La strada

[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash, rielaborate e unite da Luca. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.

[Jack KerouacSulla strada, traduzione di Marisa Caramella, Mondadori, 2010.]

Dello scrivere dediche sui propri libri


Qualsiasi autore di testi letterari, che poi abbia avuto la fortuna di poterli presentare in pubblico, avrà ineluttabilmente sostenuto il momento – solitamente a fine presentazione – della firma delle copie del proprio libro (detto appunto firmacopie, in gergo), con altrettanto ineluttabile dedica ai richiedenti i quali di norma la richiedono espressamente e comprensibilmente. È un momento di massima apoteosi egotistica, per gli autori particolarmente sicuri di sé (la maggioranza) oppure di imbarazzo più o meno malcelato dall’ovvio piacere della richiesta, al quale tuttavia si contrappone il dilemma su cosa scrivere affinché il lettore del proprio libro ne sia soddisfatto. Ecco, io faccio parte della categoria degli “imbarazzati-ma-contenti”, per due sostanziali motivi: uno, non credo di essere così bravo, così noto e tanto reputabile da meritare una tal considerazione da parte dei lettori (i quali magari mi chiedono la dedica per mera cortesia – ma forse questo mio è solo un eccesso di modestia) ma ovviamente mi fa piacere che quelli siano così magnanimi, o così falsi, nei miei confronti; due, siccome voglio almeno dedicare una reciproca considerazione personale, riguardo quelle richieste, anche come forma di gratitudine immediata, da sempre personalizzo le dediche a chiunque e per qualsiasi mio libro, così che, salvo dimenticanze, credo che non esista una dedica su un libro del quale sono l’autore uguale a un’altra. Forse anche per questo motivo il momento della firma dei libri risulta per me quasi “imbarazzante” (anche se il termine dal mio punto di vista è sbagliato, in forza della sua connotazione negativa; meglio arduo): per quell’impegno subitaneo che devo mettere nello scrivere qualcosa, al contempo, di simpatico, gradito, sensato (o non troppo stupido e banale) e identificante, nel senso che possa ricordare al lettore quel momento e chi lo ha “sancito” attraverso la relativa dedica con piacere, anche a prescindere dal libro sulla quale è stata apposta. Insomma, deve essere a sua volta “letteraria”, la dedica, pur nella sua estrema stringatezza: una sorta di micro racconto istantaneo che, ribadisco, ha pure un fine di ringraziamento e di considerazione ricambiata verso il lettore da parte di me autore – posto che ciò vale per me, sia chiaro, e che qualsiasi altro autore ha certamente un proprio valido modus operandi al riguardo.

Intorno al tema “dediche sui libri” vi disserta con la propria solita e notevole arguzia Luca Goldoni in un bell’articolo di qualche tempo fa (lo potete trovare e leggere nella sua interezza qui), nel quale racconta di alcune sue emblematiche (e divertenti) esperienze al riguardo e che comincia così:

Credo che ogni libro dato alle stampe con maggiore o minore fortuna meriterebbe un libro bis, di successo sicuro: una raccolta delle dediche che l’autore ha vergato. Basterebbe un annuncio pubblicitario per invitare i lettori che hanno avuto il volume dedicato a inviare copia fotostatica del pensiero o battuta o peana firmati dall’autore. Naturalmente ci vorrebbe uno scrittore molto spregiudicato per pubblicare questo genere di autoritratto. Come non esiste maschio che non desidererebbe sprofondare scoprendo che altri uomini hanno ascoltato una sua dichiarazione d’amore, così, forse, non c’è scrittore che non si sentirebbe a disagio se fossero raccolte e analizzate le dediche che ha fatto al suo recensore, a un ministro, al parrucchiere della moglie, a un presidente di giuria, a una bella donna, a un altro scrittore: sterminate devozioni, gaglioffe umiltà, ammirazioni cosmiche. Oppure battute riuscite, tanto riuscite da essere riprodotte in piccole serie, con la speranza che i destinatari non s’incontrino mai e non s’accorgano d’essere stati catalogati nel tipo A o nel tipo B. Forse è più facile scrivere un buon libro che cento buone dediche.
È durante la presentazione di un volume, quando cioè bisogna vergare trenta o quaranta dediche una dopo l’altra, che l’autore si sente con le spalle al muro. Cerca di variare un po’ la formula sulle pagine già aperte che gli arrivano sotto la penna, come sfornate da una rotativa: con un cordiale pensiero, con viva cordialità, con sincera simpatia. È difficile un riferimento più preciso verso persone certamente amabili e cortesi (al punto di acquistare il libro) ma purtroppo sconosciute. […]

