Fare cose belle e buone, in montagna. A Grumes (Val di Cembra), ad esempio

[Grumes in inverno, dicembre 2020. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Grumes è un piccolo centro della Val di Cembra, in provincia di Trento, posto a 850 m di quota, pressoché privo di infrastrutture turistiche “classiche” e apparentemente tagliato fuori dalle rotte del turismo montano. Qui, nel dicembre 2007 è stata fondata la “Sviluppo Turistico Grumes Srl”, società senza scopo di lucro a maggioranza pubblica e partecipata da più di 130 soci locali, che rappresenta lo strumento operativo del Progetto Grumes, avente lo scopo di combattere la diminuzione della popolazione del paese (circa 450 abitanti) tramite iniziative sostenibili di rivitalizzazione del paese, della sua socialità, dell’economia locale e a favore dello sviluppo turistico responsabile.

Grazie alla progettazione partecipata, al coinvolgimento sociale e alla sinergia tra pubblico e privato il territorio ha riacquistato vitalità e valenza economica: nel giro di dieci anni Grumes è diventata la più piccola “Cittaslow” del mondo e il progetto ha ricevuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nell’ambito della Carovana delle Alpi 2022. Fra le iniziative realizzate dal progetto nell’arco degli ultimi 15-20 anni, vanno ricordate in particolare:

  • il recupero di strutture dismesse, come l’ex caserma dei Carabinieri trasformata in ostello della gioventù, di una malga abbandonata ristrutturata come rifugio alpino, dell’ex-oratorio divenuto Centro Servizi Sociali;
  • il recupero, la bonifica e il riordino fondiario di oltre 30 ettari di territorio incolto da destinare a produzioni biologiche, come un vigneto con zero trattamenti;
  • la realizzazione del Green Grill dedicato alle specialità enogastronomiche della Val di Cembra;
  • la promozione del turismo sostenibile, con la creazione di itinerari e sentieri tematici (Sentiero dei vecchi mestieri, Giro dei masi, Sentiero botanico…) da percorrere a passo lento, e il sostegno alla creazione e alle attività della Rete delle Riserve Alta Valle di Cembra – Avisio;
  • l’uso sostenibile delle risorse energetiche e ambientali con il teleriscaldamento a biomassa locale, e la diffusione di pannelli termici e fotovoltaici.

Un’attività di molti anni che ha saputo trasformare un piccolo paese in un esempio di coinvolgimento sociale e sostenibilità ambientale ed economica, nonché di modello di sviluppo socioeconomico e culturale per i territori montani che risultano marginali rispetto alle rotte del turismo più o meno massificato – marginali per fortuna, viene da pensare, poste le peculiarità del territorio di Grumes e le potenziali alternative innovative che offre e che sta portando avanti con successo.

Tutto ciò, alla faccia di chi continua a sostenere che la montagna può vivere unicamente grazie al turismo, dimenticando bellamente di dire una cosa pur ovvia cioè che non si può portare turisti su tutte le montagne (perché ovviamente non tutti i territori di montagna hanno la possibilità di sostenerlo e di infrastrutturarsi al riguardo) nonché di evidenziare che la risorsa turistica è certamente preziosa e importante ma solo quando sia consona al territorio, non sia preponderante e venga gestita in una relazione equilibrata con la realtà sociale autoctona, l’economia locale e con la sua necessaria indipendenza: altrimenti tali luoghi diventano meri ostaggi del turismo col rischio, come accaduto già in numerose località, di restare a piedi nel momento in cui quel turismo viene a mancare.

Per saperne di più su Grumes e sul suo progetto di sviluppo turistico e socioeconomico, visitate il sito web vivigrumes.it.

N.B.: molte delle informazioni presenti in questo mio articolo le ho tratte dal report che ha motivato l’assegnazione alla società “Sviluppo Turistico Grumes Srl” della “Bandiera Verde” di Legambiente.

N.B.#2: Altre cose belle e buone fatte in montagna:

Se sparissero certe montagne

Gli umani, per certi versi, sono creature parecchio strane. Ad esempio, comprendono il valore di qualcosa non quando ce l’hanno ma quando viene a mancare, e generalmente questo principio risulta valido vale tanto più è importante ciò che c’è ovvero manca: la pace, l’amore, la libertà… l’acqua…

Tale principio, in modalità differenti ma con una sostanza di fondo similare, resta valido anche in tema di relazione con i luoghi che viviamo, dei quali non riusciamo a comprendere quanto essi, con tutto quello che contengono,  influenzino la nostra presenza in loco e la visione che ne ricaviamo, la quale poi diventa nozione culturale e immaginario più o meno comune che assimiliamo e ci portiamo appresso per poi farne uno strumento fondamentale di valutazione e comprensione personale del mondo – ovvero comprensione della nostra presenza nel mondo, di cosa ci stiamo a fare.

