Montagne d’inverno sempre più care e sempre meno sciate

[Una veduta di Gstaad, in Svizzera, probabilmente la località in assoluto più costosa delle Alpi. Immagine tratta da facebook.com/GstaadPalaceSwitzerland.]

Gli immobili delle località più in vista dell’arco alpino sono sempre più cari. È quanto afferma l’Alpine Property Report 2025 di Knight Frank, società globale di consulenza nel mercato immobiliare, che ha analizzato una serie di destinazioni tra Francia, Austria e Svizzera.
Ma cosa cercano gli acquirenti internazionali quando mettono gli occhi sulle destinazioni alpine? Il segmento wellness, con i servizi per la salute e il benessere, diventa sempre più importante rispetto al lato ludico/sportivo. Meno sci, quindi, e più escursioni e ritiri.

(Da Destinazioni alpine: sempre più ricercate (e sempre più care), articolo pubblicato su “Tio.ch” il 19/11/2024.)

Sono molto interessanti le osservazioni contenute nell’articolo citato, per due elementi fondamentali.

Il primo è la conferma che il turismo invernale legato all’offerta di servizi è sempre più una roba da benestanti, quando non da ricchi: infatti anche in Italia la tendenza è la stessa, in parte legata ai sempre più alti costi di gestione delle località e in parte dovuta a una precisa strategia commerciale che punta ad attrarre proprio quel tipo di turista benestante, sovente extra-europeo, attraverso l’offerta di servizi di alto livello e altrettanto alti prezzi; al riguardo ne avevo già scritto qui. È la fine dello sci come sport popolare di massa, insomma: un tentativo di salvarne il business sempre più colpito dagli effetti del cambiamento climatico e dalle altre variabili socio-economiche che la realtà contemporanea presenta.

Il secondo elemento è legato al primo, come si è già accennato: lo sci non è più il fulcro del turismo invernale odierno e sempre più spesso chi si può permettere le vacanze in montagna lo fa per altri motivi e sempre meno per sciare. Anche in questo caso la tendenza è pienamente confermata sulle montagne italiane e si presenta come generale, non legata solo al turismo del lusso. Già tempo fa, infatti, un’indagine dell’Osservatorio Turismo di Confcommercio lo ha ben rilevato, ponendo lo sci solo al quinto posto tra le attività svolte da chi frequenta le montagne d’inverno:

È l’ennesima, molteplice conferma che nella maggior parte delle circostanze non ha più senso sostenere da parte delle istituzioni pubbliche l’industria dello sci spendendo altissime somme di denaro dei contribuenti: e non soltanto in forza del cambiamento climatico in corso ma proprio perché stanno cambiando i modelli turistici, i costumi diffusi, l’immaginario e in parte la cultura legati alla frequentazione delle montagne in inverno. L’invocato cambio dei paradigmi al riguardo, richiesto ai gestori del turismo invernale montano, sta avvenendo da solo e senza l’azione della politica, che ancora una volta si dimostra avulsa dalla realtà effettiva delle cose e si arrocca con delle fette di salame ben spesse sugli occhi “dentro” il proprio sistema di potere, nel tentativo di perseverare modelli ormai obsoleti quando non già falliti ma evidentemente funzionali ai propri interessi e tornaconti o alla prossima campagna elettorale.

Ribadisco di nuovo: la montagna è un ambito complesso al quale non si possono dare risposte troppo facili, semplici o semplicistiche come quelle che la politica (con i suoi sodali) intende imporre, ma per il quale bisogna elaborare idee, progetti e proposte articolate, strutturate, sostenibili, olistiche e sviluppate sul lungo termine i cui benefici possano andare a vantaggio di tutti, non solo di qualcuno. È una questione culturale, di sensibilità, di intelligenza e di visione, di attaccamento autentico alle montagne, di buon senso prima che di ogni altra cosa. Parrebbe scontato da affermare e invece non lo è: mai come in questo caso tra il dire (cose giuste) e il fare (cose buone) c’è di mezzo… la montagna!

Pannelli solari in alta quota: una valida alternativa all’eolico e all’idroelettrico? Per gli svizzeri sì, in Italia chissà!

(Articolo pubblicato il 17 novembre 2024 su “L’AltraMontagna”, cliccate qui sotto per leggerlo in originale.)

