Un tentativo maldestro di giustificare «l’invasione delle panchine giganti»

Mi duole parecchio tornare a toccare l’argomento “panchine giganti”, un fenomeno che ha già imboccato una rapida decadenza e del quale presto non parlerà più nessuno, in primis quelli (sempre meno persone, in verità) che ora se ne dimostrano entusiasti. Fatto sta che qualche giorno fa “Il Post” ha pubblicato un articolo significativamente intitolato L’invasione delle panchine giganti (lo trovate anche lì sotto) che fa il punto della situazione del fenomeno e rimarca le tante critiche che ha manifestato al riguardo chi si occupa di studio, tutela e valorizzazione del paesaggio (“categoria” nella quale immodestamente mi ci metto anch’io, che infatti sul tema ho scritto parecchio).

L’articolo dà conto anche delle risposte alle suddette critiche da parte di Chris Bangle, l’ideatore e fautore delle “big bench”, che vi riporto qui sotto per come sono state rese dall’articolo:

«Nella vita esistono sempre le critiche, e noi facciamo del nostro meglio per rispondere in modo costruttivo», ha detto Bangle. D’altra parte «i promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio», ha aggiunto, sia in termini di occupazioni di camere che nelle attività dei ristoranti e degli esercizi commerciali. Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che «si diffonda in massa, snaturandosi», ha detto: ha infine paragonato il progetto a Venezia, che è notoriamente alle prese con il problema del turismo di massa, osservando che anche in quel caso «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso».

Personalmente, con tutto il rispetto del caso, mi pare una delle non risposte più notevoli che abbia mai letto, che non affronta affatto le critiche mosse alle big bench – anche perché molte di esse sono ineccepibili – e invece cerca di giustificarne la presenza adducendo motivazioni di una inconsistenza e debolezza sorprendenti.

Rileggiamo la risposta di Bangle in dettaglio. Dunque: che nella vita esistano sempre le critiche è cosa sacrosanta, che si cerchi di rispondervi costruttivamente non è scontato e per ciò è apprezzabile; tuttavia in questa circostanza, vista la mole e la qualità di esse, è cosa formalmente doverosa.

«I promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio»: oddio, vorrei ben vedere che i promotori sostengano il contrario, dacché sarebbe un plateale mea culpa, un’ammissione di fallimento che, è facile supporre, essi non paleserebbero soprattutto all’ideatore delle panchine giganti. Inoltre, sostenere quanto sopra senza portare a sostegno dati concreti risulta ben poco attendibile: è un pour parler he lascia il tempo che trova.

L’affermazione che «Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che si diffonda in massa, snaturandosi» genera da subito un certo sarcasmo. Secondo il sito delle big bench, siamo a 393 panchine esistenti e 64 in costruzione, totale 457 panchinone. «Evitare che si diffonda in massa»? Lo dice seriamente?

Infine, ciliegina finale su una torta già piuttosto indigesta, il paragone con Venezia: che c’azzecca? Sono due cose del tutto imparagonabili, anche nelle rispettive specificità del “turismo di massa”; sostenere poi che «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso», oltre che una banalissima ovvietà, rappresenta un tentativo di sviare l’attenzione da una delle “peculiarità” più negative delle panchine giganti, quella di attrarre visitatori molto più attenti ai selfies che alla conoscenza dei luoghi che le ospitano alimentando un turismo prettamente ludico e puerile. O forse Bangle vorrebbe sostenere che i monumenti artistici e architettonici di Venezia – da lui in sostanza paragonati alle panchinone – possono giustificare una loro fruizione turistica maleducata e degradante? Non penso proprio che voglia farlo, il che dimostra quanto la sua affermazione sia totalmente fuori contesto e funzionale solo al tentativo (fallito) di difendere l’indifendibile.

[Ciò che è successo qualche tempo fa a Triangia, in Valtellina. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Ecco, questo è quanto. Ribadisco: a breve delle panchine giganti non si ricorderà più nessuno (magari verrà inventato qualcosa di ancora peggio ma è un’altra questione, nel caso). Purtroppo, di contro, il timore è che se ne restino lì dove sono state piazzate a centinaia come rottami arrugginiti e cadenti se nessuno si prenderà la briga – che un certo costo avrà, ovviamente – di smantellarli e ripulire l’area. Speriamo vivamente che ciò non accada, e che lì dove ci sono le panchine torni in auge un turismo ben più consapevole, attento e sensibile ai luoghi, alla loro bellezza e alle peculiarità che li caratterizzano e li rendono unici. Un turismo ben più vantaggioso per chiunque, senza alcun dubbio.

