Sull’italica incapacità di realizzare “vere” rivoluzioni… (Frédéric Mistral dixit)

Perché in questa Italia intelligente e nobile, anche se ci sono state, come dappertutto, delle rivoluzioni, non sono mai state cieche e bestiali come in Francia. I monumenti, le statue, le chiese, i palazzi, le tombe, i blasoni delle famiglie storiche, tutto questo è ancora qui intero, rispettato e onorato dal popolo. La storia nazionale scritta sulle pietre sempre davanti agli occhi di tutti come insegnamento d’onore e di amore per la patria.

(Frédéric Mistral, Viaggio in Italia, 1891, ed.it. Viennepierre Edizioni 2002, traduzione dal provenzale di Mirella Tenderini, pag.25)

cop_viaggio_in_italiaE se il celebre poeta provenzale, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1904, avesse inversamente ragione? Ovvero, e mi spiego: se fosse proprio perché gli italiani non sono mai stati capaci di mettere in atto vere rivoluzioni, di sicuro cieche e bestiali sotto certi aspetti ma d’altro canto capaci con la loro veemenza di fare tabula rasa di situazioni precedenti così aprendo nuove e migliori ere, che ora l’Italia si trova nella situazione socio-politica che ci tocca amaramente constatare?
Al proposito mi torna in mente Gianni Brera, quando postulava la “sindrome da liberazione” di cui soffrirebbe l’Italia, cioè l’essere sempre stata liberata da qualche invasore/occupante dagli eserciti di stati esteri, i quali poi diventavano i nuovo occupanti fino alla successiva liberazione straniera, e così via: cosa che avrebbe impedito la nascita di un autentico spirito nazionale, di un relativo patriottismo – in senso positivo, come attaccamento antropologico al proprio paese natale – oltre che, appunto, aver palesato l’incapacità, per motivi vari e assortiti, di saperci liberare da soli, eccetto che in pochi casi.
In effetti la Francia, inutile dirlo (e giusto per citare il paese menzionato da Mistral, ma si potrebbero fare molto altri casi e ancora più significativi), gode di un’evoluzione sociale ben più avanzata rispetto alla nostra, di un potere politico infinitamente meno fangoso e bieco di quello nostrano, di un assoggettamento ecclesiastico del tutto fisiologico, di una cultura diffusa di livello ben superiore… E di un amore per la patria (nel bene e nel male, visto il noto nazionalismo francese a volte un po’ ottuso ma altre volte funzionale) che qui ci possiamo pure scordare, così come ci siamo scordati quell’insegnamento d’onore che la prestigiosa storia italica ancora oggi ci potrebbe offrire. E non parliamo poi del rispetto diffuso che troppi italiani (non) riservano per i monumenti storici e artistici nazionali, che sennò diventerei facilmente inverecondo…
Di sicuro fa una certa impressione – e non positiva, s’intende – leggere di quei rilievi sulla società italiana che Frédéric Mistral colse durante il suo viaggio nella penisola… Era il 1891, sono passati poco più di 120 anni, mica secoli e secoli. Ma, evidentemente, da allora il tempo (e non solo lui) ha preso ad andare all’indietro, qui.

P.S.: e, a breve, la personale recensione di Viaggio in Italia

La vita straordinaria di un “Tizio Tratanti”… Una mia intervista per ScrivendoVolo

E’ da ieri on line su ScrivendoVolo.com, il sito internet per gli amanti della scrittura e della lettura, la bella e articolata intervista dedicata al sottoscritto e ai due romanzi attualmente editi con protagonista il personaggio di Tizio Tratanti – ma non solo ad essi, visto che mi è stata data l’occasione anche di toccare molti altri argomenti, di carattere personale e generale.
Desidero ringraziare molto l’intera redazione di ScrivendoVolo – che peraltro non è solo un sito web ma anche una rivista letteraria on line, un servizio editoriale a disposizione di tutti gli autori (correzione bozze, editing, consulenza editoriale, schede di valutazione…) e un ufficio stampa per autori ed editori con l’obiettivo di promuovere e pubblicizzare i libri con un attento lavoro al riguardo; il tutto con il prezioso patrocinio di Historica Edizioni – e in particolare Daniele Dell’Orco, direttore editoriale di ScrivendoVolo e a sua volta scrittore.
Cliccate QUI per accedere direttamente all’intervista nel sito di ScrivendoVolo, mentre cliccando sulla copertina di La mia ragazza quasi perfetta, lì sopra, potrete conoscere ogni informazione utile sul romanzo e sul suo protagonista (il quale lo è pure di Cercasi la mia ragazza disperatamente, appunto…)

Di seguito un assaggio dell’intervista…

A giudicare dal nome del protagonista dei suoi romanzi, Tizio Tratanti, si potrebbe quasi pensare che questo personaggio parli, in realtà, di tutti noi. Ci spieghi questa scelta.