La scorsa estate è iniziata la costruzione del primo grande parco solare sulle Alpi svizzere, a Sedrun nel Cantone Grigioni. L’impianto sarà composto da 5.700 pannelli solari su una superficie di circa 300mila metri quadrati e avrà una capacità di produzione di 19,3 Megawatt, sufficiente a coprire il fabbisogno di 6.500 famiglie. Il progetto, dal costo previsto di 85 milioni di Franchi (poco più di 90 milioni di Euro), è stato approvato in votazione pubblica dalla comunità locale e ha ottenuto anche il benestare delle associazioni ambientaliste, che hanno valutato positivamente l’attenzione al contenimento dell’impatto visivo del parco solare e la sua ubicazione su un versante già antropizzato, sul quale già si trovano piste e impianti sciistici, strade di servizio, barriere paravalanghe.

[Un rendering panoramico del parco solare di Sedrun.]
Quello grigionese è il primo progetto avviato di una serie di altri cinquanta presentati a seguito della modifica urgente della legge sull’energia grazie alla quale il Parlamento svizzero ha deciso di favorire la realizzazione di grandi impianti fotovoltaici sulle Alpi. Impianti che, nelle intenzioni, dovrebbero essere in grado di generare almeno 2 dei 45 terawatt/ora all’anno di cui il Paese avrà bisogno nei prossimi decenni, nell’ottica delle proprie politiche di contenimento dell’uso dei combustibili fossili e di transizione alle energie rinnovabili. Per arrivare a una produzione complessiva in Svizzera di 2 terawatt la Confederazione garantirà un finanziamento pubblico del 60% agli impianti che generano almeno 500 chilowattora e una produzione annua minima pari a 10 gigawattora. La condizione è che i progetti vengano depositati entro il 2025 e sino a raggiungimento dell’obiettivo. Bisogna denotare che ad oggi solo quattro di quei cinquanta progetti presentati hanno ottenuto i necessari permessi di realizzazione.

[Foto ©PVA Scharinas.]
La realizzazione dei parchi solari in quota, principalmente sui versanti esposti a meridione, possiede tre vantaggi sostanziali: un’insolazione maggiore rispetto agli impianti di pianura e a minor quota, l’ubicazione che evita le nebbie invernali sovente presenti alle basse quote – il che permette agli impianti di produrre la metà dell’energia in inverno, quando è più necessaria e altre fonti di produzione energetica calano l’efficienza – e la maggiore efficienza generale dei pannelli grazie alle basse temperature dell’alta montagna: dai test eseguiti dalle aziende energetiche risulta che la resa invernale dei pannelli solari bifacciali in altitudine è fra il 30 e il 70 per cento più alta che in pianura. Di contro, il primo e più evidente svantaggio di questi parchi è l’impatto visivo sui versanti montuosi che li ospitano e sul loro paesaggio: nel caso del parco solare di Sedrun la disposizione dei pannelli è stata studiata per diminuirne il più possibile la visibilità dai pendii vicini, al punto che la responsabile del WWF Grigioni Anita Mazzetta ha dichiarato che «L’ubicazione è ben scelta, su un terreno già sovrasviluppato, tra le piste da sci e le barriere antivalanghe. Non ci sono grandi conflitti con la natura o col paesaggio».

[I primi pannelli solari dell’impianto installato sulla diga di Muttsee. Immagine tratta da https://www.axpo.com.]
Altrove le proposte di parchi solari nei territori montani svizzeri non sono state accolte con pari consenso come a Sedrun: molte sono state respinte dalle comunità locali, mentre altri progetti, ad esempio quello previsto sul Passo del Bernina a poca distanza dal confine italiano, è stato ridimensionato a seguito delle resistenze delle organizzazioni ambientaliste. In ogni caso da uno sguardo complessivo a tali progetti pare intuibile la strategia attraverso la quale la Svizzera intende muoversi al riguardo: impianti in zone già antropizzate e prive di particolari valenze naturalistiche, ad esempio come quelle sulle quali già insistono comprensori sciistici, e con la produzione energetica destinata innanzi tutto al fabbisogno delle comunità locali, il che dovrebbe anche servire a limitarne l’estensione e di conseguenza l’impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge l’altro ambito della produzione energetica fotovoltaica nel quale la Svizzera già da tempo sta realizzando numerosi progetti, quello dell’installazione di pannelli solari sui muri di alcune grandi dighe alpine da parte delle stesse società dell’energia idroelettrica: si tratta di impianti relativamente piccoli (il più grande, quello della diga di Muttsee, produce 2,2 MW, quasi nove volte meno del parco solare di Sedrun; lo vedete nell’immagine qui sopra) ma virtualmente replicabili su quasi ogni sbarramento montano e con l’evidente vantaggio di utilizzare manufatti già esistenti senza occupare terreno naturale libero in quota.

Perché è interessante valutare come la Svizzera si stia muovendo su tale questione? [continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

(Ove non diversamente indicato le immagini fotografiche sono tratte da https://www.energia-alpina.ch/.]