Il frate, il cecchino e Giovanni Peretti

Se il Genius Loci dell’alta Valtellina e, in particolar modo, della Magnifica Terra di Bormio avesse un portavoce ufficiale, questi facilmente sarebbe Giovanni Peretti. Nato a Bormio, geologo, per quasi quarant’anni è stato Direttore del Centro Nivometeorologico di ARPA Lombardia che ha sede proprio nella cittadina retica, ha diretto per vent’anni la rivista “Neve e Valanghe” di AINEVA, ha fatto parte per quindici anni della CISA-IKAR, è stato Presidente del CAI di Bormio, membro del Soccorso Alpino, socio del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna nonché – last but absolutely not leastgrandissimo conoscitore e mirabile divulgatore della storia (in particolar modo quella del primo conflitto mondiale), della geografia, della natura e dei paesaggi naturali delle sue montagne, doti che si sono manifestate in innumerevoli pubblicazioni editoriali e iconografiche (e sono assai fiero di poter dire di averne alcune, nella biblioteca di casa).

Insomma, ora capirete bene perché in principio di questo post ho definito Peretti così prossimo al Genius Loci bormino e altovaltellinese, al quale dal 2021 “dà voce” anche in forma di romanzi, opere letterarie dalla forma di fantasia ma dalla sostanza profondamente radicata nella realtà storica del territorio e dei paesaggi delle montagne valtellinesi. Il più recente dei suoi romanzi è Il frate e il cecchino, pubblicato come i precedenti da Alpinia Editrice (di Bormio, ça va sans dire!): Peretti lo presenterà domani sera, come vedete qui sopra, e, posto quanto avete letto, se siete di o in zona vi invito calorosamente a partecipare. Perché sarà una cosa mirabile a cui assistere, come lo è sempre con Peretti tra le sue montagne, per conoscere un gran bel libro da leggere, ve lo assicuro.

Piani di Bobbio, «piste perfette»… anzi, per nulla! (Un “fact-cheking sciistico” inevitabile)

Non lo dico per mancanza di rispetto, anzi, ma leggere l’articolo di ieri de “La Provincia-Unica TV”, uno dei principali organi di informazione nei territori di Lecco e Sondrio, sulla situazione delle piste da sci del comprensorio dei Piani di Bobbio, un moto spontaneo di ilarità lo genera. «Itb, imprese turistiche barziesi, sperava di poter esordire già questo week-end. La neve è stata sparata e le piste sono già perfette, se è per questo» vi si legge.

Ecco la “perfezione” delle piste dei Piani, ieri alle 13.20:

Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Proprio perfette le piste, vero?

Prosegue l’articolo: «Ma il meteo ci ha messo lo zampino: nonostante il sereno (che di solito in inverno vuol dire freddo), prima sono arrivati i forti venti che hanno disperso la neve “sparata” dai cannoni. Poi ci si è messa la temperatura insolitamente alta, sempre da un minimo di 6 a un massimo che, domenica, potrebbe arrivare a 13 gradi.»
«Insolitamente alta»? Be’, in questi anni di cambiamento climatico e riscaldamento termico così evidenti soprattutto sulle montagne, la cosa (purtroppo) veramente insolita è trovarci temperature basse, da montagne “di una volta” insomma, quelle che sempre di meno si potranno constatare visto il trend climatico soprattutto alle quote inferiori ai 2000 metri ove si trovano anche i Piani di Bobbio.

[Un dettaglio delle “piste perfette” alle ore 14.00 del 28 novembre. L’immagine viene sempre da qui.]
Ribadisco: nulla contro il cronista, che evidentemente ha ritenuto in quel modo di aver fatto un buon lavoro – non avrebbe pubblicato l’articolo. Tuttavia, sugli organi di informazione se ne leggono, vedono e ascoltano spesso di resoconti del genere, e a volte quella che potrebbe sembrare una narrazione “favorevole” agli interessi (legittimi) dello sci su pista, rischia sempre di più di trasformarsi in un boomerang informativo-culturale che mette alla berlina non solo lo sci stesso ma pure le montagne che lo ospitano. Forse questo è un effetto ennesimo e “collaterale”, ma altrettanto inesorabile, del cambiamento climatico in corso e di ciò che sta comportando sulle narrazioni che alimentano l’immaginario diffuso circa la montagna invernale. Una montagna che, a quanto pare, sovente sta altrove anche rispetto a chi la vuole raccontare.

P.S.: sia quel che sia, speriamo che presto cada dal cielo neve vera per il bene di tutti, come anche a Bobbio accadeva regolarmente fino a qualche anno fa. Ecco.

