Alla Culmine di San Pietro

[Una veduta dei dintorni della Culmine di San Pietro, col suo tipico paesaggio prealpino che offre fitti boschi secolari e ampi pascoli tutt’oggi monticati. Immagine tratta da lavalsassina.com.]

Alla Culmine di San Pietro, antico valico che collega la Valsassina alla Val Taleggio, vale davvero la pena di sedersi e immaginare l’importanza di questo luogo nei secoli scorsi. Fin dall’epoca carolingia è stato infatti un sito di transito e di sosta: un sacello dedicato proprio ai viandanti sorgeva dove oggi vedi la chiesa, costruita intorno al 1550. I documenti attestano questa frequentazione storica: ad esempio Cesare Cantù, nella sua Grande illustrazione del Lombardo Veneto, riferisce che «nel 1790 la Colmine aveva un Castello e contava 762 abitanti», mentre secondo diverse testimonianze storiche dell’Ottocento la località era abitata esclusivamente da famiglie di bergamini, le quali avevano a disposizione ampi pascoli da fine primavera ad inizio autunno quando con le mandrie scendevano nuovamente verso la pianura lombarda.
La “Colmine” era così legata alle abitudini nomadi dei bergamini da avere riconosciuta anche una parrocchia, istituita nel 1649 e anch’essa a suo modo “nomade”: infatti nella stessa era presente un curato e si celebrava la messa solo dalla primavera all’autunno, quando erano presenti i bergamini e fino a che, ritornando in pianura a fine stagione, abbandonavano il sito imitati gioco forza dal parroco, per poi tornare l’anno successivo. Gli anziani alpeggiatori ricordano ancora l’importanza della messa, un rito sentito al punto da generare numerose leggende narranti di tremende punizioni divine e degli inquietanti incontri in cui si poteva incorrere se non ne veniva rispettato il precetto. Presso la Culmine si narrava anche che lo spirito di un cacciatore di Cremeno si aggirasse pei i boschi con i suoi cani: una leggenda che riporta alla mente le molte narrazioni legate alla “caccia selvaggia”, tema mitologico e folclorico diffuso in tutta Europa che tra Valsassina e valli bergamasche si manifestava soprattutto nei pressi di ponti e valichi, luoghi tradizionalmente infestati da presenze demoniache. La caccia selvaggia veniva sovente citata con terrore dai pastori, perché accadeva che, nel suo furioso passare, la torma di morti accompagnati da cani demoniaci e figure spettrali che la componeva si portava via qualche armento o, peggio, la salute psichica (e talvolta la vita) di chi aveva la sventura di incapparvi. Quando tra i pastori si spandeva la voce che la caccia selvaggia stava per passare era un fuggi fuggi generale, ma se poi all’appello mancavano alcuni capi di bestiame il dubbio che fosse stata la scorreria dei morti a commettere le ruberie oppure l’opera di ben più terreni e scaltri ladri aleggiava sempre. D’altronde in Valsassina, come in Valle Brembana e Taleggio, erano famose alcune figure di banditi, a loro modo leggendarie e non di rado idolatrate dalla popolazione perché rappresentavano una sorta di Robin Hood nostrani, come il terribile Sigifredo Falsandri detto Lasco, il celebre Pacì Paciana, all’anagrafe Vincenzo Pacchiana, o il più moderno Simone Pianetti, il «diavolo della Val Brembana»: “briganti” divenuti tali spesso in forza di ingiustizie subite, che si occupavano di rubare ai ricchi per dare ai poveri o di punire chi s’approfittava iniquamente del proprio potere.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. Un cammino che per una buona parte può essere percorso anche d’inverno e che trova nella Culmine di San Pietro una meta sempre frequentabile – pure in presenza di neve, dato che la parte della DOL che va da Morterone fino ai Piani di Artavaggio è un percorso adattissimo all’escursionismo invernale e alle ciaspole, sostanzialmente privo di pericoli – e tra le più affascinanti di queste montagne oltre che, come avete letto, ricca di storie e di narrazioni secolari.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

Il «turismo selvaggio», ancora

Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.

Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.

[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]
Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?

Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.

P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.

La stagione migliore per il Monte di Brianza

P.S. – Pre Scriptum: la recente “ospitata” presso il CAI di Calco per la presentazione della guida DOL dei Tre Signori mi ha riportato alla mente l’articolo che potete leggere di seguito e dedicato alla montagna di casa per gli amici calchesi e per chi abita le zone limitrofe, ovvero il Monte di Brianza. Un “piccolo” massiccio prealpino che sa regalare grandi sorprese, la cui scarsa elevazione altitudinale è inversamente proporzionale all’ampiezza di vedute panoramiche e di possibilità escursionistiche per le quali peraltro sono proprio i mesi invernali il periodo migliore, quando altre mete più prettamente montane sono irraggiungibili mentre qui il fascino intrigante dell’inverno prealpino si manifesta in tutta la sua suggestività. Ve lo ripropongo, dunque, insieme all’invito a conoscere e esplorare il Monte di Brianza: la sua bellezza e le peculiarità che offre vi sorprenderanno, ne sono certo.
Buona lettura.

Il fascino discreto (e un po’ magico) del Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza dalla sommità del Monte Tesoro. Foto di © Alessia Scaglia; cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Monte di Brianza è uno dei quei luoghi per diverse “ragioni” (tutte assolutamente opinabili) troppo poco considerati e apprezzati. Vuoi perché troppo “facile” da raggiungere, così a ridosso della Brianza (come suggerisce il toponimo) e del milanese, vuoi perché monte dalle fattezze di tozza collinona boscosa priva delle più suggestive asperità tipiche della montagna “vera”, vuoi perché troppo bassa al cospetto dei monti vicini, ben più elevati e rinomati al confronto dei quali sembra appiattirsi intimorito. Be’, tutte cose oggettive ma fuorvianti, perché il Monte di Brianza è invece un luogo assolutamente affascinante e ricchissimo di numerosi piccoli e grandi tesori, un lembo di rigogliosa Natura inopinatamente poco contaminato e antropizzato a pochi km dall’ultracementificata (e inquinata) Brianza e dalla grande Milano, che veramente sembra galleggiare tra i troppi e disordinati segni dell’uomo in questo territorio come un’isola magica, misteriosa e attraente (si veda l’immagine notturna nella galleria fotografica qui sotto e la macchia scura del monte tra le mille luci dei paesi e delle città d’intorno, per cogliere una tale percezione), nella quale il vagare – tra i suoi boschi lungo sentieri e mulattiere secolari che raggiungono luoghi di delicata e antica bellezza – (ri)genera sensazioni piacevolissime, tanto imprevedibili quanto intense.

Ci si sente sospesi, sul San Genesio (altro toponimo del monte, dal nome di una delle sommità principali) in una sorta di piega dello spaziotempo, nella quale certamente giungono i rumori e le visioni della pianura ma sono come filtrati dai “bordi” della sfera ambientale che circonda la montagna e la separa, in modo geograficamente indistinto ma paesaggisticamente netto, dal resto del mondo d’intorno. Ci si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria da impianti industriali e strade estremamente trafficate ma da essi ci si sente ben più lontani: forse proprio grazie al vivido e inatteso piacere di ritrovarsi in un’isola di virente quiete così bella e – per molti, ribadisco – inaspettata, che risintonizza i sensi su armonie diverse, fuori dall’ordinario.