Venerdì 15 novembre a Milano, per il “Premio Meroni” 2024

[Foto di Simone Foglia, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“.]
Venerdì prossimo 15 novembre sarò a Milano, a Palazzo Marino, in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Marcello Meroni 2024, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per chi operi a vario titolo sulle e per le montagne «con discrezione, dedizione, originalità, valenza sociale, solidarietà, particolari meriti etici e culturali e in modo volontaristico», come recita il regolamento del premio.

Sarà un grande onore e un vero piacere essere lì per presentare la candidatura – portata avanti da me e da Stefano Morcelli della sezione valtellinese del Club Alpino Italiano, e dopo quella altrettanto vittoriosa dello scorso anno per Michele Comi – vincitrice nella categoria “ambiente”, quella di Marco Trezzi in rappresentanza del Comitato “Salviamo il Lago Bianco, protagonista della vittoriosa battaglia per la salvaguardia del meraviglioso bacino lacustre naturale nei pressi del Passo di Gavia e del suo territorio di inestimabile valore naturalistico dal cantiere con il quale si volevano captare le sue acque per alimentare l’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Un progetto a dir poco scellerato, ancor più perché sostenuto persino dall’ente che dovrebbe garantire la salvaguardia del luogo, il Parco Nazionale dello Stelvio, nella cui zona di massima tutela il Lago Bianco è posto, che un grande movimento spontaneo di appassionati di montagna, per la cui azione Marco ha rappresentato un riferimento fondamentale oltre che la fonte originaria, è riuscito a porre all’attenzione dei media nazionali e locali e a bloccare, obbligando le autorità responsabili a stralciarlo dalle opere previste sul territorio e a dovere garantire la rinaturalizzazione.

[Marco Trezzi fotografato da Fabio Sandrini, un altro componente del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.]
Quella a favore della tutela del Lago Bianco è stata una vittoria di molteplice valore emblematico, scaturita dalla più autentica passione per la montagna, dalla sensibilità verso la sua bellezza e la sua importanza, dalla cura particolare per il luogo e in generale di tutti i territori montani in quanto ambiti fondamentali per tutti: doti che Marco ha da subito e sempre manifestato e compendiato in modi che, come detto, hanno sollecitato il sostegno attivo alla causa di innumerevoli altri appassionati di montagna (e non solo), fino a formare una massa critica che le istituzioni non hanno più potuto ignorare. Per questo, pure, la difesa del Lago Bianco è emblematica per molte altre azioni in corso a tutela di territori montani minacciati da similari progetti scriteriati: fare qualcosa, anzi, fare moltissimo per contrastarli e bloccarli si può, se si ha la volontà di farlo e, ancor prima, se si è in grado di comprendere l’importanza di farlo.

[“Giornale di Brescia, 6 agosto 2024.]
A tal proposito un grande merito deve essere riconosciuto alla giuria del Premio Meroni che lo scorso hanno, per la stessa categoria “ambiente”, ha premiato e così riconosciuto l’importanza altrettanto emblematica dell’opera di Annamaria Gremmo in rappresentanza del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” contro lo scellerato progetto sciistico-funiviario che distruggerebbe uno dei territori d’alta quota più belli, e tra i pochi ancora non antropizzati, della Valle d’Aosta. Sarà un passaggio di consegne che migliore e più significativo non poteva essere, tessendo un solido filo rosso tra due luoghi tanto meravigliosi quanto emblematici, appunto, di quello che oggi deve e domani dovrà essere il nostro rapporto con le montagne, con l’ambiente, con i territori naturali, con i loro paesaggi e, dunque, con noi stessi. Il tutto con l’augurio che il riconoscimento a Marco Trezzi per la vittoria nell’azione a difesa del Lago Bianco sia di buon auspicio per una pari vittoria nella salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche e, di rimando, di tutti i territori montani minacciati da progetti e iniziative similmente scriteriate. Un auspicio che spero assai potente, visti quanti di quei territori sotto minaccia ci sono, sulle montagne italiane.

Dunque, ci vediamo venerdì a Milano; trovate tutte le info al riguardo nella locandina sopra pubblicata. Anche essere presenti in sala sarà importante: un segno concreto di vicinanza ai premiati e, ancor più, alle nostre montagne.

P.S.: vi ricordo che gli amici del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, questa sera lo presenteranno e racconteranno la causa in difesa del Vallone delle Cime Bianche a Cermenate (Como), come indicato nella locandina qui sotto:

REMINDER! Tutto il fascino dell’acqua del Fiume Adda e dei suoi paesaggi idroelettrici, domani sera a Calolziocorte (Lecco)

Domani sera 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di penna” Ruggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.

Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.

Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.

Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.

Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.

Il “Paradosso di Braess”, ovvero: alcune domande alle quali dovremmo trovare buone risposte ma che troviamo comodo non sottoporci

P.S. (Pre-Scriptum): è un post un po’ lungo, ma spero che resisterete e lo leggerete fino alla fine.
Negli ultimi tempi, per vari impegni da sostenere, ho viaggiato parecchio in auto lungo le strade del nord Italia, trovandomi spesso e volentieri intruppato in incolonnamenti e ingorghi tremendi soprattutto lungo le arterie – autostrade e superstrade – che dovrebbero garantire i transiti più veloci. Praticamente ciò non è accaduto solo in occasione di viaggi all’alba o a sera tarda.

Fermo dentro la mia scatola metallica motorizzata nell’ingorgo che contribuivo ad alimentare insieme ad altre migliaia e migliaia di scatole simili con i rispettivi guidatori, osservandole incolonnate a perdita d’occhio lungo le carreggiate, a volte in entrambi i sensi di marca dell’arteria percorsa, inquieto per non poter rispettare gli orari di viaggio che mi ero prefissato e irritato dal navigatore che, segnalandomi continuamente il traffico «più intenso del solito», spostare l’ora di arrivo a destinazione, sconfortato dal fatto di non poter utilizzare il trasporto pubblico per raggiungere le mie mete vista l’eccesiva laboriosità e durata d’una tale opzione (l’efficienza dei trasporti pubblici è a mio parere uno dei segnali più forti circa il progresso di un paese, e l’Italia in tal senso è messa parecchio male), sgomento dal cogliere lo stress evidente di non pochi altri automobilisti intorno a me e il tentativo (puerile) dei soliti “furbetti” di saltare la coda, inorridito per tutta la situazione in corso e per la sua palese irrazionalità… Ecco, in tale circostanza, ultima ma non ultima di una serie chissà quanto ancora lunga, mi sono nuovamente posto, e con ancora maggior forza delle volte precedenti, quelle domande che sempre più di frequente mi frullano nella mente: ma che diavolo stiamo facendo, tutti quanti? Ha senso tutto ciò? È veramente il mondo che vogliamo, questo? Sul serio siamo caduti così in basso, con la nostra cosiddetta “civiltà”, per finire di accettare senza battere ciglio situazioni del genere?

Domande che mi sono già posto mille altre precedenti volte, appunto, ad esempio camminando per le vie di città tanto belle quanto soffocate e degradate da traffico, rumore, smog, oppure in paesaggi naturali di mirabile bellezza invasi da orde di turisti incapaci di vederla e comprenderla e lì solo in cerca di banale “divertimento”, oppure ancora in contesti nei quali troppe persone manifestano comportamenti variamente incivili dacché incapaci di trattenersi in atteggiamenti ben più consoni a individui intelligenti e senzienti come dovremmo essere. Va bene così, è veramente tutto ok, tutto nella norma?

Certo, so bene che molti sono costretti a subire situazioni del genere, a non poter fare altrimenti: ma se questo è comprensibile in ottica di vita quotidiana, spesso non lo è affatto in senso assoluto. In un’esistenza che è fatta di scelte, e solo raramente in forma di sliding doors, sempre più di frequente scegliamo di non scegliere, di accettare lo status quo, di non considerarne la realtà dei fatti preferendo considerare invece solo gli aspetti positivi che la quotidianità di ciascuno offre, riservando ad essi la facoltà di farci sentire “bene” e “al sicuro”. Il che è legittimo e comprensibile, sia chiaro: tuttavia una tale passività finisce per renderci molto meno sensibili, se non del tutto apatici, rispetto a quelle situazioni che qualsiasi mente lucida messa consapevolmente in funzione definirebbe con tutta facilità una follia.

Per fare un esempio: conosco persone che pur di conservare un certo posto di lavoro, evidentemente vantaggioso dal punto di vista economico o professionale, passano ogni giorno due o tre ore in auto (molto spesso da soli) per fare pochi chilometri su strade perennemente intasate: sono veramente felici, costoro? Oppure fanno di necessità virtù e decidono di pensare solo ai vantaggi acquisiti ignorando le conseguenze negative che una vita del genere, vissuta in condizioni così caotiche e alienanti, inevitabilmente provoca? Vita che, inutile rimarcarlo, già al netto di ciò oggi presenta mille criticità, da quelle contingenti al sistema in cui viviamo (carovita, burocrazia, carenze nei servizi di base, imprevisti di piccola e grande scala) alle altre accidentali ma spesso devastanti – il Covid è l’esempio più recente: ci siamo convinti di esserne usciti tutto sommato bene, ma è andata proprio così?

