, nell’invito a restare umili eccetera, risiede il rischio opposto, ovvero che la carenza di umiltà e di rispetto verso i propri interlocutori venga proprio da chi pare non voler accettare alcuna interlocuzione solo perché la parte “opposta” sostiene opinioni che non piacciono e risultano contrarie ai propri intendimenti. Forse ci si dimentica che per entrambe le parti ciò che sperabilmente conta deve essere la valorizzazione (termine ambiguo, ma tant’è) e lo sviluppo del territorio della valle e del benessere della comunità che lo abita, innanzi tutto a suo favore e poi di qualsiasi altro portatore d’interesse – villeggiante, turista, operatore economico, imprenditore, eccetera. Sviluppo capace di generare valore per il quale si possono formulare idee e progetti differenti e meno male che sia così: posto ciò si mettono sul tavolo quelle idee, ci si confronta, si dibatte, si ragiona, in breve sui mette in atto il metodo migliore possibile per trovare le soluzioni altrettanto migliori oltre che più condivise a beneficio del territorio, dei suoi abitanti e per entrambi del loro futuro. Questo è anche l’unico modo per poter considerare un’opzione altamente critica e impattante come la realizzazione di un grande ponte tibetano nel paesaggio della Valvarrone, inserita in un ben più ampio e articolato progetto di sviluppo territoriale – anche turistico, certamente – di quello che, al momento, pare sia stato pensato per la Valvarrone, al netto di quanto sia già stato realizzato in loco e per cui non si può che essere grati e riconoscenti verso l’amministrazione locale. Ciò da un lato perché «Per salvaguardare la pacifica convivenza tra chi è a favore e chi è contrario è comunque necessario saper attribuire un valore corretto a quello che viene perso e quello che viene guadagnato con queste infrastrutture per poter limitare le ripercussioni e offrire le migliori opportunità per il futuro» (sono parole emerse dal tavolo di lavoro del CAI), e dall’altro lato perché strutture del genere «portano a una omologazione del paesaggio, della fruizione della montagna che rischia di essere persino controproducente rispetto agli obiettivi di questa proposta di valorizzazione turistica. Per rendere seducenti i territori montani a volte sono necessari interventi di carattere minuto, ma soprattutto una narrazione accattivante, capace di cogliere e di evidenziare la poesia e il fascino degli elementi già esistenti. Degli elementi capaci di rendere un territorio unico». Parole di Antonio De Rossi, uno dei più importanti architetti italiani, attivo soprattutto nei territori montani sia alpini che appenninici. Sicuramente lui di “inesattezze” su tali questioni non ne scrive.

Ecco, a tal proposito: non è che il vero “pensiero unico” qui è quello che sta alla base delle decine (se non centinaia) di ponti tibetani nonché di tutti gli altri manufatti turistici (panchine giganti, passerelle panoramiche, eccetera) già esistenti un po’ ovunque e tutti quanti sostanzialmente uguali? Magari no, o forse sì: meglio pensarci sopra bene, in ogni caso.

P.S.: cliccando qui trovate gli altri articoli dedicati al progetto del ponte tibetano della Valvarrone.

Il Lago Bianco al Gavia: non dimenticare per evitare che a primavera la devastazione riprenda

Lassù, al Passo di Gavia, tutto è immoto e silente. Il regno della quiete invernale è rotto solo dalle intemperanze del tempo meteorologico, ma la coltre di neve che ammanta il paesaggio lo protegge anche dalle buriane che a volte impazzano lungo l’ampia sella.

Anche il Lago Bianco è protetto, ora, da ogni cosa e soprattutto dall’insensatezza degli uomini che, fino a quando il meteo lo ha consentito, si sono arrogati il diritto di distruggere le sue rive, quelle che danno verso la Valtellina, per compiacere chi vorrebbe rubare le acque del lago per innevare artificialmente le piste di Santa Caterina.

