Il clima che cambia sui monti e la Coppa del Mondo di sci che invece no (e le conseguenze si vedono)

[La surreale situazione a Garmisch Partenkirchen sabato 27 gennaio 2024, durante le gare di Coppa del Mondo di Sci.]
Lunedì 12 febbraio “Il Post ha pubblicato un articolo intitolato Lo sci sta diventando impraticabile a livello agonistico? nel cui sottotitolo si denota, significativamente, che «I frequenti infortuni tra gli atleti stanno alimentando ormai da tempo una riflessione sulle ripercussioni del cambiamento climatico sugli sport invernali».

Ecco alcuni passaggi dell’articolo:

La recente caduta della sciatrice italiana Sofia Goggia, che si è fratturata tibia e malleolo tibiale della gamba destra durante un allenamento a Ponte di Legno, in provincia di Brescia, è stata citata da diversi commentatori come un esempio di infortuni sempre più frequenti tra sciatrici e sciatori professionisti. Parte della responsabilità delle cadute è attribuita dagli stessi commentatori a cause eterogenee, ma che nella maggior parte dei casi hanno a che fare con gli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico: effetti che sono già da anni oggetto di un esteso dibattito sul futuro degli sport invernali.
Nelle settimane e nei mesi prima dell’infortunio di Goggia si erano fatti male diversi altri atleti e atlete di alto livello, tra cui lo sciatore norvegese Aleksander Aamodt Kilde. A fine gennaio anche la statunitense Mikaela Shiffrin, la più vincente sciatrice nella storia della Coppa del Mondo di sci alpino e una delle più forti di sempre, era caduta nella discesa libera di Coppa del Mondo a Cortina d’Ampezzo. Shiffrin, peraltro fidanzata di Kilde, era stata nel 2023 – insieme all’italiana Federica Brignone, lo stesso Kilde e altri atleti – tra le principali firmatarie di una lettera indirizzata alla FIS per sollecitare un maggiore impegno della Federazione nel pianificare gli interventi necessari per garantire la sostenibilità ambientale degli sport invernali. La lettera citava come ragioni delle preoccupazioni crescenti da parte degli atleti e delle atlete il frequente annullamento delle gare per mancanza di neve, la riduzione delle possibilità di allenamento prima delle gare, dal momento che «i ghiacciai si stanno ritirando a una velocità spaventosa», e l’impossibilità di produrre neve artificiale a causa dell’aumento delle temperature.

Ciò che l’articolo de “Il Post” descrive è una situazione che già moltissime persone, e in primis gli appassionati di cose di montagna, hanno notato e segnalato, ovvero come anche la Coppa del Mondo di Sci, un tempo lo strumento di promozione della disciplina e ancor più delle località sciistiche che ne ospitavano le gare (ma di rimando di tutto il comparto turistico dello sci alpino) si stia sempre più trasformando nella manifestazione di un vero e proprio accanimento terapeutico, di natura ormai ben più commerciale che agonistica, nei confronti delle montagne (come ho scritto già qui). Sicuramente molti ricorderanno quanto accaduto per due autunni di fila sul Ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, scavato e spianato per consentire le gare di apertura della Coppa del Mondo poi annullate per la mancanza di condizioni meteoclimatiche adatte, le irregolarità rilevate dagli organi istituzionali svizzeri, le proteste di buona parte dell’ambiente – atleti della Coppa del Mondo inclusi – e gli scantonamenti tentati dai referenti della FIS – Federazione Internazionale dello Sci dalle proprie responsabilità. Da lì in poi la stagione in corso (come d’altronde già le precedenti da alcuni anni) si è protratta tra mille problemi legati alla situazione climatica, con molte gare annullate, condizioni difficili quando non pericolose – come rileva “Il Post” – e comunque inaccettabili ai fini della regolarità delle gare, senza contare la tristezza di veder gareggiare ormai di frequente i più forti sciatori del mondo su nastri di neve artificiale stesi tra i prati, malamente nascosti dietro le installazioni pubblicitarie degli sponsor della Coppa del Mondo. Insomma: una pessima promozione – salvo rari casi – per lo sci, le località sciistiche, le montagne e per tutto l’indotto a ciò correlato. Eppure da parte degli organi federali internazionali sembra si faccia ancora orecchie da mercante, comportandosi come se nulla stesse accadendo per tentare di star dietro al proprio business a prescindere da ogni altra cosa: i risultati di tale atteggiamento deprecabile purtroppo si sono visto rapidamente, e spesso a scapito della salute degli atleti, appunto.

