Una lettera a un noto servizio di previsioni del tempo

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Fu spettabile _________________,

vi scrivo la presente per rimarcarvi la mia crescente, stupefatta, stravolta ammirazione per la qualità del vostro servizio di previsione meteorologica. Veramente fatico a capacitarmi di come siate sempre meno in grado di fornire previsioni attendibili e non solo a distanza di giorni, il che sarebbe anche ammissibile stante le numerose variabili in azioni, proporzionali al crescente orizzonte temporale, ma pure nel raggio di ore, nello stesso giorno di emissione dei vostri bollettini!

Ma come fate? È qualcosa che ha del “prodigioso” – al contrario, ribadisco. Ergo sconcertante, appunto.

So perfettamente che i cambiamenti climatici in atto stanno influendo in maniera importante anche sui fenomeni fisici che avvengono in troposfera e sulle relative dinamiche meteorologiche, ma è d’altro canto parimenti vero che la scienza della meteo e la tecnologia al suo supporto evolvono – dovrebbero evolvere – al punto da saper equilibrare con una crescente affidabilità previsionale l’inaffidabilità meteoclimatica e, al contempo, mi verrebbe da credere che anche le vostre esperienze e competenze professionali dovrebbero continuamente evolvere e affinarsi. Insomma, se l’affidabilità dei bollettini fatica a crescere, quanto meno vorrei sperare che non diminuisca.

Invece, a giudicare dalla sempre più scadente qualità delle vostre previsioni, mi trovo costretto a pensare il contrario. Fino a qualche tempo fa qualcuno, scherzando, sosteneva che le previsioni del tempo quotidiane assomigliassero sempre più agli oroscopi; oggi, sembra quasi offensivo accostare l’astrologia, materia priva di attendibilità per antonomasia, a certa meteorologia mainstream. Ecco, appunto, mainstream: perché la scienza meteorologica è quanto di più serio e affascinante vi sia, ma il vostro operato rischia sempre più di banalizzarla e, per certi versi, svilirla.

Tuttavia è anche vero che, probabilmente, siamo noi a sbagliare, cioè, da un lato, a dare eccessiva fiducia alle vostre capacità di previsione meteorologica e, dall’altro lato, a essere diventati troppo spesso e troppo irrazionalmente dipendenti e influenzati dai vostri bollettini, ancora oggi nonostante la frequente inaffidabilità, e a pensare che esista il “brutto tempo” quando invece, salvo rari casi e fenomenologie particolarmente violente, non esiste affatto: è soltanto tempo diversamente bello. La cui interazione con il mondo che viviamo, in particolar modo con l’ambiente naturale, dona percezioni, sensazioni e esperienze affascinanti come e quanto quelle di quando c’è “bel tempo”.

Quand’ero piccolo, nei pomeriggi estivi durante i quali con il nonno si andava a fare lunghe passeggiate nei boschi e tra i campi, mi aveva insegnato qualche nozione di meteorologia naturalistica che instillò in me la curiosità, col passare del tempo e il crescere della passione per la montagna e i territori naturali, di saperne di più: le specie di fiori i cui movimenti segnalano i cambi di tempo, i ragni che tessono la tela solo se c’è bello stabile, i voli in circolo dei rapaci o l’addensarsi degli sciami di moscerini che segnalano la pioggia imminente, le forme delle nuvole, la direzione dei venti… Solo suggestioni, condizionamenti della fantasia, falsi miti, può ben essere: ma, intanto, queste “piccolezze” popolane si dimostrano molto più attendibili e affidabili dei vostri supercomputer, dei modelli previsionali, delle competenze che ritenete di saper mostrare, dei bollettini che emanate. E rappresentano anche un bel modo per “leggere” e comprendere meglio il mondo in cui viviamo, i suoi fenomeni naturali e la nostra relazione con l’ambiente di cui siamo parte.

Ribadisco: la scienza meteorologica seria esiste, per fortuna. Purtroppo voi dimostrate di ignorare o trascurare cosa sia, forse obnubilati dai palcoscenici mediatici che vi vengono offerti e dai quali diffondete le vostre inesattezze previsionali. Be’, sappiate che non state proprio facendo una bella figura, anzi!