Ora, come detto, la neve che speriamo abbondante ancora a lungo nasconde lo spaventoso cratere e il silenzio della montagna sospende lo sconcerto e la rabbia di chiunque abbia potuto constatare il disastro. Un silenzio ben più nobile e puro di quello reiterato per troppo tempo di chi doveva parlare e non lo ha fatto in quanto mandante e complice del danno cagionato al Lago Bianco: il settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio con i suoi responsabili, innanzi tutto, poi gli enti locali a partire dai comuni interessati – Santa Caterina e Bormio – fino a Regione Lombardia. Un silenzio, questo di tali soggetti, tanto deprecabile quanto del tutto significativo sul loro atteggiamento verso il luogo, il suo ambiente, il paesaggio e verso le montagne in generale. Poi, spinti da chi invece non è mai stato in silenzio, ovvero le migliaia di frequentatori della montagna che hanno cominciato a denunciare ciò che stava accadendo al Gavia, anche quei soggetti responsabili del disastro hanno dovuto parlare – l’hanno fatto a ottobre inoltrato quando ormai il danno era stato fatto – ma hanno detto cose quasi cadendo dalle nuvole, sostenendo che «forse c’era un errore», «Il progetto è da rivalutare», «Verificheremo la situazione». Un enorme cratere scavato in una torbiera alpina più unica che rara, in zona di protezione integrale sancita dallo stesso regolamento del Parco Nazionale dello Stelvio “forse un errore”? Cos’è, un bislacco tentativo di fare dietrofront di fronte al danno palese oppure una presa in giro per cercare di svicolare e lasciare che la pausa invernale distolga l’attenzione sulla questione?

Come ha scritto l’amico Davide Sapienza, «Su, al Gavia, l’inverno tiene lontane ruspe e traffico, ma poi la primavera torna e la stupidità istituzionale si ripresenterà intatta.» Esatto, il pericolo è proprio questo, che i maledetti mandanti di un tale delitto perpetrato alle nostre montagne – perché di questo si tratta – tentino di approfittarsi del silenzio invernale per mettere a tacere le voci contrarie ai lavori e, a primavera, riaprire indisturbati il cantiere per finire l’opera e portare a termine il delitto ai danni del Lago. E, considerando come si sono comportati finora, il pericolo è più che concreto.

Invece no. NOI NON DIMENTICHIAMO.

E non restiamo zitti e non lo resteremo mai. Come ha fatto l’amico Matteo Lanciani nel recente question time in Regione Lombardia – che al riguardo ha fornito risposte al solito insufficienti e ambigue – e come farà di nuovo Lanciani insieme a Fabio Sandrini a Salò, giovedì prossimo:

Quello che è avvenuto e forse tornerà ad avvenire a breve al Lago Bianco è uno dei casi più sconcertanti e emblematici di quell’assalto alle Alpi (per citare il titolo del noto volume di Marco Albino Ferrari) le cui manifestazioni troppo spesso ci troviamo di fronte e di frequente in territori e luoghi di straordinaria bellezza che non meriterebbero tanta dissennatezza ma solo attenzione, sensibilità, cura e una frequentazione in armonia totale con i luoghi. È ora di smetterla una volta per tutte con questi disastri così privi di logica, di rispetto per le montagne, visione del loro futuro, buon senso.

Il Lago Bianco deve essere salvato da tutto ciò: ne va del suo ambiente, del suo paesaggio, di chi lo vuole godere in tutta la sua bellezza e ne va del futuro di tutte le nostre montagne. Tutte.

P.S.: l’immagine in testa al post è di sabato 10 febbraio scorso ed è presa da qui; il Lago Bianco resta alle spalle e poco fuori dalla visuale della camera, sulla destra.

I Piani Resinelli, tra splendore e trascuratezza

[La Grignetta dal Parco Valentino alle pendici del Monte Coltignone, con la casa-museo Villa Gerosa-Crotta.]
Qualche giorno fa sono tornato ai Piani Resinelli, passeggiando da “turista della domenica” per la località attraverso i percorsi più frequentati, e l’impressione che ne ho ricavato da quelle ore trascorse lassù è sostanzialmente la stessa che ho elaborato altre volte: quella di stare in un terreno aurifero nel cui mezzo è incastonato un diamante di purezza assoluta ma sempre troppo impolverato e trascurato al punto da non brillare come potrebbe. Oppure, per usare un’altra immagine metaforica, una galleria d’arte ricca di opere di gran pregio e con al centro un capolavoro assoluto, ma frequentata come fosse un supermercato o una sagra paesana e popolana.