Cop_LMRQP_taglio2Sì, sotto molti aspetti è così, o per meglio dire: è il classico “uno a caso”, l’individuo ordinario pescato nella massa e che quindi di essa rappresenta la prima “immagine” statistica. In effetti chi e cosa è il personaggio “Tizio Tratanti” lo spiega bene il sottotitolo di “La mia ragazza quasi perfetta”: Vita straordinaria di un comune tizio tra tanti. Tizio è infatti un individuo assolutamente normale con una vita altrettanto ordinaria, al quale però accadono certe cose bizzarre, improbabili, surreali, apparentemente impossibili: cose straordinarie appunto, e che tale rendono pure la sua vita quotidiana. Ma cosa è “straordinario”, poi, nella vita di tutti i giorni? Spesso, lo sono quelle cose in fondo piccole, minime, a prima vista insignificanti, che tuttavia escono dai conformismi sui quali siamo portati a costruire la comune quotidianità, e che con questa loro minima eccezionalità possono anche rendere incredibile una vita altrimenti piatta e sciatta. Peccato che sovente, come accennato, non siamo più in grado di percepirle e apprezzarle, viceversa abbagliati da tanti altri elementi ritenuti “straordinari” per imposizione dall’alto ma che invece non rappresentano nulla di veramente importante, di veramente utile e virtuoso per il nostro vivere quotidiano, anzi: lo rendono ancora più conformato, dunque più piatto di quanto forse già è. Tizio Tratanti, invece, vuoi per proprio talento, vuoi soprattutto per il gioco delle coincidenze e delle probabilità, in tante di quelle piccole cose straordinarie vi ci si ritrova dentro, e tra le mille avventure che ne scaturiscono cerca di ricavarci qualcosa di buono, per sé stesso e per la sua quotidianità.

Continuate la lettura dell’intervista nel sito di ScrivendoVolo… E grazie per l’attenzione che vi dedicherete!

Ah, sì, il celebre scrittore di… boh! Ovvero: se gli autori sono noti al grande pubblico ma i loro libri no…