Con consono rispetto ma ben poca stima,

Luca.

P.S.: ovviamente il nome del servizio meteo lo tengo celato per evitarmi tanto risentite e irose quanto effimere rimostranze.

P.S.#2: ogni tanto la ravvivo, questa mia vecchia e donchisciottesca “battaglia” contro i servizi meteo mainstream. D’altro canto come non ribadirla, visto che quelli proprio non ce la fanno?

Iperturismo, super funivie, mega resort… Cosa è “normale” e cosa non lo è più, sulle montagne di oggi?

[La funivia a due piani di Samnaun, in Svizzera, da 180 persone a cabina. Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
In uno dei tanti passaggi interessanti e stimolanti (alle pagg.115-116) del suo libro “All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche” (del quale vi scriverò presto), Selma Mahlknecht pone l’attenzione su come sulle montagne il turismo sempre più massificato abbia imposto i rigonfiamento, l’ingigantimento di ogni cosa, spostando sempre più in là il limite ovvero sostanzialmente negando che ve ne possa essere qualcuno:

Quand’è che il turismo diventa troppo? Il limite di tolleranza varia in continuazione. Quando si raggiunge un eccesso precedentemente messo in conto, la nostra sensibilità si adatta alla nuova realtà e sposta la soglia del dolore un poco più in là. Come nelle terapie di iposensibilizzazione, l’aumento costante della dose porta a una crescente insensibilità, o come in una dipendenza patologica, si ha il bisogno di alzare continuamente l’asticella del consumo per provare ancora qualche stimolo.

Mahlknecht ha ragione, drammaticamente ragione. Fateci caso: rifugi e ristori lungo le piste da pochi coperti fino a qualche tempo fa oggi servono centinaia di pasti al giorno assomigliando a mense industriali, funivie che caricavano pochi passeggeri per cabina ora ne portano 150 e più, sentieri escursionistici lungo i quali ci si doveva fermare per far passare gli altri camminatori oggi sono ampi tracciati ciclabili se non carrabili, alberghi e pensioni da poche camere e con servizi spartani ora sono grand hotel a più stelle con servizi d’ogni genere per centinaia di ospiti, eccetera.

Una volta le prime cose citate erano normali e nessuno pensava che non potessero esserlo, oggi è “normale” che siano diventate come descritto e nessuno penserebbe di tornare indietro a ciò che erano prima. Tuttavia, sia un tempo che oggi, in montagna ci si divertiva e ci si diverte, si sciava, si faceva la coda agli skilift (gli skilift! Solo uno sciatore per volta che saliva, roba da cavernicoli!) così come oggi alle grandi funivie, si facevano/fanno escursioni, si aspettava/aspetta il proprio turno per pranzare in rifugio. Solo che ogni cosa si è ingigantita – strade parcheggi hotel impianti sentieri rifugi – e questo processo di ingrandimento crescente non sembra avere termine, mentre di contro le montagne sono ancora quelle di una volta, non crescono di più, non hanno più spazio da offrire. Se non sfruttando e consumando il territorio naturale ancora intatto: come se da una parte non ci possano e debbano essere limiti e dall’altra, sulle montagne, di limiti ce ne siano eccome ma lo si ignora.

[La funivia Campodolcino-Alpe Motta, nel comprensorio sciistico di Madesimo in valle Spluga, attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta, che presi tante volte da ragazzino per andare a sciare: 16 persone per cabina, code di ore in salita e in discesa.]
Ribadisco: era “normale” la montagna di una volta ed è “normale” quella di oggi, nel senso che la norma è ciò che noi accettiamo sia tale: ma è evidente che si tratti di due dimensioni differenti, di due montagne rese differenti, di modi di fruirle che hanno la stessa forma ma sostanze ben diverse, dettate dal fatto che il turismo pretende e abbisogna di mandare sempre più persone in montagna ma pure da come noi percepiamo e consideriamo – o non consideriamo – cosa sia la montagna e cosa possa o debba essere. E se ci meravigliamo, in bene o in male, quando vediamo quanto sia diventato grande e confortevole un rifugio lungo le piste da sci che anni fa era piccolo e spartano, facciamo più fatica a constatare cosa sono diventate le montagne nello stesso tempo, le pensiamo sempre come “normali” nella loro apparente immutabilità: diventiamo sempre più insensibili nonché bulimici, come scrive Mahlknecht. In effetti non sono le montagne che cambiano, siamo noi a cambiare, le nostre visioni, gli immaginari, le pretese, le “verità”, e tutto quello che da ciò poi deriva, inclusi i segni che lasciamo sulle montagne – strade case impianti piste eccetera. E ogni cambiamento può essere in meglio oppure in peggio, ça va sans dire.