Fatto sta che pure la Coppa del Mondo di Sci è ormai diventata una chiara e inequivocabile prova della necessità, per tutto il comparto sciistico, di cambiare i propri paradigmi per adattarsi, dove possibile, alla realtà climatica in divenire o per convertirsi a pratiche più consone e sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale, economico e culturale, anche per salvaguardare il più possibile la manodopera che lavora nel comparto e l’indotto ad esso legato. Evenienza che potrà essere criticata quanto si vuole, da chi da dentro il comparto sciistico teme di perdere privilegi acquisti in passato, ma d’altro canto inevitabile (a meno di palesare demenze piuttosto gravi) e infinitamente meno dannosa del perseverare con il sistema sciistico industriale come nulla fosse. Lo fa la FIS con la Coppa del Mondo di Sci e, come visto, i suoi atleti si fanno male; lo farà l’industria dello sci e in questo caso a farsi male saranno tutte le montagne con chi le abita.

P.S.: mi sono occupato altre volte del tema di cui avete appena letto, ad esempio un anno fa in questo post.

Il Lago Bianco al Gavia: non dimenticare per evitare che a primavera la devastazione riprenda

Lassù, al Passo di Gavia, tutto è immoto e silente. Il regno della quiete invernale è rotto solo dalle intemperanze del tempo meteorologico, ma la coltre di neve che ammanta il paesaggio lo protegge anche dalle buriane che a volte impazzano lungo l’ampia sella.

Anche il Lago Bianco è protetto, ora, da ogni cosa e soprattutto dall’insensatezza degli uomini che, fino a quando il meteo lo ha consentito, si sono arrogati il diritto di distruggere le sue rive, quelle che danno verso la Valtellina, per compiacere chi vorrebbe rubare le acque del lago per innevare artificialmente le piste di Santa Caterina.

Ora, come detto, la neve che speriamo abbondante ancora a lungo nasconde lo spaventoso cratere e il silenzio della montagna sospende lo sconcerto e la rabbia di chiunque abbia potuto constatare il disastro. Un silenzio ben più nobile e puro di quello reiterato per troppo tempo di chi doveva parlare e non lo ha fatto in quanto mandante e complice del danno cagionato al Lago Bianco: il settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio con i suoi responsabili, innanzi tutto, poi gli enti locali a partire dai comuni interessati – Santa Caterina e Bormio – fino a Regione Lombardia. Un silenzio, questo di tali soggetti, tanto deprecabile quanto del tutto significativo sul loro atteggiamento verso il luogo, il suo ambiente, il paesaggio e verso le montagne in generale. Poi, spinti da chi invece non è mai stato in silenzio, ovvero le migliaia di frequentatori della montagna che hanno cominciato a denunciare ciò che stava accadendo al Gavia, anche quei soggetti responsabili del disastro hanno dovuto parlare – l’hanno fatto a ottobre inoltrato quando ormai il danno era stato fatto – ma hanno detto cose quasi cadendo dalle nuvole, sostenendo che «forse c’era un errore», «Il progetto è da rivalutare», «Verificheremo la situazione». Un enorme cratere scavato in una torbiera alpina più unica che rara, in zona di protezione integrale sancita dallo stesso regolamento del Parco Nazionale dello Stelvio “forse un errore”? Cos’è, un bislacco tentativo di fare dietrofront di fronte al danno palese oppure una presa in giro per cercare di svicolare e lasciare che la pausa invernale distolga l’attenzione sulla questione?

Come ha scritto l’amico Davide Sapienza, «Su, al Gavia, l’inverno tiene lontane ruspe e traffico, ma poi la primavera torna e la stupidità istituzionale si ripresenterà intatta.» Esatto, il pericolo è proprio questo, che i maledetti mandanti di un tale delitto perpetrato alle nostre montagne – perché di questo si tratta – tentino di approfittarsi del silenzio invernale per mettere a tacere le voci contrarie ai lavori e, a primavera, riaprire indisturbati il cantiere per finire l’opera e portare a termine il delitto ai danni del Lago. E, considerando come si sono comportati finora, il pericolo è più che concreto.

Invece no. NOI NON DIMENTICHIAMO.

E non restiamo zitti e non lo resteremo mai. Come ha fatto l’amico Matteo Lanciani nel recente question time in Regione Lombardia – che al riguardo ha fornito risposte al solito insufficienti e ambigue – e come farà di nuovo Lanciani insieme a Fabio Sandrini a Salò, giovedì prossimo:

Quello che è avvenuto e forse tornerà ad avvenire a breve al Lago Bianco è uno dei casi più sconcertanti e emblematici di quell’assalto alle Alpi (per citare il titolo del noto volume di Marco Albino Ferrari) le cui manifestazioni troppo spesso ci troviamo di fronte e di frequente in territori e luoghi di straordinaria bellezza che non meriterebbero tanta dissennatezza ma solo attenzione, sensibilità, cura e una frequentazione in armonia totale con i luoghi. È ora di smetterla una volta per tutte con questi disastri così privi di logica, di rispetto per le montagne, visione del loro futuro, buon senso.