book_money_imageDa tempo, ovvero da quanto ho preso a bazzicare come parte attiva il mondo editoriale e letterario, rifletto su quella che mi è sempre parsa una stortura bella e buona di tale mondo: la notorietà popolare di un titolo edito e dello scrittore che ne è autore, e dunque il rapporto che intercorre tra questi due “valori”. Spiego meglio la questione: ho sempre pensato che sia un libro – la sua qualità, le sue doti letterarie, la sua notorietà, appunto – a dover conferire pari virtù al suo autore, e non viceversa; cioè, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, che la conoscenza pubblica di uno scrittore debba necessariamente passare dalla conoscenza diffusa dei suoi libri: io conosco (ovvero riconosco come “affermato”) e apprezzo quel tal scrittore perché conosco e apprezzo uno o più libri che egli ha scritto. La stortura suddetta, invece, la rilevo quando avviene il contrario – come mi pare accade sempre più spesso, oggi: il pubblico sa citare nome e cognome di tantissimi scrittori affermati, ma non saprebbe citare nessuno dei titoli dei libri che hanno scritto. Come se la bontà di un’opera di letteratura perdesse tutta la propria valenza espressamente letteraria e abbandonasse l’elemento che ne dovrebbe essere fonte – il libro, appunto – per trasferirsi tutta sul suo autore e assumere una valenza del tutto superficiale e tipicamente di natura mediatica. In soldoni: scommetto che il grande pubblico sa perfettamente chi siano Camilleri, Ammaniti o Baricco – tre nomi contemporanei scelti a caso e secondo me apprezzabili, ma la casistica potrebbe essere infinita e pure atemporale – tuttavia quanti (dei non lettori-fan, ovviamente) saprebbero citare almeno un titolo di qualche loro libro? Ecco, io ho invece sempre pensato che, per quanto riguarda il riscontro popolare del lavoro di uno scrittore, dovrebbero essere ben più conosciuti e famosi i titoli dei suoi libri piuttosto che il nome/cognome dell’autore – se non, appunto, quando riconosciuto come tale per fama acquisita dal valore di quanto scritto: On the Road, un celebre libro di Jack Kerouac (dunque a sua volta celebre per induzione) insomma, piuttosto che “ah sì, Jack Kerouac, il celebre autore di quel famoso libro che parla di… di… Boh!” (Sperando poi che almeno si sappia che Kerouac fosse uno scrittore e scrisse quel famoso libro, e non lo si creda un ex giocatore di basket o un attore di film western degli anni ’50…)
Certamente su questa realtà pesa molto l’influenza dei media, come già accennato, e la loro superficializzazione d’ogni cosa, oggetto o persona, spesso legata ad una spettacolarizzazione forzata e artificiosa a meri fini di audience. In TV, soprattutto, quando si parla (le rarissime volte che avviene e in orari “umani”, voglio dire…) di libri in verità si parla dei loro autori, e se l’autore non è televisivamente vendibile, ovvero non offre qualcosa con cui costruirne un “personaggio”, difficilmente troverà spazio, e i suoi libri tanto peggio. In un modo o nell’altro, il valore letterario proprio di un’opera scritta ed edita viene messo da parte, ignorato o represso: mica si può mettere in piedi un talk show televisivo ospitando dei libri, non vi pare?!? Ma nel principio lo stesso discorso lo si può tranquillamente sostenere per qualsiasi media nazional-popolare, sia chiaro, televisivo, cartaceo, on line o che altro, e il pericolo è che si inneschi un meccanismo di pseudo-conoscenza iper-superficiale in base al quale la cognizione diffusa del panorama letterario si fermi ai soli nomi di chi ne fa parte e non vada oltre, a ciò che veramente e inevitabilmente lo crea e compone – i libri, certo. Sarebbe come ritenersi conoscitori della storia delle missioni spaziali solo perché si conosce il nome degli astronauti più famosi – quelli degli allunaggi durante le missioni Apollo, ad esempio!
Attenzione: non sto dicendo che in ciò sia insito un sorta di tremendo e infamante peccato originale, o che questa sia una cosa deprecabile e debellabile. In verità la mia è una riflessione piuttosto banale e all’apparenza scontata, in fondo, eppure capace di rivelare in un modo alternativo la notevole superficialità della quale è fatta oggetto la “buona” letteratura dal grande pubblico – che invece non ha problemi a ricordarsi i titoli di certi libri-spazzatura da milioni di copie, imposti con battage pubblicitari da lavaggio del cervello per meri fini commerciali, giammai cultural-letterari! In questo casi gli autori non contano nulla, fors’anche perché definirli “autori” è termine esagerato se non fuori luogo…
Fatto sta che proprio di recente un caso editoriale del quale la stampa ha dato notizia pare confermare il cop_libro-rowlingsenso delle suddette mie riflessioni: J.K.Rowling, la celeberrima (e miliardaria) autrice della saga di Harry Potter, ha pubblicato un libro – un giallo, per la precisione – intitolato The cuckoo’s calling con lo pseudonimo di Robert Galbraith. Risultato – a quanto riportano le cronache: 1.500 copie vendute. Roba che a momenti un esordiente vende di più. Poi, salta fuori che quel tal Robert Galbraith è in realtà la Rowling, appunto. Risultato: vendite decuplicate. E ciò a prescindere dalla bontà letteraria dell’opera in questione, come vi apparirà chiaro. Fatemelo dire fuori dai denti: scrivesse merda, la potrebbe vendere e alla grande per il solo suo nome – e, ribadisco, quello della Rowling è solo l’esempio più fresco che ho avuto a disposizione e per questo ho citato: non ho assolutamente nulla contro di lei, anzi, giù il cappello al successo che ha ottenuto col suo celebre maghetto occhialuto! Ma, insomma, capirete bene che, in tali questioni, il libro non conta praticamente nulla: diviene come uno di quei capi alla moda orribili e dal valore estetico pari a zero eppure agognato da tanti solo perché firmato da questo o da quell’altro celebre stilista…
Lo ammetto ancora: la riflessione in sé è probabilmente banale, eppure non riesco a non ricavarne quella vivida sensazione di stortura, di qualcosa che va nel verso sbagliato, di un’evidenza – l’ennesima – tipica del panorama editoriale e letterario che tuttavia con i libri e la letteratura mi pare centri assai poco.