Vi propongo un macro-esempio al riguardo: il Cervino/Matterhorn, la montagna più iconica delle Alpi, marcatore identitario dei territori ai suoi piedi e presenza culturale oltre che geografica per le genti che li abitano. Si giunge al suo cospetto e lo si ammira in tutta la sua grandiosità morfologica, attrattore inesorabile di tutti gli sguardi: per la sua bellezza, l’imponenza, la grandiosità o per il timore che suscita… Nel frattempo, la sua presenza sta definendo negli osservatori il valore del luogo che si trova tutt’intorno, nel quale essi si trovano e con il quale stanno interagendo, ricavandone le proprie percezioni, impressioni, emozioni, esperienze, conoscenze: il “paesaggio”, insomma, che è il risultato di tutte queste cose in relazione al territorio che ne è fonte primaria, il quale identifichiamo culturalmente proprio grazie ai marcatori georeferenziali che vi troviamo e vediamo. Ciò senza contare il fatto che un elemento geografico così iconico e identitario definisce il territorio anche dal punto di vista socio-economico: basti pensare alle innumerevoli riproduzioni della silhouette del Cervino che si possono trovare ovunque. D’altro canto, come dicevo, quello del Cervino è un macro-esempio, il cui principio è riscontrabile in innumerevoli altre circostanze, similari anche quando meno palesi.

Bene, detto ciò: e se il Cervino non ci fosse?

Notate come i luoghi, esattamente quelli soliti eccetto che per la mancanza del monte, cambiano totalmente aspetto e come ci appaiono differenti per molti aspetti, ovvero come la nostra percezione si ritrova a dover elaborare un paesaggio diverso e con peculiarità altre rispetto a quello consueto?

Si direbbe una cosa ovvia, questa: è chiaro che se un certo territorio perde le sue emergenze geografiche e morfologiche principali, cambia aspetto. Tuttavia il nocciolo nella questione non è tanto nel cambio d’aspetto territoriale, ma nella variata e differente elaborazione del paesaggio conseguente, il che determina una diversa relazione culturale con quel luogo, una diversa considerazione, differenti valori che gli si possono attribuire. Insomma: sarebbe sostanzialmente lo stesso luogo, per quanto riguarda la parte antropizzata e vissuta, ma risulterebbe formalmente un altro luogo, che facilmente finiremmo per considerare non solo diverso ma forse più anonimo, meno affascinante e attraente, più “brutto” – e ciò proprio perché conosciamo e possiamo apprezzare l’originale.

(Per fare un altro esempio non alpino, qui sopra…)

Abbiamo una gran fortuna, comunque: il Cervino, e tutte le altre montagne o gli altri elementi iconici e identitari del mondo in cui viviamo, non possono sparire (salvo cataclismi impensabili): non per questo dobbiamo ritenere questi paesaggi scontati, anzi, la comprensione piena del valore della loro presenza, e dell’importanza di essa per chiunque viva quei luoghi e vi sappia intessere una relazione, per quanto sopra va coltivata, sviluppata, resa più forte e virtuosa possibile. Esattamente come è la persona libera che può e deve difendere la sua libertà, avendone piena coscienza dell’importanza, così funziona per i luoghi e i paesaggi del mondo che viviamo. La loro salvaguardia è la salvaguardia di noi stessi, del nostro tempo e della nostra presenza nel mondo: qualcosa che non possiamo assolutamente permetterci di perdere.

Una cosa utile, delle panchine giganti

Però bisogna ammettere che un fine assai utile le panchine giganti o “big bench” ce l’hanno, senza alcun dubbio. Identificano rapidamente e pressoché inequivocabilmente le località i cui amministratori, o chi per essi, non hanno realmente a cuore il territorio e non ne sanno comprendere il valore e la bellezza autentici. Parimenti, cioè per lo stesso motivo, indicano a tutti gli altri le località nelle quali non recarsi per non vedersi rovinata l’esperienza della contemplazione di un paesaggio di pregio e non banalizzato da cose prive di senso.