[Sopra, la “Baita del Sole”, ristoro-alloggio sulle piste di Madesimo, negli anni Settanta; sotto, un “rifugio” (il “Piz Boé Alpine Lounge“) sulle piste dell’Alta Badia, nelle Dolomiti.]
Dunque, per dircela tutta: è veramente normale, la “normalità”? Al netto del contesto temporale in cui si manifesta e di ogni altro ragionamento possibile al riguardo, chi lo stabilisce che lo sia e su quali basi? Perché ciò che un tempo ci sembrava normale oggi non lo è più – ovvero, era più normale prima o adesso? Ancora: non è che ciò che noi stabiliamo come “normale” per il nostro mondo, in base al nostro giudizio, non lo è per il mondo stesso del quale comunque siamo parte?

No, non «si stava meglio quando si stava peggio signora mia!», questa riflessione che state leggendo non vuole affatto essere passatista – per carità, il passatismo è tra le cose più ottuse che si possano manifestare. Ma altrettanto ottuso io penso sia il dare per scontato ciò che potrebbero non esserlo, il considerare qualcosa “normale” senza pensare, riflettere o stabilire quale sia la norma che lo sancisce, e credere che qualcosa possa essere “normale” anche quando genera rischi che invece si potrebbero evitare, con una maggior ponderazione della norma alla base. Fino ad arrivare – per dirne una – a lamentarsi dell’overtourism in montagna e del degrado conseguente quando sulle vette della zona ci arrivano funivie da 150 persone, telecabine da portate di 6000 persone all’ora e ai piedi sono stati realizzati parcheggi da centinaia di posti auto circondati da hotel da duecento camere dove prima c’erano una piccola funivia, uno spiazzo per le auto e qualche piccola pensione. Dove sta il punto di equilibrio – sempre che ce ne sia uno – tra le due dimensioni? E quello di rottura, se l’ingigantimento continua senza sosta e senza che sappiamo stabilirne normalità o anormalità?

[Tignes, rinomata località “ski total” sulle Alpi francesi.]
Non «si stava meglio quando si stava peggio», di sicuro, ma forse si sta veramente meglio quando si riesce a capire ciò che ci può far stare peggio, traendone da questa consapevolezza una “norma”, una normalità, non solo condivisa ma pure sensata, equilibrata, contestuale, veramente razionale e, dunque veramente benefica per tutti. Anche perché a dare per scontate troppe cose, sulle montagne anche più di altrove, ha sempre generato molti problemi e conseguenze infauste. Meglio evitarle.

Alta Valsassina: il progetto “Winter e Summer”? L’è un gran disastèr!

A quanto pare, in alta Valsassina (provincia di Lecco), si vuole perseverare con il progetto “Winter e Summer” con il quale installare una seggiovia all’Alpe di Paglio, comprensorio sciistico chiuso da oltre vent’anni perché insostenibile sia dal punto di vista economico che da quello climatico, oltre a innevamento artificiale e nuovi parcheggi, spendendo almeno 4,5 milioni di Euro di soldi pubblici.