Il Lago Bianco deve essere salvato da tutto ciò: ne va del suo ambiente, del suo paesaggio, di chi lo vuole godere in tutta la sua bellezza e ne va del futuro di tutte le nostre montagne. Tutte.

P.S.: l’immagine in testa al post è di sabato 10 febbraio scorso ed è presa da qui; il Lago Bianco resta alle spalle e poco fuori dalla visuale della camera, sulla destra.

Che fine ha fatto la nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio?

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Sulle Alpi sono innumerevoli i progetti basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla cosiddetta economia verde e sulla economia dolce. Crescono le proposte per una fruizione moderna della montagna invernale, e assistiamo alla conversione di centrali dello sci in oasi naturali (come il Dobratsch, in Carinzia, come ai Piani di Artavaggio, ma gli esempi potrebbero continuare).

Nei mesi scorsi numerose associazioni e tanti cittadini si sono mobilitati, anche con eventi in loco, contro il paventato progetto di una nuova seggiovia – con relativo impianto di innevamento artificiale – ai Piani di Artavaggio, affascinante località della Valsassina (provincia di Lecco, Prealpi Lombarde) tra i 1600 e i 2000 m di quota dalla storia alquanto emblematica.

Infatti, dopo la fine della propria era sciistica negli anni Novanta del secolo scorso per i “soliti” motivi principali – cambiamenti meteoclimatici, insostenibilità economica, concorrenza di altre stazioni – nel corso degli ultimi lustri si è rilanciata alla grande e in maniera sostanzialmente spontanea come luogo montano ideale a una frequentazione turistica sostenibile e non meccanizzata (salvo che per la funivia di arroccamento da Moggio, il comune nel cui territorio sono situati i Piani di Artavaggio). Un pubblico articolato e crescente che ha letteralmente riscoperto il luogo quasi solo grazie al passaparola, e ha preso a frequentarlo in gran quantità per praticare le numerose attività che la montagna consente anche senza impianti di risalita – anzi, proprio grazie alla loro assenza e a quanto ne giova il luogo e la sua fruibilità. Per tutto questo oggi i Piani di Artavaggio vengono frequentati non solo nei mesi estivi e invernali ma per tutto l’anno da moltissimi escursionisti che sull’altopiano valsassinese possono godere di quella dimensione di ritrovata armonia con il territorio naturale altrove soggiogata alla presenza e all’impatto delle infrastrutture turistiche (come per gli adiacenti Piani di Bobbio, totalmente asserviti al comprensorio sciistico attivo in loco). La storia della rinascita ecoturistica di Artavaggio appare così interessante da essere citata in numerosi saggi sulla montagna contemporanea – come Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023) da cui proviene il brano in testa a questo articolo – diventando persino un caso di studio per il CAST, il Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna che li cita come esempio nelle Alpi italiane di località mirata «al potenziamento di forme di turismo diverse».

[I Piani di Artavaggio qualche anno fa, innevati come oggi capita ormai raramente. Foto di ©Roberto Garghentini, per gentile concessione dell’autore.]
Nonostante questa realtà così riconosciuta, le numerose fonti sovente prestigiose che ne attestano il successo e la situazione climatico-ambientale della cui evoluzione tutti ormai sappiamo, ecco che nel corso del 2022 è saltato fuori il progetto – finanziato con ben 11 milioni di Euro di finanziamenti pubblici erogati da Regione Lombardia – relativo all’installazione di una nuova seggiovia ai Piani per riportarvi lo sci su pista oltre che delle solite opere annesse – innevamento artificiale, manufatti al servizio delle piste, parcheggi a valle, eccetera. Un progetto simile a molti altri dei quali, per il contesto al quale viene riferito, se ne denuncia l’illogicità e l’anacronismo, e che calpesterebbe il successo unanimemente riconosciuto e il molteplice valore della rinascita turistica sostenibile dei Piani di Artavaggio per inseguire un modello di presunto sviluppo obsoleto e, in tale contesto, fallimentare prima ancora di nascere.

Da qui le logiche e inevitabili proteste di tantissimi appassionati del luogo e della montagna in generale: tuttavia, dopo i dibattiti pubblici dello scorso inverno e un certo numero di articoli sui media al riguardo, tutti quanto parecchio indeterminati (ma non per colpa dei cronisti), da parte degli enti pubblici coinvolti sul progetto è formalmente calato il silenzio. Come mai, se i media davano per assodato lo stanziamento degli 11 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia? Perché nessuno della società civile o delle associazioni che si sono attivate sulla questione riesce a saperne di più?

