Il problema della cura e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.
Queste parole della più importante figura italiana in assoluto di studioso del paesaggio, quale Turri fu, sono tra quelle che cito più spesso nei miei incontri pubblici nei quali disserto della relazione tra noi e i paesaggi nei quali viviamo. In esse Turri compendia il valore fondamentale e inestimabile che possiede il paesaggio correlandolo all’altrettanto fondamentale atteggiamento di cura che noi dobbiamo manifestare verso di esso – noi singoli individui, abitanti, residenti, visitatori occasionali, società civile, ben prima di qualsivoglia istituzione – esattamente come lo manifesteremmo per un bene prezioso al quale teniamo in modo assoluto e per il quale non potremmo ammettere nessun deterioramento anche minimo.
Ciò troppo spesso non accade, inutile dirlo.
Sovente non sappiamo più palesare quella «lieve carezza di uno sguardo» indicata da Turri. Cioè osservare il paesaggio, non solo vederlo, dunque comprenderlo con sensibilità, tornare a riconoscerne la sua matrice culturale (come d’altro canto fa la Convenzione Europea del Paesaggio fin dal suo primo articolo) che, appunto, ce lo rende così importante: perché è la nostra cultura, di noi che lo abitiamo. È ciò che siamo stati e siamo, e fa intuire ciò che saremo in futuro. Il paesaggio è noi e noi siamo il paesaggio, insomma: un concetto ineludibile che, a sua volta, fa da fulcro a tutte quelle mie dissertazioni pubbliche e che ogni volta provo a rendere chiaro, comprensibile, imprescindibile.
P.S.:qui trovate i vari articoli che nel tempo ho dedicato a Eugenio Turri e al suo lavoro.
[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.
Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.
[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.
[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»
[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.
[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo
Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot“, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.
Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa semprespecie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):
[Immagine generata con Google Gemini AI.]La geografia di un territorio, innanzi tutto quella umana ma per certi aspetti pure quella fisica ovvero lo spazio rappresentato da essa, è strettamente legata al tempo nel quale il territorio in oggetto è stato frequentato e ha subìto modificazioni antropiche; quindi la geografia e la storia non possono essere disgiunte nello studio del territorio e del paesaggio. Partendo da questi semplici punti fermi, mi sono reso conto che ogni paesaggio che faccio oggetto delle mie ricerche e dei miei scritti rappresenta in tutto e per tutto una sorta di libro di storia, o diario, o cronaca o resoconto – oppure anche biografia, a ben vedere – che contiene in sé, letteralmente incisa sul terreno, la storia di chi fino a quel momento lo ha percorso, attraversato, modificato, vissuto, sfruttato e infine, nel caso, anche abbandonato. Le vicende storiche delle genti che lo hanno visitato, abitato, elaborato nel tempo sono lì inscritte, esattamente così.
In questi casi, non faccio altro che osservare un vero e proprio libro, un paesaggio-libro nel quale le varie pagine sono, molto pragmaticamente, i versanti, i fianchi e le forme orografiche che ne caratterizzano la geomorfologia, la superficie tangibile di esse è il terreno, le rocce, le zone prative o boscate, le acque. In pratica il supporto, il media, il contenitore di una storia fatta di tante storie, tante narrazioni indipendenti eppure al tempo stesso rese coerenti dall’essere inscritte proprio in quel “libro”, in quella determinata geografia. E, tutto ciò, non con mera accezione metaforica: tutt’altro. Un libro reale e realmente scritto, compilato diffusamente, su certe “pagine” in maniera maggiore e su altre meno, in base a un ben determinato “alfabeto” composti da segni, da grafemi geografici – a volte pure identificabili come fonemi ambientali.
In fondo, se si rintraccia una definizione enciclopedica ordinaria di “libro” (quella che cito è tratta da Wikipedia), si può leggere che
Un libro è un insieme di fogli stampati oppure manoscritti delle stesse dimensioni, rilegati insieme in un certo ordine e racchiusi da una copertina. Il libro, usato per acquisire informazioni o anche per divertimento, è il veicolo più diffuso del sapere. L’ambito delle opere stampate inclusi i libri è detto letteratura. I libri sono pertanto opere letterarie e talvolta una stessa opera è divisa in più libri (o volumi).