Volendo lasciar libera la mente di vagare nei reami della fantasia, verrebbe da pensare che, muovendosi sul placido crinale del Monte di Brianza – che ha orientamento Nord-Sud, più o meno – lungo il sentiero che lo percorre interamente, ci si potrebbe credere in cammino lungo la schiena del Genius Loci del monte, il cui corpo si manifesti nelle fattezze di un ciclope addormentato a pancia in giù, appunto, la testa nascosta sotto il Monte Barro (l’altura adiacente a settentrione) e le gambe che affondano nelle pianure a Sud, verso le colline del Curone; un gigante placidamente a riposo ma assolutamente vivo, vibrante di energia e vitalità al punto da poterla percepire, camminandoci sopra, e sentirla come una forza naturale preziosa e benefica, di quelle che certi luoghi speciali sanno emanare consentendo a chi vi si trova di stare bene lì, di sentirsi ben accolti e compiaciuti di starci. E, a ben vedere, quanto vi ho appena raccontato può essere considerato un volo della fantasia solo nella sua forma metaforica dacché, al di là delle mere suggestioni “letterarie”, veramente il Monte di Brianza – o il suo Genius Loci – emana una propria vitalità peculiare: tenue, delicata, eterea più che altrove, in territori montani maggiormente scenografici (per l’immaginario comune), eppure nitida, a suo modo definita, che si può cogliere con un minimo di sensibilità in più rispetto all’ordinario.

Comunque, anche chi invece volesse far vincere la fantasia sulla razionalità e da essa lasciarsi piacevolmente irretire, sul San Genesio può farlo “a ragione”, viste le numerose leggende che sul monte si possono trovare, e che la fotografa Maria Cristina Brambilla ha raccontato sul numero di novembre 2020 della rivista “Orobie” e in questo suggestivo video:

Insomma: se non l’avete mai fatto prima, o non ancora con la più consona e sensibile attenzione, esploratelo, il Monte di Brianza. Per farlo in modo ben consapevole, potete consultare il sito web dell’Associazione Monte di Brianza (dal quale ho tratto anche le fotografie qui presenti), dove trovate ogni informazione utile al riguardo e molte altre suggestioni altrettanto utili e intriganti.

P.S. – Post Scriptum: sul Monte di Brianza ho scritto anche qui.

 

Una montagna (sacra) che cresce sempre di più

Zitto, zitto, piano piano, senza strepito e rumore – come si canta ne La Cenerentola di Rossini – in questi ultimi mesi il progetto “Monveso di Forzo Montagna Sacra per i 100 anni del Parco nazionale Gran Paradiso (ne ho già scritto qui), nonostante la sua matrice per molti versi “rivoluzionaria” e le difficoltà di comunicarne la stra-ordinaria idea di fondo, che di contro ha generato numerose discussioni al riguardo, sta conseguendo notevoli risultati. Innanzi tutto, il progetto ha ormai raggiunto e superato le 1000 adesioni: cosa non da poco considerando che vi si può aderire compilando il form presente nella pagina sherpa-gate.com e non attraverso le più facili e immediate raccolte firme offerte dalle varie piattaforme on line atte a tale scopo. Forse poco o nulla cambia, ma sono convinto che quel mezzo secondo in più da dedicare all’adesione al progetto nella modalità prevista sia anche un segno di maggior comprensione e condivisione dello stesso e delle sue finalità. Inoltre, la “Montagna Sacra” di recente è approdata anche su “Geo”, la nota trasmissione di Rai3, con la presenza in studio di Toni Farina – uno degli ideatori originari del progetto – che, nel pur breve spazio concesso, lo ha presentato in modo completo e coinvolgente.

Mi sono chiesto, in queste settimane, il motivo di un consenso certamente lento al progetto – ma è bene così: la lentezza, di nuovo, è funzionale alla ponderata riflessione e alla maggior comprensione – tanto quanto costantemente crescente, al punto che molte delle critiche inizialmente rivolte all’iniziativa, dalle quali spesso sono sorti interessanti dibattiti, si sono poi rivelate punti di forza così come chi le aveva formulate è in numerosi casi diventato un sostenitore del progetto, a volte trovando da sé le risposte ai propri quesiti critici iniziali. Io stesso inizialmente ero affascinato dal progetto ma mi formulavo alcuni dissensi, dei quali col tempo ho compreso l’infondatezza e, anzi, mi sono serviti per generare in me una ancor maggiore forza rispetto al senso e alla sostanza della sua idea di fondo.