Invero i Piani Resinelli sono una specie di straordinario capolavoro geografico: un luogo meraviglioso, dotato di un paesaggio eccezionale e di un’anima profondamente alpestre, che suscita percezioni di ambiti montani lontani e ben più vasti e vibra di un’energia che fluisce giù dalla sempre sorprendente Grignetta, scultura dolomitica la cui visione lascia inevitabilmente a bocca aperta – anche alla milionesima veduta come nel mio caso – e potente manifestazione materiale del Genius Loci, permeando vitalmente ogni angolo dei Piani. E tutto ciò, a pochi km in linea d’aria (e qualcuno di più su strada) dalla città di Lecco e dalla sua caotica dimensione urbana, già pienamente da hinterland di Milano. Vai sul Coltignone, il monte il cui corpo sorprendentemente ambiguo (dolci versanti di boschi e prati a nord, scoscendimenti e precipizi verticali a sud) separa i Resinelli dal bacino del lago di Lecco e del fiume Adda e, se ti giri da una parte, vedi la gran distesa di cemento che dai suoi piedi di estende verso Milano, mentre se ti volti dall’altra dalla prima subito te ne distanzi moltissimo e godi dell’immagine della montagna più autentica e per molti versi “selvaggia” (le innumerevoli guglie della Grignetta aiutano molto a suscitare questa fantasia), come se già fossi chissà dove sulle Alpi e chissà quanto lontano dalla civiltà. Che invece è lì ai tuoi piedi, al punto da udirne costantemente il minaccioso rumore bianco di sottofondo.

[I Piani Resinelli – o meglio una parte di essi – visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]
Tuttavia, come dicevo, quando salgo ai Resinelli mi sorge sempre l’impressione che resti un luogo sottovalutato, non compreso nelle sue autentiche peculiarità, trascurato ovvero del quale si continua ad avere un’idea impropria, decontestuale. Un’impressione che viene inevitabilmente alimentata anche dalla considerazione di come la località sia gestita politicamente e amministrativamente – ne ho scritto più volte al riguardo, in passato: i Resinelli sono il luogo che nel lecchese più presenta problemi di sovraffollamento turistico – ma per la gran parte è un turismo del fine settimana, «mordi e fuggi» come si dice, che al netto di ciò che può spendere nei bar/ristoranti dei Piani non apporta alcun valore proficuo al luogo e al suo paesaggio ma anzi lo consuma inesorabilmente. La vicinanza alla “civiltà” rende pressoché inevitabile questa realtà ma non per questo la deve trasformare in un motivo di massificazione irrefrenabile della frequentazione del luogo, di un far numeri e quantità a più non posso (spacciandoli per una prova del “successo” turistico della località) trascurando quasi del tutto la qualità che invece la bellezza e la particolarità dei Piani Resinelli imporrebbe. Lo scorso anno mi irritò non poco – e ne scrissi sui media locali – il fatto che, a fronte della eccessiva presenza di auto nei fine settimana e della conseguente carenza di posti auto (peraltro resi a pagamento da maggio 2023), qualche amministratore locale propose di cercare nuove aree da adibire a parcheggio. Ma come?! Già le auto invadono ogni metro quadro occupabile al punto da far sembrare certi angoli dei Piani Resinelli l’area esterna di un grande centro commerciale della periferia milanese, e invece di liberare il luogo da questo cappio soffocante (e inquinante, e degradante, e bruttissimo) ancora si pensa di portarcene sempre di più? Ecco, questo è un esempio tra i numerosi possibili che a mio modo di vedere denota una visione del luogo, da parte di chi ha la responsabilità della sua gestione, superficiale, sottovalutante, trascurata e, se posso dire, anche un po’ offensiva.