È un progetto che più volte in passato, quando ne ho scritto (qui), ho giudicato inammissibile ed è destinato a fallire nel momento stesso in cui nasca. Ciò per diversi evidenti motivi: la “nuova” seggiovia (in realtà un impianto usato e reinstallato in loco, pare), è posta quasi del tutto al di sotto dei 1700 metri di quota, quella che ad oggi, sulle Prealpi Lombarde, segna il limite al di sotto del quale le precipitazioni nevose e la permanenza della neve (sia essa naturale e artificiale) al suolo non è più garantita (si veda qui sotto l’eloquente grafico del Centro Geofisico Prealpino, appositamente chiesto al riguardo e specificatamente riferito alle Prealpi lombarde, dove si trova l’Alpe di Paglio);

la località non ha alcuna possibilità di reggere la concorrenza del ben più strutturato comprensorio dei Piani di Bobbio-Valtorta, per giunta più facilmente e rapidamente raggiungibile, e nemmeno dei comprensori della provincia di Sondrio più vicini a Milano e al suo hinterland settentrionale; il progetto non fornisce né garanzie e né stime della sostenibilità economica delle infrastrutture da realizzare, che dunque, nel caso probabile di perdite, facilmente finiranno di nuovo in capo alle casse pubbliche; il progetto non ha alcuna possibilità di rilanciare né il turismo né l’economia locale, essendo di matrice monoculturale e privo di qualsiasi sviluppo progettuale organico con le altre potenzialità socio-economiche locali, non generando di conseguenza alcun vantaggio concreto per la comunità locale.

Non solo: l’Alpe di Paglio (della quale vedete alcune immagini qui sopra, con la ex pista di discesa), proprio per l’assenza di impianti di risalita e sciatori, è diventata in questi anni un’affermata meta del turismo invernale dolce, con grande presenza nei fine settimana (in cui vi sia la neve) di scialpinisti, ciaspolatori, escursionisti, famiglie con bambini. Saliteci in qualsiasi domenica di bel tempo e faticherete parecchio per trovare parcheggio. Di contro, il progetto dei comuni di Casargo e Margno risponde al solito bieco modello del “luna park alpino”: pretende di consegnare la località al dominio monoculturale ed “esclusivo” (in quanto esclude ogni altra fruizione del luogo) dello sci da discesa dimostrando l’assenza di volontà e di visione nell’elaborare un progetto di frequentazione turistica ben più consono al luogo, alle sue caratteristiche, alla sua realtà climatica e ambientale attuale e futura, alle sue peculiarità, che sappia mettere in relazione organica tutto ciò che sa offrire il territorio al fine di trarne uno sviluppo complessivo e equilibrato. Il che sarebbe peraltro un modo molto più adeguato di spendere delle risorse pubbliche, le quali invece – ribadisco – stanne per essere buttate in un progetto senza futuro e che rischia di banalizzare, da subito, e degradare pesantemente con il passare del tempo il territorio coinvolto.

[Le piste del Pian delle Betulle, alle quali si collegherebbero quelle dell’Ale di Paglio, nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.
No, quello dell’alta Valsassina è un progetto inammissibile senza se e senza ma, che solo una montagna e una comunità private di altre prospettive, soggiogata a decisioni indiscutibili, senza strumenti per comprendere l’impatto reale e il portato di quanto si vuole fare potrebbe accettare. E altre prospettive ce ne sono a iosa: ogni territorio ha potenzialità e specificità che lo rendono unico, che vanno considerate, sviluppate, messe in rete, supportate e rese funzionali al benessere e alla quotidianità della comunità locale. C’è bisogno di progetti che nascano dall’interlocuzione costante tra amministrazioni pubbliche, comunità locali e entità accademiche, scientifiche, culturali ovvero soggetti esperti: una collaborazione con la quale i bisogni e le esigenze della comunità possano essere elaborate e rese elementi di un progetto di sviluppo organico che poi l’amministrazione pubblica dovrà saper mettere in atto. Dov’è questa logica, questo piano d’azione razionale, questo buon senso in “Winter e Summer”? E dov’è l’attenzione che le istituzioni dovrebbero ordinariamente riporre nello spendere al meglio le risorse pubbliche, cioè i soldi di tutti noi contribuenti?