Per una definizione di “spazio-tempo” assolutamente, pragmaticamente terrena e umana (col temporale che infuria, fuori…)

spazio_tempoElucubrazioni d’un temporalesco pomeriggio di mezza estate, con la pioggia che ticchetta sui vetri delle finestre, il rombo dei tuoni, il vento teso e ululante, e certe cose che guizzano in testa proprio in momenti del genere, quando l’ancestrale forza della Natura si riappropria, almeno per qualche istante, dello spazio e del tempo che noi umani ci vantiamo così spesso di dominare…
Ecco, lo spazio-tempo, ad esempio, o la struttura quadridimensionale dell’Universo, il “palcoscenico” dei fenomeni fisici.
Domanda: si potrebbe formulare anche una concezione di spazio-tempo più terrena di quella scientifica, più quotidiana, pragmatica, e legata all’esistenza di noi tutti?
Vediamo un po’…
Dunque, mi viene da riflettere sul fatto che lo spazio “virtuoso” nel quale si compie la vita di un individuo è ormai sempre più virtuale nel valore, e da esso il tempo sfugge fino ad essere una dimensione considerata da molti avversa: il tempo passa troppo in fretta! – certo, non stai facendo nulla di buono nel tuo “spazio”! Un’esistenza misera di valore autoriduce il proprio spazio vitale, vi si imprigiona e si immobilizza, e il tempo non può conoscere sosta, lo si sa, pena la finale rovina…
Lo spazio-tempo, insomma, non è solo quella strana cosa di cui si ha (forse) conoscenza principalmente perché un noto regista americano ci fece alcuni films di successo; e a lato della sua definizione specificatamente fisica, credo che ogni individuo di spirito dovrebbe raggiungere la cognizione del proprio spazio-tempo, ovvero della propria presenza ed azione in relazione ad una dimensione spazio-temporale ben definita: la vita. La vita si manifesta in un dato spazio (l’ambiente in cui si vive e nel quale le nostre azioni hanno effetto) e in un dato tempo (l’istante in cui noi viviamo e agiamo, e per il quale compiamo una certa azione): due elementi strettamente correlati, dacché, in un ambito limitato temporale quale è l’esistenza di una persona, ogni singolo istante risulta fondamentale per il valore complessivo di esso, e abbisogna di caricarsi di un proprio singolo valore conferito da quanto avviene nello spazio, nel nostro mondo vissuto in cui il nostro agire quotidiano, nelle banalità come nelle grandezze, genera effetti, conclusioni, esiti. Noi agiamo per quanto impone un certo istante, solitamente futuro in prossima realizzazione presente, nello spazio che ci è necessario per ciò che è dovuto, e tale materialità spaziale non ha effetti solo in quello stesso ambito ma anche nel tempo, per i prossimi istanti nei quali quell’effetto avrà validità: concepirsi consapevolmente come elementi in moto (vitale) in un proprio spazio-tempo, dunque, significa proprio intendersi come un’astronave in moto nello spazio per un certo tempo, ma con la virtuosa capacità di condizionare il rapporto tra i due elementi, di modificarli a proprio altrettanto virtuoso fine, come se il mezzo fosse dotato di un motore a curvatura capace di distorcere lo spazio-tempo e di viaggiare da un punto all’altro del cosmo attraverso un wormhole – come vengono definiti i presunti passaggi spazio-temporali postulati dall’astrofisica di frontiera … Parimenti, noi possiamo condizionare lo spazio-tempo in cui viviamo, le nostre azioni sono come quel motore a curvatura: il loro manifestarsi nel presente condiziona e muta il futuro, allo stesso tempo conformando il passato; il “contenuto” materiale del nostro spazio (le azioni e i loro effetti) va’ ad agire nel tempo, e tanto più esso sarà virtuoso, tanto più virtuoso sarà quel tempo verso cui ci dirigiamo, tanto più proficuo per le azioni che compiremo quando vi arriveremo, nel nostro viaggio sulla rotta della vita. L’agire proficuo di oggi ci fa già passeggiare agevolmente nel futuro, insomma, e lascia il segno prezioso del nostro passaggio nel passato; chi riesce ad avere consapevolezza di questa naturalissima verità e dunque a governare il proprio spazio-tempo, può ben dirsi in viaggio sulla giusta rotta della propria vita; gli altri inevitabilmente diventeranno naufraghi spersi nel cosmo vitale, con la bussola fuori uso, fino alla fine del loro tempo – sempre che non vadano a schiantarsi stoltamente contro qualche asteroide di passaggio! Sbeng! – finito lo spazio, e finito insieme il tempo: correlazione perfetta, e inevitabile finale per chi non sa viaggiare sulla giusta rotta…
Nel frattempo, fuori, pare che la buriana si sia calmata, e il ruggire dei tuoni si allontana verso oriente. Bello, il temporale… Mi è sempre piaciuto. E’ primordiale energia allo stato puro e assoluto…

Gli italiani e la cultura: seduti in un ristorante che offre piatti gustosissimi, si stanno lasciando morire di fame…