(Luca Goldoni, La difficile arte della… dedica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. L’immagine in testa al post è invece tratta da libreriamo.it ed è una dedica apposta sul suo On the Road da Jack Kerouac, il quale scrive: «Cara Janie Adams, potrai forse trovare una curiosa somiglianza tra Remi Boncoeur nel capitolo undici e il tuo grande amico Henri Cru – e io, credimi, lo so bene, essendo il Sal Paradise contenuto nel romanzo».)

INTERVALLO – San Francisco (USA), “City Lights” Bookstore

San Francisco è considerata la principale culla della Beat Generation, e la Beat Generation è nata in ovvero grazie a City Lights, la casa editrice aperta nel 1953 da Lawrence Ferlinghetti che pubblicò gli allora giovani poeti Jack Kerouac, Neal Kassady, Allen Ginsberg e Gregory Corso. Proprio “Urlo” di Ginsberg, oggi considerato il manifesto della Beat Generation, fu una delle prime pubblicazioni di City Lights: causò seri guai giudiziari e anche un periodo di galera per Ferlinghetti, che da sempre si era battuto per la libertà di stampa e di espressione.
City Lights è anche una delle più suggestive e intriganti librerie indipendenti di San Francisco, oggi come un tempo capace di attirare scrittori emergenti, artisti, creativi d’ogni genere oltre che, ovviamente, innumerevoli lettori.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di City Lights, oppure cliccate qui per vedere un servizio della RSI dedicato alla libreria e alla Beat Generation.

P.S.: anch’io, nel mio piccolo, ho dedicato alla Beat Generation una puntata del programma RADIO THULE, questa.

Beat Generation Podcast

Dato che già qualche migliaio di persone (numero approssimativo) mi richiede il podcast della puntata di RADIO THULE di lunedì 12/03 dedicata alla Beat Generation, cliccate sull’immagine qui sopra e lo avrete, ascoltabile e liberamente scaricabile. Non dimenticate poi che nella pagina del blog dedicata al programma trovate l’intero archivio dei podcast, con le puntate della stagione in corso e di quelle precedenti.

Stay tuned (come dicono i conduttori radiofonici seri, cosa che io non credo di essere – e forse nemmeno ambisco di essere) e buon ascolto!

Settant’anni rivoluzionari di Beat Generation – questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 12 marzo duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 8a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata Il battito dei beati abbattuti. La Beat Generation, 70 anni dopo“.

Nel 1948 Jack Kerouac, l’autore del celeberrimo romanzo Sulla strada (orig. On the road), nel conversare con l’amico scrittore John Clellon Holmes definì il movimento giovanile anticonformista che stava prendendo forma nell’underground newyorchese “Beat Generation”. Fu il battesimo simbolico di quello che sarebbe poi diventato, dal 1950 in poi, uno dei movimenti culturali fondamentali del Novecento, una vera e propria rivoluzione del pensiero e dell’arte guidata da personaggi assolutamente emblematici – i due citati e, tra i più noti, Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, lo stesso Bob Dylan – che accompagnò il mondo occidentale dall’era moderna a quella contemporanea e dal quale si derivarono molti altri fenomeni sociali e culturali successivi, dal movimento Hippy al Sessantotto e a Woodstock, dalle rivendicazioni degli anni ’70 fino alle tendenze giovanili più recenti, oltre alla gran parte della musica dai Sessanta in poi.

Già, perché l’influenza della Beat Generation è ancora oggi forte seppur non più così percepita dall’opinione pubblica: per tale motivo, in questa puntata RADIO THULE vi porterà alla sua riscoperta ovvero alla sua conoscenza, certamente fondamentale per capire meglio il mondo di oggi e da dove una buona parte della nostra cultura più alternativa proviene.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!