I cinque cerchi olimpici di “Spectaculars” in Valtellina e “La Corazzata Potëmkin”

Forse avrete già letto degli “Spectaculars”, le installazioni dei cinque cerchi olimpici che sono e saranno installate nei territori le cui località ospiteranno le gare delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. E se ne avrete letto, saprete delle polemiche che hanno accompagnato le installazioni lombarde e in particolar modo quella destinata alla Valtellina, che costerà 451.535,52 Euro di soldi pubblici (dei quali 73.235 Euro per il solo progetto di installazione) derivanti dai canoni di concessione idroelettrica su delibera di Regione Lombardia. Ha trattato la questione nel dettaglio l’amico Angelo Costanzo del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, qui su Facebook e anche qui.

Ora torno sulla questione per rimarcarne un aspetto che si potrebbe ritenere secondario ma forse lo è solo apparentemente, mentre in realtà risulta a sua volta parecchio significativo circa la qualità dell’operazione in sé e del modus operandi olimpico in generale.

Scorrendo il testo della delibera regionale (N° XII/3489, seduta del 25/11/2024, scheda C 36/45Spectaculars – Realizzazione e installazione dei Cinque Cerchi Olimpici alle porte della Valtellina”) si legge:

Gli “Spectaculars” costituiscono un efficace strumento di promozione turistica e di valorizzazione del territorio a livello internazionale, in grado di generare entusiasmo e attesa per l’Evento.

Dunque viene da pensare: be’, «un efficace strumento di promozione turistica e di valorizzazione del territorio a livello internazionale», un costo di quasi mezzo milione di Euro, un nome così altisonante… sarà sicuramente un’installazione spettacolare – appunto – e fighissima, magari l’opera di un artista o un designer rinomato!

Eccola qui, nel giorno della presentazione a Milano, il 6 febbraio 2024:

[Immagine tratta da www.adcgroup.it.]
Qui sotto una di quelle trentine, installata il 9 dicembre scorso a Tesero:

Già, quasi mezzo milione di Euro di soldi pubblici per ‘sta roba, che magari a qualcuno farà subito pensare a lui che proferisce quella celeberrima affermazione su La corazzata Potëmkin:

Forse, sbaglierò, ma mi sa se avessero commissionato il progetto dell’installazione a un bambino di otto anni, il CONI o la Giunta Regionale lombarda avrebbero avuto un’opera molto più bella e se la sarebbero cavata con un compenso ben più modesto in videogiochi o in dolciumi, destinando quei 451mila e rotti Euro a cose più utili al territorio valtellinese e alla sua gente. Che dite?

Vado in montagna «per fuggire dal caos e dallo stress della vita in città». Ma veramente?

Quando leggiamo di articoli e testi dedicati alla frequentazione turistica delle montagne, e alle motivazioni che spingono così tante persone a passare solo qualche ora oppure giorni interi sui monti, anche a prescindere da cosa ci si vada a fare, sovente si leggono cose molto simili: «la bellezza del paesaggio», «la natura, l’aria pura», «la possibilità di relax», «la fuga dal caos e dallo stress della vita in città». Tutte motivazioni legittime e comprensibili, solo apparentemente ovvie ma invero l’ovvietà di esse è legata all’alterità ambientale che rende le montagne, e i territori naturali, diversi dagli spazi antropizzati e iperurbanizzati tipici delle nostre città.

Tuttavia, molto spesso tante di quelle persone che motivano le proprie gite o le vacanze in montagna con quelle affermazioni finiscono poi per ritrovarsi in parcheggi intasati di auto e a vagabondare con la propria per cercare un posto libero, code agli impianti di risalita come in metropolitana, poste da sci affollate come vie cittadine, sentieri sui quali si cammina in lunghe code, ristori e rifugi intasati, hotel grandi come condomini di periferia seppure certamente di pregevole qualità e super confortevoli ma che finiscono per offrire gli stessi agi che si hanno a disposizione a casa propria o si frequentano abitualmente nelle città in cui si passa il resto dell’anno.

Posto tutto ciò, dove si trova dunque la fuga dal caos della città? Dove e come ci si può rilassare? Basta farlo riproducendo le stesse dinamiche della quotidianità ordinaria ma in un contesto paesaggistico differente, che però si fa fatica a poter godere proprio perché intasato e per molti versi nascosto da tutta quella riproduzione dei modelli metropolitani di fruizione dei luoghi dai quali si viene costantemente distratti? Se i territori naturali hanno la capacità da tempo scientificamente comprovata di ristorare la mente, il corpo e l’animo dal modus vivendi opprimente, stressante e manipolatorio nel quale ci tocca vivere per buona parte dell’anno, perché non sappiamo e non vogliamo sfruttare tale fondamentale prerogativa?