L’Italia sprofonda in un tunnel e sta rinunciando alla propria vocazione artistica e culturale sulla quale si e’ fondata l’identità e lo sviluppo della comunità nazionale. Nel 2012 la spesa per la cultura e la ricreazione delle famiglie italiane segna un – 4,4%: si tratta del primo calo dopo oltre un decennio di crescita costante, tanto che tra il 2002 e il 2011 l’incremento era stato del 25,4%. Anche i dati relativi alla fruizione culturale sono negativi in tutti i settori con una netta inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni: -8,2% il teatro, -7,3% il cinema, -8,7% i concerti, – 5,7% musei e mostre. In generale diminuisce dell’11,8% la partecipazione culturale dei cittadini italiani. In un solo anno i musei statali perdono circa il 10% dei visitatori che passano da 40 a 36 milioni, poco più di quelli entrati nei soli musei londinesi. Allo stesso tempo diminuiscono gli investimenti nel settore: solo da parte dei comuni in un anno tagliato l’11% delle risorse mentre le sponsorizzazioni private destinate alla cultura scendono nel 2012 del 9,6%, ma dal 2008 il calo e’ del 42%. (fonte: Asca.it)

Mentre le nostre città perdono competitività turistica, il paese crolla al 15° posto nel Country Brand Index 2013. Insomma, con 3.609 musei, 5.000 siti culturali, 46.025 beni architettonici vincolati, 12.609 biblioteche, 34.000 luoghi di spettacolo e 47 siti Unesco, l’Italia è unica per la ricchezza del suo patrimonio, ma anche uno dei paesi europei più arretrati dal punto di vista dell’investimento e della fruizione culturale. E se allarma ma non stupisce che la spesa annua per abitante sia di 25,4 euro, colpisce invece che quella della Grecia sia doppia rispetto alla nostra. (Fonte: Europaquotidiano.it)

Sul Rapporto Annuale di Federculture che illustra lo stato del comparto culturale italiano si potrebbero formulare innumerevoli considerazioni, con la certezza che tutte quante rapporto_federculturerisulterebbero ineluttabilmente monotone. Esattamente come lo è il fulcro del messaggio contenuto nel volume che presenta il Rapporto: “Occorre ripartire dalla cultura, da una strategia per il Paese, un grande progetto culturale, sociale ed economico che restituisca ai cittadini e alle imprese la speranza per il futuro e una qualità della vita migliore”. Da quanto tempo sentite dire cose del genere? 20 anni? 30, forse 40? Beh, chi non è più così giovane forse le sente dire da ancora più tempo.
E, mi permetto di notare, fa abbastanza (amaramente) ridere constatare come tali rapporti così illuminanti su quanto in basso sia caduta l’Italia pure dove invece potrebbe eccellere su chiunque, al mondo, siano abitualmente presentati alla stampa e al pubblico con l’ausilio di un bel corollario di personaggi politici di varia caratura, rappresentanti quelle istituzioni che in primis hanno causato la tragica situazione suddetta…
D’altro canto, a ben vedere, non è forse un caso che la disastrata Grecia, che spende pro capite il doppio di quanto spende un italiano per la cultura, sia da tempo in piazza a protestare contro i suoi politicanti (nonostante le TV abbiano deciso da tempo che non è più conveniente parlarne), di scuola assai simile a quelli nostrani… Ovvero: se da decenni ci sentiamo dire che occorre fare questo, quello e quell’altro, che così non va bene, che bisogna cambiare le cose e via dicendo, ma la situazione non fa che peggiorare per il semplice motivo che chi dovrebbe fare qualcosa non fa nulla, anzi, pare faccia di tutto per agevolare e accelerare il peggioramento, beh, allora tocca a noi, comuni cittadini, agire. E agire in ogni senso, contro quella immonda classe politica che continua beatamente a farsi gli affari propri lasciando coprire di fango la bellezza e la ricchezza che l’Italia possiede, e a favore di noi stessi difendendo la nostra cultura, il nostro patrimonio artistico e culturale, rivendicandone la proprietà e la volontà di goderne e non solo perché è preziosissimo cibo per la mente ma pure per la pancia, per quanto sfruttando la cultura potremmo diventare facilmente e tranquillamente una delle nazioni più ricche del pianeta.
Certo che poi, quando che leggo che a fronte del calo delle spese dedicate alla cultura da parte delle famiglie italiane, quelle destinate al gioco d’azzardo sono in forte e costante aumento, da un lato mi risultano ancora più lampanti i danni derivanti dalla mancanza di cultura diffusa in Italia, ma dall’altro mi ritrovo a pensare che un tale paese probabilmente tutto quel ben di dio artistico e culturale che si ritrova, non se lo merita affatto, al contrario invece dei governanti che si ritrova.
Riflessione finale amara e pessimistica, ma tant’è.