Scrivere è come viaggiare

[Foto di Christine Engelhardt da Pixabay.]

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.

Aveva ragione Emilio Salgari a sostenere questa cosa, d’altro canto è noto che il grande autore veronese scrisse i suoi romanzi d’avventura ambientati in Malesia e con protagonista il celeberrimo pirata Sandokan senza mai essere stato ne in Malesia ne tantomeno in India o nel Mar dei Caraibi, altre ambientazioni dei suoi romanzi, che invece conobbe e studiò attraverso le pagine di enciclopedie, riviste di viaggi e un gran numero di altre fonti cui attingeva nelle biblioteche delle città in cui visse.

Ma, a parte tali notevoli abilità salgariane, è vero che la pratica della scrittura letteraria ricorda molto quella del viaggio: si parte, da un luogo per la seconda e da una parola o una frase per la prima, si viaggia attraverso territori e fantasie, idee, geografie, intuizioni, storie, eventi, intanto i caratteri messi sul foglio (anche come stampa di un file) tracciano una rotta tra i suddetti elementi esattamente come il viaggiatore la traccia nel suo percorrere il mondo – in fondo è un mondo anche quello che l’autore crea con il suo scrivere, poco o tanto fantastico ma comunque reale e concreto, per il suo lavoro di scrittura: non a caso al riguardo si usa spesso la definizione di “mondi letterari”.

Così i due “viaggi”, quello letterario e quello geografico, interpretano similmente pagine e mappe seguendo visioni e indicazioni, attraversando mete intermedie come tanti capitoli del viaggio stesso, producendo esperienze potenti e utili, se non indispensabili, per il prosieguo del percorso – che potrà essere logico e determinato oppure istintivo e vagabondante, non importa, semmai importa che sia sempre consapevole e relazionato alla dimensione nella quale si viaggia, sia essa quella immateriale delle idee o quella materiale della geografia – esperienze che poi contribuiscono a generare paesaggi, mentali e letterari ovvero territoriali e ambientali che a loro volta diventano elementi identificanti – per la storia scritta o per i luoghi attraversati – e nei quali identificarsi – l’autore nella propria narrazione, il viaggiatore nel territorio che sta esplorando.

Infine, entrambi questi “viaggi” raggiungono una meta – il punto finale che chiude il testo, il luogo nel quale si voleva giungere – che tuttavia non è mai la fine del viaggio, ma il punto di giunzione tra l’arrivo ormai conseguito e una nuova partenza da attuare, dacché mai per l’autore letterario la fine di un testo rappresenta fine della scrittura tout court e mai per il viaggiatore l’arrivo ad una meta comporta la fine del proprio viaggiare.

Non è un caso, d’altronde, che i grandi scrittori sono sempre anche grandi viaggiatori e i grandi viaggiatori, se non sono autori ma vogliono provare a descrivere i proprio viaggi, lo sanno fare in forza di un “talento” coltivato proprio attraverso il viaggiare, pratica che si manifesta come un serbatoio privilegiato e pressoché illimitato di idee, intuizioni, spunti, illuminazioni, visioni e fantasie per lo scrittore. Insomma: ciò che si dice un autentico circolo virtuoso tra scrivere e viaggiare, nel quale (e dal quale) è sempre bellissimo lasciarsi “volteggiare”: tra le parole, i libri, le idee, i territori, i luoghi e le rispettive, affini meraviglie di questo mondo così sorprendentemente uguale, all’apparenza differente e invece assolutamente unico.

Fame di luoghi

[Una delle suggestive “corografie” artistiche e psicogeografiche di Londra disegnate da Stephen Walter. Immagine tratta da qui.]

Corografia, non topografia. Paul Devereux, nel libro Re-Visioning the Earth, opera questa distinzione. Gli antichi greci, racconta, «avevano due definizioni di luogo, chora e topos». Devereux cita Eugene Victor Walter e definisce il turismo spirituale «una modalità complessa ma coerente di osservazione attiva». Esattamente la metodologia di Renchi, perfezionata dopo anni di tentativi riusciti e no, di false partenze. Il corografo ha fame di luoghi: «luogo come potenza espressiva, luogo come esperienza, luogo che innesca il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica».

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.140.]

