[Una veduta panoramica dell’alta Valle Seriana nei dintorni di Clusone.]Giovedì prossimo 28 novembre, alle ore 20.30 a Clusone, capoluogo della Valle Seriana nelle Prealpi Bergamasche, avrò l’onere e l’onore di intervenire nel corso di un importante incontro sul futuro del territorio in questione, il cui titolo è assolutamente significativo e programmatico: Quale montagna vuoi?
L’incontro è massimamente importante non solo per l’evento in sé ma soprattutto per quelli che saranno i suoi principali protagonisti, ben prima degli organizzatori o dei prestigiosi (al netto dello scrivente) relatori, cioè gli abitanti della valle e delle montagne in questione, ovvero chi vive e dà vita ai territori costruendo giorno dopo giorno il futuro della comunità locale rispetto al territorio stesso.
Incentrato e per molti versi sollecitato dal faraonico progetto di collegamento sciistico-funiviario tra Colere e Lizzola (70 milioni di Euro per creare un comprensorio medio piccolo quasi totalmente sotto i 2000 m di quota) e al contempo dall’attento sguardo del territorio altoseriano, delle sue peculiarità, dei bisogni di cui necessita la comunità residente e del suo futuro, l’incontro di Clusone vuole rimettere al centro dell’attenzione gli abitanti della valle e la riflessione collettiva, supportata dalla competenza e dagli interventi dei relatori, sul futuro del territorio in relazione alle molteplici criticità che la realtà contemporanea presenta.
[Colere e il versante scalvino della Presolana. Immagine tratta da www.colere.it.]Una realtà complessa – com’è quella delle montagne, a volte meno, altre volte di più – che non può ammettere risposte troppo facili e semplici, o semplicistiche, ma impone una visione progettuale a lungo termine, ampia e strutturata, che come detto abbia il riferimento primario in chi abita le montagne seriane, chi sceglie di affrontare lassù la quotidianità con ciò manifestando il proprio legame con il territorio e, al contempo, partecipando alla responsabilità collettiva che il vivere in montagna impone a tutti, dai primi amministratori pubblici fino all’ultimo residente arrivato – perché, è bene rimarcarlo, in montagna ogni gesto è a suo modo un atto politico: dal costruire un grande impianto sciistico fino allo spostare un piccolo sasso.
Per quanto mi riguarda, cercherò proprio di sollecitare i presenti su questo aspetto, fondamentale e imprescindibile ma a volte troppo trascurato: la relazione che bisogna avere con il luogo in cui si vive, dei doveri che determina, dei diritti che riserva ma soprattutto della consapevolezza più ampia possibile che richiede: perché la montagna è un luogo speciale che non va pensata e gestita attraverso luoghi comuni – come spesso certo turismo fa – ma dialogando comunitariamente con il suo Genius Loci, con la sua anima, ponendosi domande circa i problemi da affrontare e cercando buone risposte che apportino più vantaggi possibili a tutti senza svantaggiare – svilire, degradare, consumare, svendere e abbruttire – il territorio. Come recita il titolo del mio intervento, noi siamo le montagne e le montagne sono noi: tutto ciò che si fa sulle nostre montagne la facciamo a noi stessi, e qualsiasi cosa si voglia fare che può causare un danno alle nostre montagne inevitabilmente danneggia noi che le viviamo e, presumibilmente, vorremo continuare a viverle e abitarci ancora a lungo.
[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana sopra Lizzola con al centro il Pizzo Coca, la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]Dunque vi aspetto – anzi, sono certo di interpretare il pensiero anche degli altri relatori scrivendo che vi aspettiamo in tantissimi: l’incontro risulterà tanto più importante quanto più sarà partecipato, e quanto più chiunque interverrà vorrà manifestare le proprie considerazioni sui temi toccati, sulle sue montagne, sul futuro proprio e dei suoi convalligiani. Per troppo tempo, e ancora oggi, alle montagne è stata tolta la voce e altri hanno preteso di parlare al loro posto (a volte in modo funzionale a scopi e interessi che nulla avevano a che fare con quelli dei montanari): è bene che tale situazione si ribalti al più presto e, consapevolmente, approfonditamente e senza forzature fuori luogo, si torni a parlare e costruire insieme il futuro delle proprie montagne – delle nostre montagne.