A ben vedere, quelle domande che così di frequente mi pongo sarebbe sicuramente meglio se invece non me le formulassi: la mia serenità ne gioverebbe molto. In fondo il nostro sistema si basa proprio su ciò, sul pretendere che non si pensi quali conseguenze comporti il benessere di cui in molti godiamo. «Volete stare bene? Allora non pensate a ciò che fa stare male!» ci dice in buona sostanza la nostra civiltà, in base al solito principio della felicità dell’ignorante: “occhio non vede cuore non duole”, dice il vecchio adagio popolare. Già, ma se così l’occhio decide di vedere solo il “bene” e di non vedere il male, questo – ignorato, trascurato, incontrollato – peggiorerà sempre più finché comincerà a intaccare anche l’altra parte e quando ciò accadrà forse il danno sarà già irreparabile, proprio perché non lo si è visto, còlto e capito in tempo.

In base a tutto ciò, e tornando alla questione (banale, lo so, ma emblematica) delle nostre strade sempre più intasate, un’altra conseguenza del decidere di non cogliere le cose che non vanno bene è che, quando ci tocca affrontarle, la mancanza di esperienza – ovvero l’ignoranza al riguardo – finisce per farci formulare a questioni parecchio complesse soluzioni fin troppo semplici/semplicistiche. Ci sono sempre più auto, più traffico, più ingorghi sulle nostre strade? Be’, costruiamone altre! La soluzione al riguardo di solito è questa – non solo da noi: ad esempio anche nella ben più virtuosa Svizzera, dove a giorni si svolgerà un referendum popolare proprio su questo tema – e sembra molto il comportamento del bambino viziato i cui troppi giocattoli ormai non stanno più nel baule dove li tiene e dunque chiede ai propri genitori di avere un altro baule per metterci altrettanti giocattoli, anche se con molti di essi ormai non ci gioca più e si potrebbero tranquillamente eliminare. Ci sono troppe auto sulle nostre strade? Costruiamo altre strade! E quando anche queste saranno intasate? Ne faremo altre. E quando pure queste altre traboccheranno di auto? Costruiremo ulteriori strade? Avanti così all’infinito? Peccato che la scienza già più di mezzo secolo fa attraverso il Paradosso di Braess (dal nome del matematico tedesco Dietrich Braess, che pubblicò il proprio studio al riguardo nel 1968) ha dimostrato che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». D’altronde è risaputo che i nostri decisori politici hanno notevoli carenze didattiche nelle discipline umanistiche, figurative in quelle scientifico-matematiche: infatti non solo scelgono di costruire sempre più strade da intasare ma al contempo – in Italia – degradano di continuo l’efficienza dei trasporti pubblici, con il risultato che le nuove strade si intaseranno ancor più rapidamente di quanto prevedibile.

Ma se i politici hanno smarrito da tempo la facoltà di pensiero, e pure se noi decidiamo di non avvalercene troppo spesso per non mangiarci fegato, qualche domanda più del solito sul mondo che viviamo sarebbe bene che ce la ponessimo un po’ più di frequente, a costo di passare alcuni momenti di incazzatura feroce. Anche perché, come detto, si tratta di questioni complesse le cui soluzioni non sono affatto semplici ma non per questo devono essere troppo semplicistiche e populiste, e al fine di trovare quelle migliori il pensiero approfondito al riguardo è ineludibile. Siamo Sapiens, se non abbiamo più tra le mani una clava è perché da un certo punto della storia in poi abbiamo cominciato a pensare più spesso e con sempre maggior approfondimento riguardo il mondo che avevamo intorno. Certe “soluzioni”, come quella del fare più strade in presenza di troppo traffico, in pratica equivale al riprendere in mano la clava tenendo spento il cervello e negando la nostra natura di Sapiens. Che è poi la stessa natura – umana par excellence – che ci pone di fronte a domande come quelle che ho formulato poc’anzi, su di noi e sul mondo che abitiamo, e che dovrebbe saperci far trovare delle buone risposte, sensate, articolate, logiche, realmente efficaci – chiamatelo progresso, evoluzione, sviluppo, crescita o, più semplicemente, buon senso. Ce la faremo, noi “Sapiens”, a trovarle quelle buone risposte ai piccoli/grandi problemi che attanagliano il nostro mondo? Oppure ci toccherà riprendere la clava tra le mani?

(La foto in testa al post viene da Traffico Png vectors by Lovepik.com.)