 

Venerdì 15 novembre a Milano, per il “Premio Meroni” 2024

[Foto di Simone Foglia, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“.]
Venerdì prossimo 15 novembre sarò a Milano, a Palazzo Marino, in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Marcello Meroni 2024, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per chi operi a vario titolo sulle e per le montagne «con discrezione, dedizione, originalità, valenza sociale, solidarietà, particolari meriti etici e culturali e in modo volontaristico», come recita il regolamento del premio.

Sarà un grande onore e un vero piacere essere lì per presentare la candidatura – portata avanti da me e da Stefano Morcelli della sezione valtellinese del Club Alpino Italiano, e dopo quella altrettanto vittoriosa dello scorso anno per Michele Comi – vincitrice nella categoria “ambiente”, quella di Marco Trezzi in rappresentanza del Comitato “Salviamo il Lago Bianco, protagonista della vittoriosa battaglia per la salvaguardia del meraviglioso bacino lacustre naturale nei pressi del Passo di Gavia e del suo territorio di inestimabile valore naturalistico dal cantiere con il quale si volevano captare le sue acque per alimentare l’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Un progetto a dir poco scellerato, ancor più perché sostenuto persino dall’ente che dovrebbe garantire la salvaguardia del luogo, il Parco Nazionale dello Stelvio, nella cui zona di massima tutela il Lago Bianco è posto, che un grande movimento spontaneo di appassionati di montagna, per la cui azione Marco ha rappresentato un riferimento fondamentale oltre che la fonte originaria, è riuscito a porre all’attenzione dei media nazionali e locali e a bloccare, obbligando le autorità responsabili a stralciarlo dalle opere previste sul territorio e a dovere garantire la rinaturalizzazione.

[Marco Trezzi fotografato da Fabio Sandrini, un altro componente del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.]
Quella a favore della tutela del Lago Bianco è stata una vittoria di molteplice valore emblematico, scaturita dalla più autentica passione per la montagna, dalla sensibilità verso la sua bellezza e la sua importanza, dalla cura particolare per il luogo e in generale di tutti i territori montani in quanto ambiti fondamentali per tutti: doti che Marco ha da subito e sempre manifestato e compendiato in modi che, come detto, hanno sollecitato il sostegno attivo alla causa di innumerevoli altri appassionati di montagna (e non solo), fino a formare una massa critica che le istituzioni non hanno più potuto ignorare. Per questo, pure, la difesa del Lago Bianco è emblematica per molte altre azioni in corso a tutela di territori montani minacciati da similari progetti scriteriati: fare qualcosa, anzi, fare moltissimo per contrastarli e bloccarli si può, se si ha la volontà di farlo e, ancor prima, se si è in grado di comprendere l’importanza di farlo.

[“Giornale di Brescia, 6 agosto 2024.]
A tal proposito un grande merito deve essere riconosciuto alla giuria del Premio Meroni che lo scorso hanno, per la stessa categoria “ambiente”, ha premiato e così riconosciuto l’importanza altrettanto emblematica dell’opera di Annamaria Gremmo in rappresentanza del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” contro lo scellerato progetto sciistico-funiviario che distruggerebbe uno dei territori d’alta quota più belli, e tra i pochi ancora non antropizzati, della Valle d’Aosta. Sarà un passaggio di consegne che migliore e più significativo non poteva essere, tessendo un solido filo rosso tra due luoghi tanto meravigliosi quanto emblematici, appunto, di quello che oggi deve e domani dovrà essere il nostro rapporto con le montagne, con l’ambiente, con i territori naturali, con i loro paesaggi e, dunque, con noi stessi. Il tutto con l’augurio che il riconoscimento a Marco Trezzi per la vittoria nell’azione a difesa del Lago Bianco sia di buon auspicio per una pari vittoria nella salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche e, di rimando, di tutti i territori montani minacciati da progetti e iniziative similmente scriteriate. Un auspicio che spero assai potente, visti quanti di quei territori sotto minaccia ci sono, sulle montagne italiane.

Dunque, ci vediamo venerdì a Milano; trovate tutte le info al riguardo nella locandina sopra pubblicata. Anche essere presenti in sala sarà importante: un segno concreto di vicinanza ai premiati e, ancor più, alle nostre montagne.

P.S.: vi ricordo che gli amici del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, questa sera lo presenteranno e racconteranno la causa in difesa del Vallone delle Cime Bianche a Cermenate (Como), come indicato nella locandina qui sotto:

REMINDER! Tutto il fascino dell’acqua del Fiume Adda e dei suoi paesaggi idroelettrici, domani sera a Calolziocorte (Lecco)

Domani sera 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di penna” Ruggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.

Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.

Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.

Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.

Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.