[Foto di Simone Foglia, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“.]Venerdì prossimo 15 novembre sarò a Milano, a Palazzo Marino, in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Marcello Meroni 2024, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per chi operi a vario titolo sulle e per le montagne «con discrezione, dedizione, originalità, valenza sociale, solidarietà, particolari meriti etici e culturali e in modo volontaristico», come recita il regolamento del premio.
Sarà un grande onore e un vero piacere essere lì per presentare la candidatura – portata avanti da me e da Stefano Morcelli della sezione valtellinese del Club Alpino Italiano, e dopo quella altrettanto vittoriosa dello scorso anno per Michele Comi – vincitrice nella categoria “ambiente”, quella di Marco Trezzi in rappresentanza del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, protagonista della vittoriosa battaglia per la salvaguardia del meraviglioso bacino lacustre naturale nei pressi del Passo di Gavia e del suo territorio di inestimabile valore naturalistico dal cantiere con il quale si volevano captare le sue acque per alimentare l’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Un progetto a dir poco scellerato, ancor più perché sostenuto persino dall’ente che dovrebbe garantire la salvaguardia del luogo, il Parco Nazionale dello Stelvio, nella cui zona di massima tutela il Lago Bianco è posto, che un grande movimento spontaneo di appassionati di montagna, per la cui azione Marco ha rappresentato un riferimento fondamentale oltre che la fonte originaria, è riuscito a porre all’attenzione dei media nazionali e locali e a bloccare, obbligando le autorità responsabili a stralciarlo dalle opere previste sul territorio e a dovere garantire la rinaturalizzazione.
[Marco Trezzi fotografato da Fabio Sandrini, un altro componente del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.]Quella a favore della tutela del Lago Bianco è stata una vittoria di molteplice valore emblematico, scaturita dalla più autentica passione per la montagna, dalla sensibilità verso la sua bellezza e la sua importanza, dalla cura particolare per il luogo e in generale di tutti i territori montani in quanto ambiti fondamentali per tutti: doti che Marco ha da subito e sempre manifestato e compendiato in modi che, come detto, hanno sollecitato il sostegno attivo alla causa di innumerevoli altri appassionati di montagna (e non solo), fino a formare una massa critica che le istituzioni non hanno più potuto ignorare. Per questo, pure, la difesa del Lago Bianco è emblematica per molte altre azioni in corso a tutela di territori montani minacciati da similari progetti scriteriati: fare qualcosa, anzi, fare moltissimo per contrastarli e bloccarli si può, se si ha la volontà di farlo e, ancor prima, se si è in grado di comprendere l’importanza di farlo.
[“Giornale di Brescia, 6 agosto 2024.]A tal proposito un grande merito deve essere riconosciuto alla giuria del Premio Meroni che lo scorso hanno, per la stessa categoria “ambiente”, ha premiato e così riconosciuto l’importanza altrettanto emblematica dell’opera di Annamaria Gremmo in rappresentanza del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” contro lo scellerato progetto sciistico-funiviario che distruggerebbe uno dei territori d’alta quota più belli, e tra i pochi ancora non antropizzati, della Valle d’Aosta. Sarà un passaggio di consegne che migliore e più significativo non poteva essere, tessendo un solido filo rosso tra due luoghi tanto meravigliosi quanto emblematici, appunto, di quello che oggi deve e domani dovrà essere il nostro rapporto con le montagne, con l’ambiente, con i territori naturali, con i loro paesaggi e, dunque, con noi stessi. Il tutto con l’augurio che il riconoscimento a Marco Trezzi per la vittoria nell’azione a difesa del Lago Bianco sia di buon auspicio per una pari vittoria nella salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche e, di rimando, di tutti i territori montani minacciati da progetti e iniziative similmente scriteriate. Un auspicio che spero assai potente, visti quanti di quei territori sotto minaccia ci sono, sulle montagne italiane.
