Fare cose belle e buone, in montagna: in Valle Maira e nelle Valli di Lanzo (Piemonte)

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Sono già numerosi i frequentatori delle montagne che conoscono e apprezzano la dimensione turistica della Valle Maira, un luogo che a differenza di altre regioni alpine ha scelto da tempo di puntare sul turismo sostenibile nelle sue varie forme contemporanee. Questo anche perché – come si legge nel sito del Consorzio Turistico locale, la Valle Maira «è riuscita a preservarsi dal cemento e da pratiche che feriscono la montagna, come gli impianti di risalita. Libera, verde e incontaminata, attira un turismo slow, a passo lento, e gli amanti dell’outdoor che desiderano scoprire paradisi nascosti. La maggior parte delle strutture ricettive sono antiche borgate o case, ristrutturate nel rispetto dell’architettura della Valle, in maniera sostenibile. Spesso chi sceglie la Valle Maira lo fa anche perché alla ricerca di una vacanza a basso impatto». Una gestione turistica ammirevole, inutile rimarcarlo.

[La Val d’Ala, nelle valli di Lanzo vista dai pressi del Rifugio Gastaldi. Foto di Toma15996, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Più a nord, anche le Valli di Lanzo hanno intrapreso un simile percorso di gestione turistica sostenibile. In particolare, il Consorzio Operatori Turistici raduna differenti tipologie di operatori (albergatori, ristoratori, agriturismi, aziende agricole, operatori dei servizi turistici e sportivi) con l’obiettivo di sviluppare l’offerta turistica delle Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone, di migliorare la qualità dell’accoglienza ed incrementare la possibilità di fruizione del territorio, nel rispetto dell’identità culturale e delle risorse naturalistiche delle Valli, nella convinzione che le proprie iniziative possano portare una rinnovata attenzione verso le valli stesse ed una crescita dei flussi turistici a livello locale.

E sono proprio le due realtà sovracitate, nelle figure del Consorzio Operatori Turistici Valli di Lanzo e il Consorzio Operatori Turistici Val Maira che, al motto di «Territori diversi, obiettivi comuni» si sono unite nella Società Consortile a responsabilità limitata Valli Lanzo & Maira, la prima di questo genere in Piemonte – e, credo di poter dire, più unica che rara nell’intera cerchia delle Alpi italiane.

[L’altopiano della Gardetta in alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]
[Veduta invernale del Pian della Mussa in Val d’Ala, Valli di Lanzo. Foto di Davide Tomatis, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Quella che la Valle Maira e le Valli di Lanzo hanno voluto e saputo costruire è un’importante ed esemplare sinergia: un modello di collaborazione e cooperazione significativo per diversi aspetti, primo tra tutti il cambio di paradigma nei riguardi della frequentazione turistica delle montagne nel presente e nei prossimi anni, sotteso dai suoi obiettivi. Si tratta di un’evoluzione che non solo commerciale ma anche politica, amministrativa, economica e, soprattutto, culturale. Inoltre, sottolineiamo che ad allearsi non sono due territori contigui ma, anzi, relativamente distanti e separati da un’ampia parte delle Alpi piemontesi, quella più sfruttata dall’industria turistica “pesante” (la Val Susa, per intenderci) che in questo modo si ritrova a confrontarsi con una alternativa turistica più consona alla realtà montana presente e futuraLa società neo-costituita tra le due valli piemontesi e la sua missione rappresentano un modello pronto per essere imitato in numerosi altri contesti della montagna italiana, soprattutto in quelli ancora legati alla vecchia monocultura dello sci da discesa e della quale, forse, vorrebbero svincolarsi, puntando su un turismo diverso, senza sapere come farlo e con quale modus operandi. Un modello, questo, che per la sua novità e le caratteristiche che presenta si fa da subito esperienza da conoscere, studiare, analizzare e, appunto, per quanto possibile imitare.

[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]
Per saperne di più, leggete l’articolo completo (con alcune immagini assai significative delle Valli Maira e di Lanzo) su “L’AltraMontagna“, qui.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

Gli “amanti” della montagna che sfrecciano di notte sulle motoslitte

Trovo sul web – grazie all’amico Alessandro Filippini, che l’ha pubblicata qui – questa pubblicità assolutamente significativa:

Dunque, si vuole di nuovo fare credere che gli «amanti delle montagne» sono quelli che “sfrecciano” (verbo che non richiama certamente lentezza) di notte (dunque nel silenzio più assoluto) a bordo di motoslitte (mezzi notoriamente moooolto silenziosi e per nulla inquinanti, certo!)?

