Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.
Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello (ultra classico!) ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.
E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe di se stesso di essere “brutto” dentro?
Nella differenza culturale tra “territorio” e “paesaggio”, cioè tra ciò che vediamo intorno a noi e ciò che concepiamo da quella visione, nella relazione che si forma tra i due elementi e nella sua stortura (il più delle volte inconsapevole, in certi casi no), si può riscontrare sia la fortuna di essi, ovvero la loro frequentazione antropica armoniosa, sia la loro sfortuna, cioè l’origine dei danni che l’uomo con le sue attività vi compie. Comprendere che l’antropizzazione e la territorializzazione realizzate in armonia con lo spazio e l’ambiente naturale generano un altrettanto armonioso e bel paesaggio, nel quale ci si trova bene perché è bello starci, è fondamentale tanto quanto capire che la confusione tra i due elementi e il travisamento del loro valore, innanzi tutto da parte di chi opera e gestisce quegli spazi vissuti e antropizzati, è garanzia pressoché certa di danni e di degrado della bellezza peculiare dei luoghi, dunque conseguentemente anche della nostra relazione con essi, del nostro atteggiamento, della capacità di comprenderne e salvaguardarne il valore. Per questo il paesaggio deve necessariamente scaturire da una nostra elaborazione intellettuale e culturale: se ciò non accade, il territorio diventa come un dipinto dai colori bellissimi ma che non si capisce cosa rappresenti.
…il comprensorio sciistico!». Già, sembra che ragionino ancora così, i gestori di certe stazioni sciistiche: come negli anni Settanta, nell’epoca dello “ski total”, dei grandi comprensori industrial-turistici dove contava avere più impianti e piste di tutti, della montagna che cominciava a essere trasformata in luna park alpestre ad uso e consumo del turista cittadino, di una realtà che sostanzialmente non esiste più. Veramente oggi va e può ancora andare in questa direzione, lo sci?
Salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche – uno degli ultimi territori d’alta quota ancora incontaminati delle Alpi Occidentali – da chi vorrebbe installarvi dei nuovi impianti di risalita per unire i comprensori di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski e crearne uno tra i più grandi d’Europa soltanto per gridare ai quattro venti «CE L’HO PIÙ GROSSO IO!» (francamente non vedo altri motivi sostenibili e giustificabili, al riguardo) non significa solo difendere la bellezza naturale di una meravigliosa valle alpina, ma anche e soprattutto salvaguardare il futuro di tutte le Alpi e mettere le basi per il loro miglior sviluppo possibile. Di più: è la manifestazione di una presa di coscienza civica e culturale nei confronti di un patrimonio di inestimabile valore, le nostre montagne, che è di tutti e che nessuno può permettersi di svendere in modi tanto degradanti e dissennati.
Partecipate alla seconda edizione di “Una salita per il Vallone. In difesa delle Cime Bianche”, sabato 6 agosto: trovate tutte le info al riguardo cliccando sull’immagine in testa al post. E’ importante, è necessario, è nobile, è civico, è un gesto bello tanto quanto le nostre montagne!
[Foto di moerschy da Pixabay.]Riguardo la questione dell’innevamento artificiale delle piste da sci e delle sue controverse caratteristiche, soprattutto in relazione al consumo di acqua – tema del quale ho scritto in questo articolo ripreso anche da alcuni organi di informazione – una delle evidenze meno conosciute e al contempo più emblematiche e “inquietanti” (a dire di tanti che hanno letto il mio articolo) è quella dello spreco di acqua durante la produzione di neve artificiale. L’argomento è delicato al punto da aver spinto l’Istituto Svizzero per lo studio della Neve e delle Valanghe (SLF) di Davos, uno degli enti di ricerca nel campo più prestigiosi e affidabili al mondo, a mettere in atto uno specifico progetto per indagare la questione, svoltosi su base quadriennale nel periodo 2015-2018 così da ampliare anche cronologicamente la raccolta e il valore dei dati e diretto da Thomas Grünewald.