[La posizione geografica del Monveso di Forzo nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso.]
Una delle obiezioni più frequentemente mosse al progetto della “Montagna Sacra” era stata fin dall’inizio quella di essere qualcosa di interessante ma eccessivamente “simbolico”, dunque inutile. Una vetta sulla quale si sceglie di non salire in mezzo a infinite altre sulle quali si può fare ciò che si vuole: a che serve? Sembrava una critica giustificata, in effetti. Poi è venuto l’anno 2022 con le sue stagioni “squilibrate” dettate da un clima inquietantemente bizzarro: un inverno avaro di neve, la primavera pressoché assente, l’estate precoce e caldissima che ha peggiorato la siccità (con la tragedia della Marmolada a fare da funesto esempio dello stato di fatto climatico) e l’autunno in corso altrettanto afoso e scarso di precipitazioni… un periodo che ha reso palese in moltissime persone, anche non così vicine al mondo della montagna, la delicatezza e la fragilità delle terre alte nonché la necessità evidente di averne una maggiore considerazione e una cura più attenta. Di contro, gli interventi discutibili di infrastrutturazione dei territori montani, principalmente ad uso turistico, non solo non si sono fermati ma anzi pretendono di andare ancora oltre i limiti già eccessivi finora raggiunti con lo sfruttamento delle montagne, generando di conseguenza un immaginario sempre più mirato ad un vero e proprio consumismo turistico di esse, ridotte a mero divertimentificio e private della loro cultura materiale e immateriale. Come fossero banali parchi di divertimento di una periferia cittadina allungatasi fino ai monti per “turisti” – o clienti/consumatori – alla costante ricerca di emozioni rapide e di sfondi da selfies.

Ecco: in tale situazione diffusa, la carica simbolica della “Montagna Sacra” perde la gran parte della sua presunta immaterialità per diventare la manifestazione di una visione assai concreta e potente, capace di trasmettere un messaggio tematico che di fronte a quanto sopra descritto si palesa non solo come una dichiarazione d’intenti ma veramente come un programma d’azione culturale, un mattone fondante d’una consapevolezza diffusa sempre più strutturata e acquisita verso la salvaguardia ambientale rispetto alla realtà climatica che già stiamo affrontando e che probabilmente nei prossimi anni si farà più problematica. Tutto ciò senza pensare a ulteriori iniziative come quella al Monveso di Forzo, anzi: è importante che vi sia un’unica montagna ben identificata e definita a fare da emblema concreto e referenziale dei temi alla base del progetto, una “nozione culturale a forma di montagna”, visibilissima, contemplabile come e quanto si voglia, potente nella sua matericità e in grado di diventare l’icona riconoscibile di un nuovo modo di relazionarsi culturalmente con le montagne e in genere con l’ambiente naturale.

Una relazione della quale, appunto, abbiamo sempre più necessità: per questo c’è bisogno della “Montagna Sacra” e del pensiero forte che vi scaturisce. Credo che anche per questo le adesioni, pur senza alcun sollecito, stiano aumentando così regolarmente: perché certe verità appaiono tali magari non subito ma inesorabilmente con il tempo e offrono punti fermi che, nel mondo liquido e banalizzato di oggi, appaiono di importanza capitale e valore oltre modo prezioso.

Per saperne di più sul progetto della “Montagna sacra” cliccate qui, dove troverete anche il form per sottoscrivere il progetto. Ogni adesione in più è importante, se frutto di una consapevolezza acquisita sul senso e sugli scopi del progetto; ma, ribadisco, credo che chiunque, interessandosene anche rapidamente, potrà facilmente comprendere il valore del progetto e farlo proprio.

