Qualche settimana fa qui sul blog denotai come il vivere nel mezzo del territorio nel quale si svolgeranno le prossime Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 mi stia dando l’opportunità di vivere lo sviluppo dell’evento da dentro e non da spettatore forestiero come ad esempio avvenne per “Torino 2006”, e così di rendermi conto direttamente del perché altre importanti località alpine come Innsbruck, Sion, i Grigioni e Monaco di Baviera abbiano rifiutato la possibile candidatura a città ospitanti, ovvero di capacitarmi di cosa materialmente siano, oggi, un evento come le Olimpiadi: un buonissimo motivo regalato a amministratori locali ben poco illuminati per cementificare i territori montani in modi che senza la “giustificazione olimpica” non sarebbero stati possibili.
Ovviamente il problema non sarebbe l’Olimpiade in sé, non è l’evento e non il corpus di possibilità virtuose che potrebbe effettivamente offrire per i territori coinvolti ma è la gestione dell’evento, la competenza di chi ne sia responsabile e, ovviamente, le mire materiali che si intendono perseguire nonché la loro logica, la coerenza e la contestualità rispetto ai territori coinvolti. Le città e le regioni alpine sopra citate evidentemente hanno ritenuto che i giochi (invernali) non valessero la candela; Milano e Cortina invece sì.
Sabato 19, all’Università Statale di Milano, Off Topic Labha organizzato sul tema la giornata la cui locandina vedete lì sopra, con un parterre di relatori ampio e multidisciplinare, veramente interessante. Per chi potrà andarci, credo sarà un’ottima occasione per capire meglio la questione e formarsi un’opinione oggettiva e consapevole. Per saperne di più cliccate sull’immagine in testa al post mentre qui trovate l’elenco dettagliato degli interventi previsti.
«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»
Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.
“Remènch” o “raméngo” è la forma dialettale di “ramingo”. I pastori della bergamasca e del bresciano usano questa parola con il significato di “vagabondare” applicata alla forma di “pascolo vagante”, praticata in inverno entro ampie aree di pianura («‘nà a remènch»).
Trovo sia un’immagine eccezionale, quella che pubblico lì sopra, capace di unire due ambiti poliedrici e apparenti opposti in un’inopinata armonia, pur fugace ma che nel “qui e ora” del suo accadimento, fissato dall’obiettivo del fotografo, è potente, emblematica, poetica: la grande diga della Val di Lei, la sua possanza ingegneristica solidamente materiale che si fa emblema di un’antropizzazione tecnologica e per certi versi forzata del territorio alpino, quantunque certamente dotata di proprie buone funzionalità, e su di essa il grande gregge di pecore di Gabriele Arrigoni, giovane pastore transumante bergamasco, che riporta a un’idea di presenza umana sui monti ben più legata alla Natura e a una relazione necessariamente equilibrata con essa ma pure, in tale momento, con la parte più evoluta, o più “spinta”, dell’antropizzazione delle terre alte. Così la grande e possente diga di calcestruzzo contrasta la spinta dell’enorme massa d’acqua alle sue spalle e, al contempo, consente il transito bucolico e vivace delle pecore impegnate nel proprio ciclo vitale insieme al loro pastore.
Immagine bellissima anche perché assai emblematica e ricca di sfumature culturali, appunto.
La fotografia è tratta dal libro Remènch. Transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, con testi di Marta Morazzoni, Anna Carissoni, Giovanni Mocchi, Lucia Maggiolo, edito da Pubblinova Edizioni Negri nel novembre 2020, dalla cui presentazione ho tratto anche la citazione iniziale. Ne vedete la copertina lì sopra e lo potete trovare qui. Per questo articolo l’immagine l’ho tratta dalla pagina Facebook di Rete Fotografia.
A Teglio, in Valtellina, dove sono in corso e in progetto interventi parecchio opinabili (dal punto di vista economico, climatico, turistico, culturale) a sostegno della monocultura dello sci sui quali ho disquisito qui, pare che nessun privato si sia fatto avanti per finanziare la costruzione della nuova seggiovia.
Moto interessante e emblematico, ciò, ma in effetti non così strano: il privato deve fare profitti altrimenti non sta in piedi, e viene da pensare che a Teglio nessun privato ritenga di poter ricavare profitti a sufficienza da giustificare l’intervento economico richiesto (ribadisco: clic).
È un bel paradosso anche questo, a pensarci bene, per diversi aspetti: se tali discutibili interventi di infrastrutturazione turistica fossero promossi e finanziati esclusivamente da privati, resterebbero opinabili ma non potrebbero essere contestati più di tanto: in fondo il privato, fatto salvo il rispetto generale delle leggi vigenti e del patrimonio collettivo, può fare più o meno ciò che vuole (la dico grossolanamente per farla breve). Invece questi interventi, soprattutto nell’ambito dello sci su pista, sono quasi sempre finanziati da soldi pubblici, cioè di tutti noi, ma guai a contestare o anche solo a dubitare della bontà di quanto viene realizzato alle amministrazioni pubbliche che, anzi, proprio perché tali, si sentono in diritto di poter fare ciò che vogliono, anche quando le opere previste siano completamente insostenibili sia nella forma che nella sostanza e risultino sostanzialmente ingiustificabili alla luce del più ordinario buon senso. In pratica il privato, che potrebbe fare ciò che vuole ma sa di poterlo fare solo se la cosa sta in piedi, spesso in tali situazioni non fa ovvero fa altro; il pubblico, che non potrebbe fare ciò che vuole in quanto dovrebbe innanzi tutto salvaguardare il patrimonio collettivo nonché rispondere di ciò che vorrebbe fare alla cittadinanza, pretende sempre di voler fare tutto ciò che vuole per di più con i soldi dei cittadini. Ecco.
Sono solo io quello che “pensa male” oppure pensate anche voi che ci sia qualcosa che non quadra, in queste situazioni?
Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.
Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.
Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?
Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?
Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.
Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.
Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?
Ecco.
Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?