A Davos l’SLF ha svolto i primi test di innevamento artificiale per dare una risposta alla domanda su quanta acqua venga sprecata durante l’uso dei cannoni per la neve artificiale. I ricercatori hanno confrontato il volume d’acqua convogliato verso la lancia sparaneve con la quantità di neve accumulatasi al suolo dopo una notte di innevamento artificiale. Il volume di neve necessario per stabilire la massa è stato determinato tramite rilievi ultra-precisi mediante scanner laser effettuati prima e dopo il test. Con l’aiuto di misurazioni della densità, dal volume di neve è stato quindi calcolata la corrispondente quantità di acqua immagazzinata nella neve. Una stazione meteo installata vicino alla lancia sparaneve ha inoltre fornito tutti i principali parametri meteorologici come temperatura, umidità dell’aria e velocità del vento.
Dai primi risultati è emerso che durante l’innevamento artificiale la perdita di acqua oscilla tra il 15 e il 40%: valori che si avvicinano a quelli di un altro studio svolto in Francia. Una parte di essa viene spazzata via dal vento, un’altra parte evapora o sublima, senza contare le eventuali perdite nelle tubazioni dell’impianto dovute a usura, scarsa manutenzione o danni. In una fase successiva i ricercatori hanno provveduto a confrontare le perdite di acqua anche con altre condizioni meteo e con diverse impostazioni delle lance sparaneve, nonché a sviluppare ulteriormente le serie di test, così che con l’aiuto dei dati raccolti sarà possibile validare e migliorare i modelli numerici esistenti sull’innevamento artificiale.
Il dato rilevato è effettivamente sconcertante: su 10 litri d’acqua immessi nell’impianto di innevamento, può essere che fino a 4 litri vengano sprecati. È tantissimo, se ci pensate bene, soprattutto in considerazione dell’uso di tutta quest’acqua a scopo esclusivamente ludico. Attenzione, poi: non è soltanto un problema di spreco delle risorse idriche delle località ove gli impianti sono installati, il che sarebbe già preoccupante (e sia chiaro: la scusa che «ma l’acqua comunque non si spreca perché torna al terreno» non regge dacché non è detto che torni disponibile alla collettività, come ho spiegato in quel mio articolo citato). È pure un problema economico altrettanto grave: considerando che i costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 Euro a stagione, e posto il dato di spreco dell’acqua suddetto, molto semplicemente significa che per ogni km di pista innevato artificialmente si buttano via tra i 7.000 e i 18.000 Euro a stagione. Se si prende il caso del solo Alto Adige, ove 900 km di piste su 1.000 sono innevati artificialmente, basta far due conti per rilevare che in una stagione invernale, insieme all’acqua, vengono sprecati almeno 6,3 milioni di Euro – considerando il dato minimo del 15% indicato dalle ricerche dell’SLF di Davos; ma è facile prevedere che l’importo effettivo sia ben maggiore quanto più alto risulti il dato di spreco dell’acqua.
Un costo “nascosto” che va ad appesantire ancora di più la spesa per la produzione della neve artificiale che i comprensori sciistici devono sostenere, ovvero a rendere ancora più cupo il rosso dei loro bilanci, a malapena salvati dalle continue iniezioni di soldi pubblici. Ovvero, una gran zappata sui piedi che le stazioni sciistiche si stanno pervicacemente dando da anni, nella presunzione che la neve artificiale possa salvarle (e salvare le economie montane locali, come si continua papagallescamente a sostenere) quando invece le sta affossando rapidamente e definitivamente.
A questo punto, la domanda è sempre la stessa: ha senso tutto ciò? Economicamente, ambientalmente, socialmente e culturalmente, ha ancora una logica? Ovvero l’ha forse mai avuta? Oppure non è che una sorta di pulsione ossessiva che cerca di difendere e giustificare interessi e tornaconti ormai in gran parte divenuti sostanzialmente ingiustificabili?
Per tutta la stagione estiva ovvero fino al 30 settembre prossimo, presso il Grand Hotel Cervino di Cervinia, si può visitare una mostra fotografica tanto bella quanto significativa: Dal cielo di Cervinia, con gli scatti di Andrea Aschedamini, la cura di Luciano Bolzoni e l’egida di Alpes Officina Culturale, anche quest’anno promotrice di alcune intriganti proposte culturali nella località ai piedi della Gran Becca.