Ha senso tutto ciò, rispetto a quelle motivazioni così di frequente addotte dai gitanti e dai vacanzieri montani? A me non sembra e sia chiaro: non è affatto una critica al turista che decide, più o meno consapevolmente, di usufruire di quei modelli di frequentazione turistica dei territori naturali (ma non solo di questi, ovviamente, il principio è valido anche altrove), il quale piuttosto si ritrova a essere costretto ad accettarli e subirli, per motivi vari e diversi. Tuttavia, subiti una volte, due volte, tre o quattro volte, dopo un po’ a mio parere deve diventare necessaria una riflessione al riguardo: ma sto veramente fuggendo dal caos e dallo stress della vita ordinaria, o più semplicemente cambiando la routine quotidiana, vivendo periodi di vacanza che presentano le dinamiche sopra descritte? Sto veramente ritemprandomi in un contesto del genere, o forse mi sto solo convincendo di ciò dal momento che pago un certo prezzo e in cambio ottengo servizi di cui abitualmente a casa non posso godere – fosse solo l’essere servito a pranzo e a cena da un cameriere premuroso o trovarsi una colazione abbondante che nessun bar di città potrà mai offrire, salvo rari e costosissimi casi, oppure l’area wellness appena sotto la propria camera?

Sono esempi banali e elementari, questi che propongo: ovviamente la questione è più articolata e profonda, sottoposta a variabili economiche e imprenditoriali che poco o nulla contemplano la qualità della permanenza turistica in un luogo ambientalmente pregiato, mirando quasi esclusivamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) al profitto, alla massimizzazione degli incassi, alla quantità delle presenze che fa utile in bilancio a fine stagione turistica e fissa limiti da dover sempre rincorrere e superare, stagione dopo stagione. Per l’industria turistica è pressoché necessario che un parcheggio il quale contenga duecento autovetture ma abbia spazio per arrivare a trecento debba essere ampliato in tal senso (magari scavando qui e là si arriva anche a quattro o cinquecento posti auto): ma può essere necessario, anzi è veramente necessario anche per chi vuole vivere la montagna in maniera autentica, pur volendo usufruire di certi comprensibili agi? Io credo che non solo non sia necessario ma, oltre una certa misura, diventi inevitabilmente deleterio per la qualità dell’esperienza di frequentazione dei luoghi e di vacanza, da una parte, e per quella dell’ospitalità offerta dalle strutture ricettive dall’altra oltre che, ovviamente, per lo stesso territorio, il suo paesaggio, la sua identità culturale, il benessere della comunità residente. Risulta fondamentale, e sempre più urgente, trovare un punto di equilibrio tra le esigenze e le necessità dei tre principali attori in gioco – il turista, l’albergatore/ristoratore/esercente commerciale, l’abitante del luogo – ma ancor di più secondo me, ribadisco, risulta imprescindibile quella riflessione di cui ho scritto prima da parte di ciascun frequentatore delle montagne e dei territori di grande pregio ambientale – quelli capaci di ristorarci nella mente, nel corpo e nello spirito, appunto, ovvero in grado di donarci una “fuga” il più possibile autentica dalle dinamiche opprimenti della vita quotidiana ordinaria. Una riflessione che si risolve in una (doppia) domanda fondamentale: è veramente la vacanza che voglio vivere in montagna? O sto correndo il rischio di ripetere le stesse cose che faccio già in città, nel resto dell’anno, autoconvincendomi che non sia così per non rovinarmi la (meritata) vacanza stessa?

Capitemi: non so affermando che la vera vacanza in montagna sia obbligatoriamente quella da passare in tenda in luoghi sperduti senza nessun confort e senza incrociare anima viva o quasi per giorni interi (esperienza che può risultare affascinante e invitante per molti e niente affatto a tanti altri). Ma nemmeno posso concepire che una vacanza in montagna sia come quelle che vedo così spesso vissute in enormi parcheggi, resort immensi, code agli impianti, resse ai banconi dei rifugi – che magari per giunta si mettono a offrire ostriche e champagne come i ristoranti gourmet del centro città o i beach club sulle spiagge più alla moda.

No, per quanto mi riguarda questa non è “vacanza”, non è «una fuga dalla città», non è relax: è solo un portarsi appresso la gabbia nella quale si vive rinchiusi per tutto il resto dell’anno. Niente di più e di tanto triste.