È molto bello e significativo, questo passaggio del libro di Sinclair: dall’interpretazione della differenza tecnica tra corografia e topografia, che in essa si palesa soprattutto come diversità concettuale, lo scrittore inglese deriva una definizione assai suggestiva di/per chi si possa definire un autentico viaggiatore (il “turista spirituale” di Sinclair, che così lo differenzia dal “turista-di-pancia” contemporaneo): uno che ha fame di luoghi ovvero non solo di morfologie, orizzonti e panorami ma di spazi abitati in cui percepire e comprendere l’interazione ambientale tra ogni elemento che li rende vivi (in primis la presenza umana ma non solo quella) ovvero li identifica come veri “luoghi” e non mere località, dai quali poi ricavare quelle sensibilità che unite al personale bagaglio culturale – «il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica», nelle parole di Sinclair – formano la definizione di “paesaggio, per come è anche oggi acquisita dalla geografia umana e da quanto ad essa correlata.

N.B.: per la cronaca, Paul Devereux è lui, Eugene Victor Walter (1925-2003) è stato un sociologo e scrittore americano i cui testi non mi pare siano mai stati pubblicati in Italia (o in italiano), “Renchi” è Renchi Bicknell, artista britannico amico di Sinclair e suo compagno di esplorazioni psicogeografiche urbane, come quelle descritte in London Orbital. Sulla differenza tra chora e topos provate a leggere qui.

Ne ho tanti di amici così!

Be’, vorrei dirvi una cosa, sinceramente – ma non dovete fraintendermi eh, mi raccomando.

Ecco, vorrei dirvi che, per carità, io di amici eterosessuali ce ne ho tanti, nessun problema con loro, sia chiaro, ma, insomma, comportarsi come fanno molti di loro, ecco, non mi pare una cosa granché bella, ovvero, per essere chiari, il loro comportamento pubblico mi sembra moralmente assai discutibile. Voglio dire: siete eterosessuali? Ok, nessun problema, potete vivere la vostra vita come volete, ci mancherebbe, basta che non date fastidio agli altri, ecco, ne con le vostre parole e nemmeno con le azioni o gli atteggiamenti in pubblico. Poi, ovvio, in privato potete fare quello che volete ma nello spazio pubblico, davanti a tutti, dovete essere persone decenti, ecco. Ché altrimenti, se ad esempio vi comportate come il tizio del video lì sopra, date ragione a quelli che pensano che l’eterosessualità sia una malattia oppure un disturbo della personalità, una roba da curare, insomma, e ai bambini che nel caso vi osservino si dovrebbe mettere una mano davanti agli occhi per preservare la loro innocenza da vostri comportamenti così poco decorosi, già!

Ribadisco: non è una questione di eterofobìa, ok?! Io di amici eterosessuali (come me, d’altronde) ne ho molti, l’ho già detto, non ce l’ho con loro e va benissimo che facciano ciò che vogliono, che abbiano anch’essi una “famiglia normale” e godano dei diritti civili come tutti gli altri cittadini. Basta che dimostrino educazione, rispetto per gli altri, senso civico, altrettanta decenza civica e, forse più di ogni altra cosa, intelligenza. In pratica, la dotazione minima fondamentale per il cittadino di ogni società realmente civile e avanzata, a prescindere da qualsiasi genere. Ecco.

Perché i finlandesi sono così “felici”?

Da qualche giorno si può leggere un po’ ovunque, sul web, la notizia che io, qui sopra, riproduco da “Il Messaggero”: per il terzo anno consecutivo la Finlandia è il Paese dove si è più felici al mondo. Lo sancisce il World Happiness Report redatto dalla United Nations Sustainable Development Solutions Network in base ai dati del Gallup World Poll. Continua poi l’articolo che cito: «Ma perché i finlandesi sorridono di più? Secondo il Report il posizionamento della Finlandia è da attribuire principalmente alla fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità, elemento che ha contribuito al benessere delle persone.»

Non so se voi siate mai stati in Finlandia e, se ci siete stati (da viaggatori, intendo dire, non da meri turisti), quali sensazioni ne abbiate tratto. Io ho avuto la fortuna di conoscerla bene in un lungo viaggio “on the road”, qualche anno fa, da Helsinki lungo la parte occidentale, l’Ostrobotnia e il Baltico fino a oltre Rovaniemi e il Circolo Polare Artico e poi attraverso la Lapponia giù, lungo il confine russo e fino alla Carelia.
A conoscerli, i finlandesi, non si direbbe mai che si possano dichiarare così “felici”: taciturni, solitari, schivi, melanconici… così poco “comunitari” e introversi da arrivare a dire di loro stessi, autoironicamente, che tra finlandesi la stretta di mano è uno dei preliminari del sesso o addirittura che hanno inventato l’SMS – i finlandesi della Nokia, s’intende – per non essere obbligati a parlarsi di persona. Eppure la società finlandese è tra le migliori e più avanzate al mondo anche civicamente, culturalmente, politicamente, la comunità nazionale è molto coesa e possiede una forte identità; ciò nonostante, appunto, ogni finlandese (o quasi) non vede l’ora che arrivi il fine settimana per fuggire da solo nel silenzio delle sterminate foreste nazionali, in qualche casetta sperduta sulle rive di uno dei quasi duecentomila laghi (!) e lontanissima dalla civiltà e dal più prossimo villaggio. Dunque? Come si spiega la loro enigmatica felicità, e quella fiducia nella comunità dalla quale fuggono appena possibile?