[Uno degli articoli da me scritti e pubblicati sulla stampa locale di analisi critica del progetto dell’alta Valsassina. Cliccateci sopra per leggerlo.]
Invece, ciò che Casargo e Margno vogliono fare alle loro montagne non è altro che l’ennesimo copia-incolla delle solite banali idee strumentali fatte apposta per spendere rapidamente soldi senza impegnarsi in proposte più articolate, per giunta ricavandone una funzionale propaganda politica. Idee prive di ogni reale considerazione dei territori, delle loro caratteristiche e dei bisogni reali delle loro comunità, che quei territori banalizzano indebolendone la vitalità economica e sociale, dunque anche la possibilità di costruirsi un buon futuro, una prospettiva che renda i loro abitanti orgogliosi del territorio in cui vivono e consapevoli di poter progredire con esso.

Un bel disastro, insomma, della cui dannosità, se il progetto andrà avanti e come sempre in questi casi, ci si renderà conto quando ormai sarà troppo tardi.

Le Olimpiadi? Un successone! Anzi no, un disastro!

Be’, converrete che leggere insieme titoli e sottotitoli dei due articoli, pubblicati lo stesso giorno (lo scorso giovedì 16 aprile; li trovate qui e qui) da due giornali diversi, sconcerta parecchio. O fa ridere, più o meno amaramente, o magari genera irritazione, che sia l’uno o l’altro a suscitarla.

Tuttavia, il confronto fa capire bene come i pur legittimi entusiasmi dei giorni olimpici (che poi, voglio dire: fossero state un insuccesso non lo direbbero di sicuro, visti i sette miliardi e rotti spesi e tutti i disagi nei territori coinvolti) e il tema Olimpiadi in generale stiano già affondando nella palude in cui si fondono le reiterate propagande istituzionali, ormai talmente retoriche e tronfie da apparire sempre più grottesche, e le prese d’atto circa la realtà effettiva delle cose, molto meno esaltante e che si deve aggrappare a mere speranze di un futuro migliore, nel quale la tanto decantata “legacy olimpica” si manifesti realmente e non resti a sua volta una falsa promessa.

[Un altro esempio di propaganda post-olimpica retorica e autocelebrativa istituzionalmente indotta ma in realtà costruita sul nulla e che, obiettivamente, finisce per banalizzare ciò che vorrebbe strumentalmente esaltare.]
Dunque, dove sta la verità tra le due visioni manifestate nei rispettivi articoli? Per quanto mi riguarda, come dice il noto motteggio popolare, potrebbe stare nel mezzo. Ma solo se da una parte la si finisca con la strumentalizzazione propagandistica (nelle parole e ancor più nei fatti) atta a nascondere lo squilibrio tra costi dei Giochi Olimpici e ricavi o vantaggi realmente conseguiti, e si prenda consapevolezza di ciò che le montagne e i territori e le loro comunità hanno realmente bisogno – e no, non sono solo strade e assolutamente non sono impianti e cannoni sparaneve ma soprattutto hanno bisogno proprio di fare comunità. Mentre dall’altra parte si prenda altrettanta consapevolezza civica, e dunque anche politica, che ogni cosa fatta ai territori è fatta alle comunità che li vivono, sia nel bene e sia soprattutto nel male, e tale consapevolezza si deve manifestare con l’interlocuzione democratica costante tra società civile e amministrazioni pubbliche. Perché la politica decide, impone, a volte sbaglia ma poi passa e va; le comunità no, restano nei territori il cui destino, la cui salvaguardia, la cui reale valorizzazione e lo sviluppo veramente benefico è quello delle comunità stesse e di tutti i loro abitanti, non solo di una parte – degli impiantisti, degli albergatori, degli immobiliaristi, di questa o quella categoria specifica o di chi altro. Perché se tali squilibri dovessero permanere, e purtroppo le Olimpiadi al momento non hanno fatto nulla per rimetterli in equilibrio, la decadenza di certe nostre montagne e la loro trasformazione in non luoghi ludico-ricreativi sempre più consumati e spopolati temo continuerà inesorabile.

P.S.: d’altro canto le doppie verità sulle Olimpiadi circolavano già prima dell’inaugurazione, a riprova del clima di ambiguità che le hanno contraddistinte, vedi qui.

Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?