Teglio, lo sci, la neve e le nozioni scolastiche

[Immagine tratta da www.passioneastronomia.it.]
Lo insegnano alle elementari, nei primi rudimenti di scienze, che d’inverno cade la neve perché fa più freddo e ciò perché il Sole scalda meno rispetto all’estate e in forza della sua inclinazione sull’orizzonte crea ombre più lunghe a nord rispetto che al sud: per questo la neve che cade sui monti rivolti a settentrione si conserva più a lungo rispetto a quella che cade a meridione, versante che riceve la maggiore insolazione stagionale e si scalda di più.

Ecco. Sono nozioni scientifiche basilari, scolastiche appunto, che valgono ovunque meno che, evidentemente, sui monti sopra Teglio, in Valtellina. Dove è arrivata una bella batteria di nuovi cannoni per produrre neve artificiale che coprirà piste da sci in piena esposizione meridionale. Cioè dove il Sole scalda maggiormente, sì, dunque dove la neve si scioglie più rapidamente – proprio come si impara a scuola, già.

Forse che a Teglio soffrano di qualche malaugurata carenza scolastica nelle materie scientifiche?

Ironia a parte (inevitabile, d’altro canto), veramente viene da chiedersi il senso di un investimento che immagino certamente importante, sostenuto dal piccolo comprensorio sciistico valtellinese in base all’ovvio suo punto di vista meramente commerciale, nel tentativo di salvare qualcosa che a tutti gli effetti ha già la sorte segnata, cioè la pratica dello sci su pista a quote inferiori ai 2000 m (solo nella parte alta il comprensorio di Teglio supera quella quota) e, ribadisco, su versanti in piena esposizione meridionale, sui quali persino il manuale del bravo impiantista più ottimista (o meno lucido) in circolazione oggi consiglierebbe caldamente di lasciar stare e dedicarsi ad altro di più consono. Anche perché la zona è meravigliosa, tra le più belle del versante retico della Valtellina e potenzialmente dotata di infinite possibilità di frequentazione turistica sensata e consapevole: vederla così sottoposta ad un vero e proprio accanimento sciistico – pur in considerazione delle mire e delle aspettative turistiche dei locali che posso anche contemplare ma non comprendere – mi lascia alquanto perplesso. E lo dico, qui senza alcuna ironia o tono eccessivamente polemico, immaginando (o presagendo) la sorte di quegli investimenti e la loro utilità effettiva sia nel breve periodo e soprattutto nel medio-lungo periodo a favore del luogo e della sua comunità, pensando di contro anche alle suddette potenzialità turistiche alternative le quali, temo, resteranno sostanzialmente al margine per lasciare nuovamente spazio alla consueta, monopolistica, dogmatica opzione sciistica, al solito imposta come «l’unica forma possibile di sviluppo delle montagne»: un assioma che ormai appare più fantascientifico di un romanzo di Asimov.

Insomma: mi sembrano soldi buttati via per inseguire una chimera, l’ennesima di un comparto che sta ormai raschiando il fondo del proprio barile (o forse lo ha già sfondato) negando(si) pervicacemente l’evidenza dei fatti e al contempo dimostrando la più sconcertante incapacità di comprensione della realtà e della necessità di concepire e sostenere scelte alternative, innovative e consone alla situazione corrente – climatica, economica, culturale, sociale – per la frequentazione delle proprie montagne. Forse per propria consapevole e sconcertante volontà, forse per mera alienazione o forse per altri motivi: sia quel che sia, ad andarci di mezzo nel modo più pesante sono e saranno le montagne e chi ci vive. Per loro, con tali andazzi, anche in pieno Sole il buio potrebbe diventare inevitabile.

P.S.: le immagini dei canoni sono tratte dalla pagina facebook.com/alpe.teglio; la mappa con indicati gli impianti rispetto all’esposizione geografica è ricavata da map.geo.admin.ch.