Be’, avendoli un poco conosciuti (e poi studiati, se così posso dire), io questo enigma finlandese lo spiego proprio con la fortissima relazione che hanno e che coltivano con la Natura della loro terra, con l’essenza naturale primordiale e con il (i) Genius Loci che ne è (sono) la manifestazione più o meno locale. I finlandesi (che, è bene ricordarlo, sono scandinavi ma non amano molto essere accomunati ai “cugini” svedesi, danesi e norvegesi dai quali si sentono parecchio differenti, anche – ma non solo – perché l’etnia è diversa) sono una comunità così coesa non perché si riferiscono a loro stessi in quanto membri di essa per “farla”, la comunità, ma perché il loro riferimento è in primis la terra, la Natura, il corpo geografico della loro nazione e la derivante anima culturale, il paesaggio che ne scaturisce. Essi si sentono “elementi” della loro terra al pari di animali, piante, acque, nevi eccetera, e per questo, dunque, si sentono parte di una “comunità”: perché ogni altro finlandese vive la stessa relazione e la somma di tutte queste relazioni individuali “fa” la società finlandese, come risultato della comune attitudine – in tal senso sono una “comunità”. E da questa somma, o condivisione, o rete di singole attitudini antropologiche, deriva inevitabilmente la fiducia che il finlandese ripone nella sua comunità sociale: perché in verità la fiducia egli è rivolta a se stesso, e pure qui il tutto si determina in forza di una somma che fa il totale. Ma questa fiducia è forte anche e proprio perché si fortifica nella potenza della Natura finlandese, quassù elemento ancora predominante su qualsiasi antropizzazione con il quale l’uomo deve comunque fare i conti: meno che nel passato ma certamente più che altrove. Parimenti la relazione della gente finlandese con il luogo-Finlandia, così direttamente referenziata al territorio, all’ambiente, allo spazio geografico (che contiene e determina anche il tempo, come si sa) ne risulta fortificata e diventa la base fondamentale e necessaria per costruire una relazione ugualmente forte anche con chiunque generi quel legame con il luogo abitato e vissuto: la comunità, appunto, solida non per propria energia (che potrebbe mostrarsi labile, in certe circostanze) ma grazie alla insuperabile energia del paesaggio naturale finlandese.

Per giunta, se penso a un Zygmunt Bauman il quale in Voglia di comunità (a pag.138) ha scritto che «Oggi la comunità è considerata e ricercata come un riparo dalle maree montanti della turbolenza globale, maree originate di norma in luoghi remoti che nessuna località può controllare in prima persona», mi viene da supporre che, per il principio uguale e opposto, la Finlandia è per molti versi un “luogo remoto” (andate nel bel mezzo delle foreste della Lapponia del Sud o dell’adiacente Ostrobotnia settentrionale e ditemi se non è così – ma si può intendere la definizione anche in senso immateriale) e dunque non ha bisogno di determinare il proprio concetto di comunità (e dunque di identità) contro qualcosa ma lo può fare a favore di se stessa, in qualche modo (auto)determinandosi nei confronti delle proprie peculiarità, non di altre. In ciò, forse, sta la sua significativa originalità, pressoché unica nel panorama europeo.

È un (se così posso definirlo) “modello antropologico” del tutto peculiare e emblematico, che trova similitudini nelle altre nazioni scandinave oppure, altrove, nella comunità confederata elvetica (non a caso nella classifica dei paesi più felici è terza, la Svizzera) ove io colgo una simile forte relazione identitaria con il luogo e con i suoi potenti paesaggi peculiari, alla base di quella che poi è la determinabile/determinata coesione sociale del paese alpino – una dote che a Sud delle Alpi non è nemmeno lontanamente immaginabile, per dirla tutta.