E dunque, per ovvia conseguenza, si sta affermando che quelli che invece rispettano l’ambiente montano sempre ma soprattutto nelle ore notturne, quando torna nuovamente e pienamente vivibile per la fauna selvatica che lo abita, non a caso sovente attiva soprattutto di notte, siano dei poveri stupidi che la montagna non la amino affatto.

Be’, almeno che fossero coerenti, quelli che propongono tali attività e le offrissero in questo ben più obiettivo modo:

Ecco.

Detto chiaro e tondo, personalmente tali attività dall’impatto semplicemente devastante, un vero e proprio insulto alle montagne, al loro paesaggio e alla cultura che ne rappresenta il valore fondamentale, le proibirei immediatamente e senza alcun indugio. Perché solo chi odia profondamente le montagne le può ritenere ammissibili, non altri.

P.S.: inevitabilmente ho coperto il nome di chi diffonde questa pubblicità.

L’Italia, un paese fondato sull’autocertificazione (anche in montagna)

Chiesi se ci fosse qualcuno che certificasse la sicurezza e mi risposero “ce la autocertifichiamo”.

Quello che ha dichiarato qualche giorno fa Gianni Mion, manager del gruppo Benetton, in merito alla tragedia del crollo del Ponte Morandi di Genova (questione apparsa sui media per qualche ora e poi rapidamente scomparsa, come puntualmente accade per certe cose troppo spinose da evidenziare), non è che l’ennesima fotografia di una realtà tutta italiana ormai ben consolidata. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sull’autocertificazione»: si potrebbe modificare (anche) così l’articolo 1 della Costituzione, in un modo più obiettivo e coerente della forma attuale. Perché è veramente così: l’Italia è il paese dove tutto o quasi si può autocertificare, dove i controllati sono i controllori e nessuno controlla veramente, dove i conflitti di interessi sono una normalità a cui aspirare invece di una devianza da risolvere quanto prima, dove chi dovrebbe sopraintendere preferisce soprassedere ovvero passare sopra il buon senso, l’onestà intellettuale e civica, le regole, le responsabilità, l’accortezza.

Il che a ben vedere è anche un ottimo sistema per confondere da subito le acque e sfuggire alle proprie colpe quando poi, inesorabilmente, accade ciò che non doveva accadere – sovente con conseguenze tragiche, appunto. Infine, il tempo sana le ferite, cancella la memoria e magari dà modo a qualche giudice poco sensibile di chiudere il caso giudiziario con poco o nulla. E si ricomincia daccapo, in questo paese fuori controllo.

[Lavori alle piste olimpiche di Cortina. Immagine tratta da offtopiclab.org e da questo mio articolo.]
È un modus operandi, questo, sovente riscontrabile anche in montagna, nelle questioni afferenti la gestione ecoambientale (e non solo questa) dei territori montani; d’altro canto, in alta quota sono ancora meno gli occhi in grado di verificare gli accadimenti. Ciò non significa che l’ambiente montano sia di per sé funzionale a tali malaffari, sia chiaro, ma senza dubbio le opere lassù realizzate sono per ovvi motivi di più ostico controllo, anche dalle stesse associazioni di tutela ambientale: è il caso di numerose opere legate alle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ad esempio, che si stanno realizzando proprio in regime di sostanziale autocertificazione dei lavori, come spiega bene Luigi Casanova nel suo libro Ombre sulla neve). Di contro, in quota le cose fatte male a volte risultano più evidenti, come pare stia accadendo per la ciclovia del Monte Moro a Macugnaga, sequestrata dalla Guardia di Finanza per varie irregolarità (oppure, per citare un altro caso recente differente ma assimilabile nel principio, la gestione dei rifiuti a Livigno). Per fortuna, lì c’è stato qualcuno che ha controllato chi controllava. Altrove, quella di controllare se le cose vengano fatte bene è una regola di ovvio buon senso in un paese serio e progredito la quale, manzonianamente, viene troppo spesso ripudiata dal “senso comune” che in Italia purtroppo regna ben coltivato e pressoché indisturbato. Già.

La corsa di massa verso la Natura

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti”.]

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).