Andrea Aschedamini, nato a Milano, appassionato di montagna, specializzato in fotografia di viaggio, che definisce se stesso “fotolitografo”, fondatore con Cristina Locatelli dell’Agenzia different.photography, è autore e co-autore di numerosi volumi, servizi fotografici per varie riviste, mostre, progetti di narrazione fotografica. Io lo ricordo innanzi tutto (ma sono di parte) per un volume sublime, Umauns sainza amur sun ervas sainza flur, nel quale ha raccontato a modo suo l’Engadina (ecco perché sono di parte) con una sensibilità verso i luoghi e le loro peculiarità, le inaspettate sinergie, gli angoli più apparentemente noti e quelli più nascosti, veramente profonda e emozionante. Un luogo montano speciale, l’Engadina, che negli scatti di Aschedamini si può ri-scoprire e apprezzare con altrettanto speciale suggestione (per saperne di più sul volume, cliccate sull’immagine qui sotto).
La mostra Dal cielo di Cervinia propone a sua volta un “diverso” sguardo in un “diverso” tempo sul paesaggio e le architetture di Cervinia, sotto questo aspetto un luogo tanto amato da molti quanto deprecato da altri ma in ciò, ovvero in questa propria dicotomia architettonico-urbanistica (nonché paesaggistica) così evidente, capace di rivelare molto del rapporto che l’uomo ha intessuto con i territori montani che ha inteso urbanizzare nell’ultimo secolo, quando la frequentazione delle montagne ha assunto la fisionomia attuale e parimenti l’immaginario comune al riguardo. Come ha scritto Luciano Bolzoni nel presentare la mostra, «[…] Poi esiste un’altra Cervinia, quella che in una giornata fuori stagione può essere sorvolata dagli sguardi di un fotografo come Andrea Aschedamini che decide di alzarsi dalla conca per comprenderne la forma, le vie, i suoi spazi, le sue architetture».
Una mostra dalle innumerevoli valenze – artistiche, architettoniche, culturali, antropologiche, eccetera – che merita assolutamente una visita (e tornerò a parlarne al riguardo, a breve). Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa al post.
Seldwyla, secondo l’antica parlata, indica una località solatia e deliziosa, che si trova da qualche parte in Svizzera. Essa è ancora circondata da alte mura e torri, come lo era trecento anni fa, ed è rimasta sempre lo stesso nido; l’originale e profondo intendimento di questo insieme è stato consolidato dalla circostanza, che gli stessi fondatori della città, si erano posti a una buona mezz’ora da un fiume navigabile, con il chiaro segno, che non se ne sarebbe fatto nulla. Ma essa è sistemata bene, nel mezzo di verdi monti, troppo esposti a mezzogiorno, cosicché il sole la può investire appieno, ma neppure un alito di vento la sfiora. Così vi cresce attorno alle antiche mura un buon vitigno, mentre più in alto sui monti si estendono zone boscose, che costituiscono il patrimonio della città; perciò è questo stesso un emblematico e curioso destino, che la comunità sia ricca ma la cittadinanza povera e precisamente che nessuna persona di Seldwyla abbia qualcosa e nessuno sappia, di che cosa essi da secoli vivano.
[Gottfried Keller in un disegno di Karl Stauffer-Bern del 1887.]
Quella descritta da Keller, scrittore “nazionale” svizzero per eccellenza ovvero uno dei più significativi in senso assoluto della letteratura elvetica (ma pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano), è una località immaginaria, Seldwyla, che tuttavia compendia in modo letterariamente efficace i principali caratteri della Confederazione e delle sue genti: il paesaggio montano e boscoso (patrimonio della città così come della Svizzera reale, innegabilmente) e la cura agricola delle terre (i vitigni) ma pure la difesa di esse (le alte mura e le torri), la concretezza degli abitanti (il fondare la città a mezz’ora da un fiume navigabile) così come una certa condizione sociale, e socioeconomica, che per certi versi è emblematica anche per la contemporaneità elvetica. Come si può leggere su Wikipedia nella voce dedicata alla novella da cui è tratto il testo qui citato, “Persone di poche parole, gli abitanti di Seldwyla, ridono raramente e non perdono tempo ad immaginare storielle divertenti ed altre amenità. Essi non vogliono saperne di politica, che, secondo loro, conduce spesso a guerre, che loro, essendo da poco arricchiti, temono più del diavolo.”
Ecco: svizzeri, appunto. Oggi che è il 1° di agosto, la Festa Nazionale Svizzera, anche di più. Auguri!