[Anno 1972, quando ai Resinelli si sciava abitualmente. Immagine da cartolina in vendita su Ebay.]
Di contro, salendo fuori dai periodi di maggior sovraffollamento, magari in una giornata un poco uggiosa con un Sole assai pallido (condizione fascinosa che per molti aspetti esalta il luogo, ma notoriamente non apprezzata dal turista medio) e dunque senza la distesa quasi uniforme di autovetture in vista e il massiccio passeggio di gitanti che pare d’essere in centro a Milano, la sensazione è appunto quella di un luogo un po’ lasciato a se stesso, con la sublime Grignetta tenuta lì in disparte, suggestivo sfondo per simpatici selfies ma per il resto poco considerata, come fosse una montagna uguale a tante altre – cosa che qualsiasi autentico appassionato di montagne del pianeta Terra sa essere una gran falsità: basti constatare lo stato dei sentieri che salgono sulla Grignetta per capire indubitabilmente ciò che voglio dire (spoiler: lo stato è pessimo, anche per la prolungata mancanza di manutenzione) oppure, ai suoi piedi, ad esempio l’assenza quasi totale di cartelli escursionistici che suggeriscano ai visitatori le più belle mete dei Piani Resinelli e dei loro dintorni raggiungibili a piedi – anche senza essere degli escursionisti esperti. Tutto ciò senza contare la presenza in loco di opere da “luna park alpino” non solo inutili al godimento della bellezza del luogo ma pure inevitabilmente degradanti per esso oltre che visivamente brutte: altro segno di una visione turistica dei Resinelli sovente superficiale tanto quanto omologata a modelli risaputamente rovinosi – ma funzionali allo spendere rapidamente i finanziamenti pubblici e fare “risultato”. E perché poi l’ufficio turistico in loco deve restare chiuso per buona parte dell’anno, aprendo solo nella “bella stagione” nonostante anche quella “brutta” sia bellissima e assolutamente affascinante, ai Resinelli, senza contare che anche in pieno inverno di gente che sale per godersi una giornata all’aria aperta ce n’è eccome? Perché non organizzare iniziative anche nei mesi tardo-autunnali e invernali che permettano la scoperta e la conoscenza delle innumerevoli bellezze dei Piani? Perché considerare il luogo solo come una meta «esotica di prossimità», per usare la significativa espressione coniata dall’antropologo Annibale Salsa, cioè come una specie di giardino pubblico urbano un po’ più distante degli altri dal centro città (dunque conseguentemente fruiti) e non invece per ciò che i Piani Resinelli sanno offrire di ben più culturalmente “spesso” e di valore, ad esempio riguardo i temi dell’educazione ambientale, dell’approccio consapevole al territorio montano, della trasmissione di conoscenza e consapevolezza riguardo gli ambienti e i paesaggi naturali prossimi alle aree più antropizzate e per ciò forse i più importanti a nostra disposizione?

[Vestigia abbandonate e arrugginite di un tempo che fu, nei boschi sopra i Piani Resinelli.]
Insomma, avete sicuramente capito cosa intendo dire. Qualcuno potrebbe anche ritenere che sia meglio così, che se i Resinelli restassero in questo stato piuttosto brado invece di subire una ancor maggiore turistificazione, per quello che spesso ciò comporta di deleterio come le cronache al riguardo raccontano, si manterrebbero meglio e più a lungo salvaguardandosi dal turismo più tossico. Può ben essere così, certamente; d’altro canto un luogo così bello, così prezioso e ricco di narrazioni montane, naturalistiche, paesaggistiche, geografiche, alpinistiche eccetera da poter ascoltare, credo sia un peccato che resti inascoltato, trascurato ovvero, come ho detto, fruito tramite modalità superficiali e massificate poco o nulla in relazione con il luogo, le sue peculiarità e parimenti ben poco in grado di apportare un autentico valore e un beneficio ad esso a favore del suo futuro. Ribadisco; è come avere tra le mani un tesoro inestimabile continuando a non capirne la bellezza e il reale valore e per questo utilizzandolo come fosse un bene qualsiasi, qualcosa da usare per quel che si pensa possa servire e per il resto amen, arrivederci e grazie. Un vero peccato che per certi versi diventa una sconcertante colpa, senza alcun dubbio.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che ho scritto in passato su Piani Resinelli.

Sulle strade che attraversano le Alpi italiane oltre ai TIR si “incastrano” decine di miliardi (e intanto, in Svizzera…)

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Dalla mia postazione di lavoro quotidiana vedo la strada statale che unisce i capoluoghi di due delle provincie più antropizzate e industrializzate della Lombardia, entrambe pedemontane, e il suo traffico incessante, composto in buona parte da TIR e mezzi pesanti. A fianco c’è la linea ferroviaria che collega gli stessi territori, sulla quale da anni non vedo transitare nemmeno un convoglio merci. Ho chiesto a conoscenti che a loro volta ci abitano accanto: nemmeno di notte di treni merci ne passano.