L’emerito Andrea Savonitto

Con la fine dell’anno in corso Andrea Savonitto, da tanti conosciuto come “il Gigante” (o più brevemente “Gig”) è diventato guida alpina emerita, dopo oltre quarant’anni di servizio per le montagne di mezzo mondo nonché trentacinque da gestore di rifugi e capanne, il tutto, come ha scritto sulla propria pagina Facebook con la sua abituale ironia, senza «mai un incidente al cliente…neanche un mignolo, senza aver avvelenato alcun*. Magari qualche cagotto, certamente mirato e meritato, ma MAI itteri o ricoveri coatti».

Ho la grande fortuna e il privilegio di conoscere Savonitto da qualche tempo e a sufficienza da essere veramente felice di saperlo guida “emerita” – quantunque ciò riveli pure una sua sempre più “diversa giovinezza”, ma è inevitabile d’altronde – e, ripensando alla sua presenza sulle montagne e all’attività svolta, di comprendere come un tale titolo non sia solo la conseguenza di un’anzianità di servizio ma diventi pure la presa d’atto ufficiale di un’aura quasi leggendaria che il Gigante ha acquisito in questi quaranta e più anni – facendolo gigante non solo nella statura ma pure nella considerazione guadagnata da tutti i frequentatori della montagna che vi hanno avuto a che fare, da clienti su itinerari alpinistici e escursionistici, allievi, pubblico delle sue conferenze, ospiti dei rifugi gestiti, ma pure da chi non l’abbia direttamente conosciuto e sia stato solo raggiunto dalla sua fama.

[Savonitto nel 1979, durante l’apertura de “Il Capellaio Matto”, la prima via alla Scogliera Morgana a Varenna, Lecco. Immagine tratta da www.planetmountain.com.]
Grandissimo alpinista, esploratore di mille pareti e falesie dalle Alpi alle piramidi (letteralmente) e anche altrove, sulle quali ha tracciato innumerevoli vie che sovente hanno fatto scuola diventando classiche ricercate e frequentate (l’ultima sua opera in tal senso è la falesia di Vandea sul Monte Berlinghera, sopra il lago di Mezzola all’ingresso della Valchiavenna), autore e curatore di numerose guide di arrampicata, escursionismo e scialpinismo, figura carismatica seppur a volte schiva, in certi momenti di primo acchito apparentemente scorbutico ma in realtà sempre ironico perché innanzi tutto autoironico, sovente sarcastico al limite del caustico, irrequieto perché visionario ma sempre intelligente e sagace, anche quando esprima pensieri e pareri con i quali non si concordi ma che comunque obbligano alla riflessione e al confronto, geniale in certe sue trovate che in quanto tali – troppo avanti, troppo fuori dalla norma, troppo “sovversive” – non sono state comprese da molti e per questo ampiamente criticate ma senza che mai ne condizionassero le idee e le azioni, oppure che gli hanno fatto commettere “errori” ma sempre nel contesto di esplorare ciò che poteva e sembrava essere la cosa giusta da fare in un dato luogo e in un certo momento, e se poi non lo era bastava cambiare le cose e rifocalizzare gli obiettivi. «Una vita spesa per la montagna» si potrebbe affermare per Savonitto, ma risulterebbe una cosa fin troppo banale e scontata da rimarcare. Forse è più vero l’opposto, cioè che Savonitto è stata e rappresenta una vita guadagnata dalle montagne, per come nei suoi modi a volte personali e particolari ma sempre coinvolgenti abbia saputo valorizzarne infiniti angoli altrimenti ignorati e sottovalutati, al contempo manifestando un modo di andare per monti sempre basato innanzi tutto sul divertimento e sulla passione, tanto scanzonato quando consapevole del qui-e-ora, di come sia necessario, per esplorare, vivere e godere veramente delle montagne, sia su vie d’arrampicata verticali o nel corso di tranquille passeggiate per famiglie, sentirsi pienamente vivi su di esse.

[Savonitto nella “sua” Vandea, nel 2023.]
Ecco, mi viene da pensare che Andrea “Gig” Savonitto abbia tutti i titoli per essere una guida alpina emerita perché, come detto, a modo suo ha saputo rendere “emerite” molte montagne, spesso di quelle che non sarebbero potute essere tali e grazie a lui lo sono poco o tanto diventate. «Chapeau!» insomma, e visto che la sua anagrafica è diversamente giovane ma non ancora troppo, l’augurio è che ancora per moltissimo tempo possa emeritamente salire montagne d’ogni sorta e rendere ugualmente “emerito” ovvero memorabile l’incontro con chiunque se lo ritrovi davanti.

(Tutte le immagini, ove non diversamente indicato, sono tratte dalla pagina Facebook di Savonitto.)

La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.