Dunque, ci vediamo venerdì a Milano; trovate tutte le info al riguardo nella locandina sopra pubblicata. Anche essere presenti in sala sarà importante: un segno concreto di vicinanza ai premiati e, ancor più, alle nostre montagne.
P.S.: vi ricordo che gli amici del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, questa sera lo presenteranno e racconteranno la causa in difesa del Vallone delle Cime Bianche a Cermenate (Como), come indicato nella locandina qui sotto:
Domani sera 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di penna” Ruggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.
Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.
Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.
Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.
Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.
[Le grandi dighe di Cancano II, in primo piano, e di San Giacomo nella Valle di Fraele, sopra Bormio: le prime che l’Adda trova lungo il proprio corso. Immagine tratta da www.amolavaltellina.eu.]Venerdì 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di penna” Ruggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.
Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.
Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.
[La diga di Olginate (Lecco), posta appena a valle del Lago di Como, tra le principali traverse fluviali lungo il corso dell’Adda.]Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.
Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.
P.S.: ringrazio molto Michelangelo Morganti, amico e a sua volta ricercatore del CNR, per avermi coinvolto nell’iniziativa.
Con quest’unico post vorrei esprimere un duplice ringraziamento per i due ultimi eventi ai quali ho avuto la fortuna di partecipare, che si sono rivelati intensi e interessanti in maniera assoluta.
Il primo, domenica scorsa presso la Fondazione Feltrinelli di Milano per il talk “Ghiacciai, dighe e crisi climatica” insieme a Adele Zaini (climatologa e presidentessa del gruppo CAI Sem Juniores), Sofia Farina (“L’AltraMontagna” e POW/Protect Our Winter), Michele Argenta (“Ci Sarà Un Bel Clima” e “Gigiat”), Giovanni Baccolo (glaciologo), Vanda Bonardo (presidente di Cipra Italia e responsabile nazionale di Legambiente Alpi), per il quale ringrazio gli amici della redazione de “L’AltraMontagna” – che ha curato l’incontro nell’ambito del proprio format “Un’ora per acclimatarsi” – e in particolar modo Sofia Farina, Michele Argenta e Pietro Lacasella.
Il secondo, ieri presso il Musil – Museo dell’Energia Idroelettrica di Cedegolo, in Valle Camonica per aprire l’8a edizione della rassegna letteraria “racCONTA LA MONTAGNA” organizzata dall’UNIMONT – Università della Montagna, evento per il quale ho potuto parlare (in tale contesto quanto mai consono) del mio libro “Il miracolo delle dighe” prima a un gruppo di studenti di Unimont e poi al pubblico che ha riempito oltre la capienza la sala conferenze del Museo: perciò ringrazio l’architetto Claudio Gasparotti, curatore della rassegna e conduttore degli incontri, la professoressa Anna Giorgi, responsabile del polo Unimont di Edolo, i suoi collaboratori e il personale del Musil.
Sono state due belle e partecipate occasioni per raccontare di montagne e di alcuni dei temi fondamentali che ne caratterizzano la realtà presente e futura, nelle quali per quanto mi riguarda ho cercato di trasmettere almeno un po’ della passione che metto nell’occuparmi in vari modi di montagne e per chi è intervenuto di raccontarmi delle “loro” montagne, del loro rapporto con le terre alte, di ciò che vivono abitandole o che vedono visitandole, generando tutti insieme delle esperienze condivise che, mi auguro, siano state interessanti e costruttive come lo sono, e molto, per me.
Di nuovo grazie di cuore a chiunque abbia contribuito a queste cose così belle e appuntamento ai prossimi (imminenti) eventi!