Poi, sia chiaro, queste classifiche risultano sempre ben più simboliche che significative, e non sanciscono affatto che il “paese più felice” sia anche quello con meno problemi sociali-sociologici o nel quale sia più bello vivere. Ma di sicuro, lo ribadisco proprio in base alla mia esperienza diretta, nel caso della Finlandia dietro quella più o meno effimera prima posizione c’è una realtà del tutto peculiare che, io credo, può veramente risultare emblematica per altri paesi. Per provare a essere ovunque un po’ più felici, come dovremmo auspicarci tutti.

La neve che si scioglie

[Foto di Natalia Kollegova da Pixabay.]
Siamo negli ultimi giorni della stagione invernale, qualche fiocco di neve che testardamente cade dal cielo attesta il tentativo dell’inverno di farsi ancora vivo e presente per non andarsene via bistrattato da tutti. Ma ormai la primavera è alle porte, non lo attesta solo il calendario: s’è fatta già annunciare distintamente con alcune recenti giornate assai miti e radiose.

Nonostante il freddo notturno che persiste, appunto, sui monti la neve svanisce a vista d’occhio, quasi, e giorno dopo giorno gli squarci verdi d’erba e grigi di rocce, ormai liberi dalla copertura nevosa, si fanno sempre più estesi, ampliandosi come s’estende la luminosità del cielo, s’allungano le giornate e s’allarga il cuore nel crescente scoppio di entusiasmo naturale primaverile. In tal senso, per molti la neve che si scoglie sui monti genera l’allegria fremente di un ritorno alla vita, in altri invece incute una certa inopinata malinconia: vi è certamente una forte suggestione di matrice “poetica” in questo periodo di passaggio stagionale, di uscita dal gelo e dal buio invernale verso la luce e il caldo estivo, di trasformazione del paesaggio, di esplosione cromatica, e tutto con maggior evidenza e rapidità di quanto accade nell’altro periodo di cambiamento naturale, quello autunnale. Sedersi su un prato di montagna che si sta liberando dalla neve permette quasi di sentire il rumore di ogni singolo fiocco nevoso che svanisce, dei rigagnoli di acqua di fusione che si moltiplicano per quanto il Sole si faccia più caldo, o magari – con un quid di visionarietà, che non fa mai male – di percepire tra i fili d’erba ancora in gran parte prostrati la spinta dei boccioli dei primi fiori appena sotto l’umido terriccio superficiale, nel mentre che dal bosco illuminato da una luce ormai potente si fanno sempre più udire gli uccelli con il loro canto, quando fino a solo qualche giorno prima nell’ombra del monte il silenzio acuiva la perentorietà del dominio invernale.

In ogni caso, a prescindere dai diversificati stati d’animo che chiunque può generare dentro di sé in questi giorni, chi si mostra sensibile alla Natura e alla biosfera sa bene che il periodo dello scioglimento della neve, fenomeno ovviamente dipendente da quanta ne è caduta durante l’inverno, alle nostre latitudini è uno dei più importanti e potenzialmente vitali per l’ambiente naturale, dacché da esso dipende buona parte della bella stagione e delle sue condizioni biologiche, con tutto ciò che ne consegue per uomini, piante e animali e per la loro esistenza fino almeno al prossimo autunno – anche al netto delle piogge che nei mesi successivi potranno cadere. Niente come la neve invernale che si scioglie apporta acqua al paesaggio idrico e a qualsiasi cosa che da esso dipende – in primis la nostra sete! – per tale motivo ciò che accadrà al fenomeno nivologico in forza dei cambiamenti climatici in atto è qualcosa di realmente fondamentale per il nostro futuro, al pari dell’andamento dei ghiacciai – a loro volta dipendenti dalla neve caduta durante i mesi freddi.

Quella che vedete sciogliersi sui monti, ora che viene la primavera e le giornate si fanno via via più miti, è neve ma non solo: è vita, in forma liquida, che segna lo scorrere del tempo, trasforma il paesaggio, nutre la terra e ci permette di continuare la nostra esistenza quotidiana. È delicata poesia naturale e concreto pragmatismo quotidiano, fenomeno naturale “ineluttabile” tanto quanto opportunità da comprendere e godere. Ed è sempre e comunque un’ennesima, potente manifestazione di bellezza che possiamo ammirare e contemplare con la mente e della quale al contempo nutrire il cuore, l’animo e lo spirito. Perché ogni cosa nel paesaggio naturale, anche quella apparentemente più normale e “ovvia”, ha un messaggio da raccontarci, da comprendere e da fare nostro, ed è bene non dimenticarlo mai.