Bene: parafrasando tale definizione, in fondo senza nemmeno troppa rielaborazione creativa, posso dire che anche il paesaggio-libro è un “insieme” dacché ogni paesaggio è tale, per definizione, quando è rappresentazione completa di una zona geografica sostanzialmente omogenea o di caratteristiche geografiche assimilabili e correlate; è “rilegato” dalla geomorfologia di esso, che ne determina l’uniformità geografica; può avere una “copertina” rappresentata dalla principale rilevanza geografica – fisica ma non solo – che ne è maggiormente identificante. E, al pari di un libro, il paesaggio può certamente regalare situazioni di divertimento (ludico-ricreative, come un romanzo d’intrattenimento) ma anche fornire informazioni (nel senso più ampio e culturale del termine e come un saggio scientifico) veicolando il sapere come nessun altra cosa. Il tutto alla fine genera una vera e propria letteratura del paesaggio, assolutamente: intesa non come insieme di opere che trattano del paesaggio ma, appunto, in quanto il paesaggio stesso opera narrante, il che rende a sua volta il paesaggio un’opera letteraria.
Mi sono reso perfettamente conto di ciò in tanti lavori di scrittura di narrazioni geografiche e paesaggistiche compiuti nel tempo tanto quanto nella riflessione generale sulle personali esperienze di esplorazione del territorio. E chissà, forse anche voi che come me andate per territori e paesaggi con sguardo sensibile, cuore pulsante e animo aperto, ve ne sarete accorti e ne godrete il piacere raro e prezioso che ne deriva.
«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose. In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente. Un cordiale saluto.»
Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.
Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.
Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.
D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.
[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.
Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:
Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.
[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.
Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?
[L’Alpe Lendine, 1700 m, sovrastata dal Pizzaccio, 2589 m. Immagine tratta da https://ape-alveare.it.]Giorgio Tanzi, amico Accompagnatore di media Montagna “titolare” di Insubria Trekking oltre che Naturalista ed Educatore Ambientale, mi segnala che tra l’Alpe Lendine e l’Alpe Laguzzolo in Valle del Drogo, una laterale della Valle Spluga di grande bellezza alpestre relativamente poco conosciuta e frequentata e per questo capace di offrire angoli di natura sostanzialmente intatta (salvo che per la presenza della Diga del Truzzo e delle opere annesse, d’altro canto prossime al secolo di vita e dunque ormai storicizzate nel paesaggio), è stata realizzata quella che sembra un’ennesima ciclovia, o opera apparentemente similare, che per lunghi tratti ha totalmente stravolto il sentiero originario allargandolo e livellandolo ma di contro presentando pendenze sovente molti forti che appaiono inadatte per la percorrenza con biciclette elettriche o muscolari, semmai più consone ad un transito motoristico. Il tutto, anche qui come in numerosi altri luoghi che hanno subìto la realizzazione di tali tracciati, con ben poca cura dell’inserimento in ambiente e delle finiture dell’opera, al punto che, rimarca Giorgio, sono bastate le prime gelate notturne a generare dissesti sulla superficie del nuovo tracciato.
[Nelle foto di Giorgio Tanzi, sopra il sentiero originario, sotto la nuova “ciclovia” con il fondo già dissestato.]Vista la zona, il pensiero mi corre subito ad un’altra recente e criticata ciclovia, quella realizzata nella vicina e poco più settentrionale Val Febbraro, tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola: ne ho scritto qui. Anche in questo caso, una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia» dalla promozione turistica locale), ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento ovvero in forza di una passione autentica per i luoghi montani e la loro bellezza originaria.
Non sono stato di recente in Valle del Drogo, ma la segnalazione “edotta” di Giorgio (che ringrazio di cuore per avermela comunicata), viste le sue notevoli competenze montane, mi impone di salirci, appena possibile, per verificare di persona quanto è accaduto. Fatto sta che sono episodi, questi, che danno nuova forza al timore manifestato già da tanti in base al quale, per certi amministratori pubblici locali e per i loro sodali del settore turistico, sembra proprio che l’infrastrutturazione per ebike dei territori montani, e in particolar modo di quelli ancora intatti, stia diventando la versione estiva di quella sciistica oltre che la discutibile declinazione dell’idea di “destagionalizzazione”: un grimaldello con il quale violare zone in quota altrimenti non sfruttabili turisticamente al fine di piazzarci attrazioni conseguenti e, al contempo, spendere (e spandere) finanziamenti pubblici con l’altrettanto abusata scusa della “valorizzazione” (in passato ho scritto spesso sulla questione, vedi qui). Generando invece evidenti dissesti del territorio, il degrado e la banalizzazione dei luoghi, la messa a valore degli stessi per venderli come “merce turistica” senza di contro apportare alcun vantaggio concreto per le comunità locali, anzi, inquinando la relazione culturale e antropologica intessuta con le loro montagne.
Se per caso qualcuno passerà dalle zone citate e così sarà testimone diretto di quanto sopra riferito oppure di altre cose simili e similmente discutibili, me/ce lo faccia sapere. Grazie!