[Veduta della parte alta dei Piani di Artavaggio del 7 febbraio, con il Monte Sodadura sullo sfondo, tratta dalla webcam del Rifugio Nicola; fonte https://www.pianidiartavaggio.it/webcam/. Si nota la quantità di neve al suolo, a quasi 2000 m di quota, su pendii lungo i quali lustri fa ho sciato innumerevoli volte fino a marzo inoltrato.]
Continuo a raccontare il “giallo” della nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio nell’articolo su “L’AltraMontagna”, che potete leggere qui.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.

Una bella e consapevole testimonianza in difesa dei Piani di Artavaggio

[Panoramica dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da familyplanet.it.]
Michele Castelnovo è Guida Ambientale Escursionistica professionista, oltre che giornalista e comunicatore per lavoro. Con Trekking Lecco accompagna gruppi di escursionisti alla scoperta delle montagne lecchesi: lo scorso 6 gennaio ne ha accompagnato uno ben folto per i Piani di Artavaggio, località della Valsassina tra le più belle del territorio, ex stazione sciistica che negli anni scorsi ha ritrovato una propria identità di successo proprio in forza della recuperata naturalità e della possibilità che offre agli escursionisti di vivere un bellissimo paesaggio di montagna privo di infrastrutture turistiche impattanti, favorendo così un contatto più diretto, appagante e divertente con l’ambiente naturale. Un tesoro di bellezza montana, quello di Artavaggio, che però qualcuno vorrebbe rovinare e riportare a cinquant’anni fa reinstallando impianti sciistici e di innevamento artificiale, come si è scoperto lo scorso anno e nonostante la realtà totalmente mutata, sia ambientalmente che turisticamente. Una pura follia, la definii allora.

Michele Castelnovo, a commento dell’escursione del 6 gennaio ai Piani di Artavaggio e forte della sua esperienza professionale, ha pubblicato un post sui social che concorda pienamente con quanto ho affermato poc’anzi nonché, ne sono certo, con quello che pensa la stragrande maggioranza di chi frequenta la località e la ama per ciò che è e sa offrire. D’altro canto, in forza della realtà delle cose, sono chi non ama veramente il luogo e non manifesta sensibilità verso le sue peculiarità e la sua bellezza potrebbe pensare di degradarlo in quei modi che vi ho succintamente detto (qui trovate i vari articoli di approfondimento che ho scritto sulla questione, con molti più dettagli). Le considerazioni di Michele ve le propongo di seguito: rappresentano un’ottima e, ripeto, consapevole testimonianza a tutela dei Piani di Artavaggio e a favore del miglior futuro possibile per il loro territorio e per chiunque lo viva, stanzialmente o per occasionale diletto.

C’è un motivo per cui amo particolarmente i Piani di Artavaggio: sono di tutti.
C’è chi sale a piedi e chi con la funivia, c’è chi sale per mangiare in rifugio e chi per fare attività sportiva, chi noleggia lì bob, slittini, ciaspole, bici e sci e chi se li porta da casa; ci sono gli escursionisti, i ciaspolatori, gli alpinisti, i ciclisti e ci sono i bambini che si rotolano nella neve.
Da località sciistica in decadenza, anche a causa dei cambiamenti climatici che rendono la neve sempre più un evento eccezionale, i Piani di Artavaggio (senza regie particolari) hanno saputo trovare diverse vie per fare turismo, dimostrando che la monocoltura dello sci non è l’unico scenario possibile per fare economia nei territori di montagna.
Questo dovrebbe valere per tutte le località prealpine, a quote relativamente basse, dove ormai lo sci (salvo alcune rare eccezioni) è possibile solo con l’innevamento artificiale, che a sua volta ha dei costi ambientali altissimi.
Purtroppo la nostra Regione è particolarmente miope e non si è ancora accorta di questo. E così continuano ad arrivare soldi agli impianti (che ormai vivono quasi solo di contributi pubblici) per l’innevamento artificiale, o per aprire nuove piste a 1.600 m di quota come nello scellerato caso del Monte San Primo. Anche gli stessi Piani di Artavaggio sono interessati da un progetto di nuove seggiovie in quota per tornare a sciare, alla faccia di quanto fatto finora per trovare alternative.
E tra l’altro, last but not least, dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.
Forse i fondi pubblici sarebbe meglio metterli a disposizione di chi sperimenta diversi modi di fare turismo in montagna, anziché continuare ad alimentare un modello ormai insostenibile economicamente ed ambientalmente.

[Michele. al centro, con il suo gruppo ai Piani di Artavaggio. Immagine tratta da facebook.com/michele.castelnovo.]
P.S.: prossimamente tornerò a occuparmi dei paventati progetti sciistico-impiantistici ai Piani di Artavaggio, i quali presentano alcune inquietanti zone oscure che sarebbe bene illuminare, una volta per tutte, per il bene del luogo e di chi lo frequenta. Seguite il blog e a breve ne leggerete di più, al riguardo.