Quante volte ci lamentiamo del traffico insopportabile che da automobilisti “forzati” dobbiamo affrontare su molte strade italiane di primaria importanza, e di tutte le conseguenze materiali e immateriali che esso comporta – tanto più in territori ambientalmente pregiati tanto quanto delicati come quelli alpini e pedemontani? La risposta che viene dalla politica è sostanzialmente la stessa da sempre: costruire nuove strade! Peccato che da decenni è stato scientificamente provato che la realizzazione di nuove strade ha come diretta conseguenza l’aumento del traffico, non il contrario – ma i politici nostrani con le scienze (applicate) hanno sempre molta poca dimestichezza, ormai è cosa risaputa. Al contempo, sono ben più scarse le risposte della politica circa lo sviluppo della rete ferroviaria, sia in senso logistico industriale che dell’incremento del traffico passeggeri e della mobilità sostenibile in sostituzione di quella stradale (eccetto che per l’Alta Velocità che fa molto “immagine” e marketing, d’altro canto): la disastrosa TreNord, per restare in Lombardia, lo dimostra perfettamente. Anche pensando a queste evidenze ho scritto poco sopra «automobilisti “forzati”»: sì, potremmo e dovremmo utilizzare maggiormente i trasporti pubblici, se fossero efficienti come un paese realmente avanzato dovrebbe vantare; purtroppo la realtà è ben diversa, appunto, e non solo in Lombardia.

[Traffico pesante lungo un’autostrada alpina. Foto © European Roads, CC BY-NC-SA 2.0.]
Bene, in Svizzera – paese montano per eccellenza, inutile rimarcarlo – il Servizio di Monitoraggio dell’Asse del San Gottardo (MAG) e l’Ufficio Federale dello Sviluppo Territoriale (ARE) hanno diffuso il proprio rapporto circa i flussi di traffico sulle loro infrastrutture, in particolar modo di quelle poste al confine con l’area lombarda e padana.

Dal rapporto – che io leggo su “Swissinfo.ch” – si viene a sapere che «Le gallerie di base del San Gottardo e del Monte Ceneri – opere nevralgiche del corridoio “Alp Transit”, il progetto delle nuove trasversali ferroviarie alpine – hanno permesso di aumentare il trasporto passeggeri e merci su ferrovia e accelerato lo sviluppo economico e territoriale, secondo l’ultimo rapporto del Monitoraggio dell’Asse del San Gottardo (MAG) dell’Ufficio federale dello sviluppo territoriale (ARE). Nel periodo precedente la pandemia (dal 2016 al 2019) il numero di passeggeri della ferrovia è aumentato del 28% e al contempo è calato del 2% il numero di viaggiatori che ha varcato il San Gottardo su strada (galleria stradale e strada di valico), precisa un comunicato. Dopo la pandemia, nel 2022, il traffico viaggiatori è ulteriormente aumentato sulla linea del San Gottardo. La crescita è stata particolarmente marcata per la ferroviaria, che ha registrato 4’000 passeggeri in più al giorno rispetto al 2016, pari a un +48%. Su strada si sono registrati 2’000 viaggiatori in più al giorno rispetto al 2016 (+8 %), una crescita dovuta principalmente al traffico turistico, afferma l’ARE.
Per quanto riguarda il trasporto merci la linea del San Gottardo ha contribuito al trasferimento dalla strada alla ferrovia non solo del traffico di transito, ma anche del traffico merci ferroviario regionale tra il Ticino e la Svizzera tedesca. Dopo l’apertura della galleria di base del San Gottardo (2016) e, soprattutto, di quella del Ceneri (2021), tutti i terminal ticinesi hanno registrato un aumento del numero di container trasbordati. Il volume complessivo dal 2016 è aumentato di circa il 38%.
Il nuovo asse ferroviario ha anche accelerato lo sviluppo economico e territoriale, afferma la nota. In Ticino i centri urbani risultano rafforzati. Il rapporto sottolinea che la crescita economica e demografica è particolarmente visibile nelle aree intorno alla stazione ferroviaria di Bellinzona, che hanno beneficiato maggiormente dell’apertura della galleria del Ceneri. Nel Cantone di Uri, la nuova stazione ferroviaria di Altdorf ha permesso la crescita degli insediamenti nella pianura della Reuss e aumentato i flussi di pendolari in direzione nord, verso i centri della Svizzera tedesca.»

[Un convoglio in uscita dal portale nord del Tunnel di Base del San Gottardo. Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come vanno invece le cose sul lato italiano del corridoio Alp Transit? Lo potete constatare continuando la lettura dell’articolo su “L’AltraMontagna”, qui.