Magari così si scopre pure che il paese / la valle / il dosso / la vetta adiacente, oltre a non essere inquinata in quel modo, è pure più panoramica. Ecco. 😃

Fare cose belle e buone, in montagna. In Valle Verzasca, ad esempio

[Foto di Diriye Amey, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Se in molte località delle nostre montagne si spendono fin troppi soldi, spesso pubblici, per installare troppe infrastrutture turistiche di qualità ludico-ricreativa troppo bassa (panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche e altre giostre troppo simili a quelle di un luna park), generando così danni ambientali e ancor più culturali troppo ingenti da poter essere taciuti, altrove si mettono in atto progetti tanto ben ideati nel loro armonizzarsi con i luoghi quanto altrettanto ingegnosi nell’esperienza ricreativa che possono offrire, niente affatto banalizzante e anzi in grado di generare quella preziosa relazione tra l’ambiente naturale e il suo visitatore che è la base fondamentale sia per il successo di tali progetti, sia per l’utilità a favore del territori, dei luoghi e della loro fruibilità, turistica o d’altro genere. In questo modo i luoghi vengono realmente fatti conoscere, valorizzati e resi attrattivi, e al contempo autenticamente salvaguardati così da poter essere fruiti con costanza nel futuro anche in forza di qualsiasi conseguente, ulteriore sviluppo turistico.

Boccia al Bosco è uno dei questi progetti intelligenti e importanti, all’apparenza piccolo, qualcuno lo definirà persino banale, ma è dotato di potenzialità ricreative, turistiche e culturali notevolissime, a riprova della sua piccola/grande genialità. È stato ideato dall’Associazione BoBosco, nata nel dicembre del 2018 grazie alla spinta e all’entusiasmo di un gruppo di amici accomunati dalla passione per la natura e per la Valle Verzasca (Canton Ticino, Svizzera). L’Associazione, che gode del sostegno di molti enti istituzionali e privati, sia a livello cantonale che locale, è stata fondata con l’intento di promuovere attività che mettano in valore il bosco e le montagne verzaschesi – in tutte le loro possibili forme – e ciò collaborando con gli enti locali già esistenti (comuni, patriziati, altre associazioni…). Come si può intuire dal nome, il progetto “Boccia al Bosco” è stato il motore che ha favorito la creazione dell’Associazione BoBosco: il primo è nato di pari passo con la seconda.

Il progetto, appunto: in buona sostanza, come si legge nel sito del progetto, «da Brione Verzasca a Lavertezzo vi aspetta un’avventura lunga cinque chilometri, dove la natura la farà da padrona. Con una boccia in mano (il cui acquisto cosa 7 CHF) avrete la possibilità di camminare, di arrampicarvi e di divertirvi immersi nel verde, lungo uno dei paesaggi più affascinanti del Ticino. La vostra boccia salirà su carrucole, teleferiche, catapulte e scenderà poi lungo percorsi sempre nuovi e sempre diversi, a due passi dalle acque cristalline del fiume. Il percorso “Boccia al bosco” è sempre aperto: le postazioni di gioco si estendono lungo un sentiero accessibile a tutti, giorno e notte. Dalla metà di novembre alla metà di marzo, tuttavia, la vendita delle bocce è sospesa. La durata dell’intero percorso varia in funzione del tempo che ci si ferma alle postazioni. Indicativamente consigliamo di contare 4-5 ore.»

A ognuno dei quattro punti di accesso c’è una fermata del bus Postale: Brione Verzasca Piee, Brione Verzasca Ganne, Brione Verzasca Motta, Lavertezzo, così che l’intero percorso è fruibile con i mezzi pubblici senza l’utilizzo di auto, che anzi viene nemmeno troppo velatamente disincentivato.

Ribadisco: è un progetto apparentemente “piccolo” e esclusivamente dedicato ai bambini, ma da quando è stato lanciato, nel 2018, gode di un successo crescente al punto che pure tra gli adulti è diventato rinomato; d’altro canto con la scusa del “gioco” si ha la preziosa occasione di visitare e conoscere una delle più belle vallate della Svizzera Italiana, entrando in contatto diretto con il suo ambiente naturale e con la bellezza del suo paesaggio.

Un progetto talmente virtuoso da sembrare lontano anni luce dalla degradante banalità di panchine giganti et similia, con conseguente similare degrado della conoscenza culturale dei luoghi che vorrebbero “valorizzare”. Se si provasse, invece, a ispirarsi a iniziative simili e ai così intelligenti principi che stanno alla loro base?

N.B.: le immagini inserite nell’articolo, dove non indicato, sono tratte dal sito dell’Associazione BoBosco. Ringrazio di cuore l’amica Morena Ferrari-Robbiani per avermi fatto conoscere il progetto “Boccia al Bosco” e per le molte altre preziose indicazioni al riguardo.