Valgreghentino, un “piccolo mondo antico” di grande fascino contemporaneo

Pioviggina, nubi grigie coprono le montagne, veli di foschia vagano nel fondovalle… le condizioni ideali per una bella passeggiata, che io e il segretario personale (a forma di cane) Loki questa volta dedichiamo al piccolo mondo antico di Valgreghentino, in provincia di Lecco, comune adagiato sul boscoso versante abduano del Monte di Brianza nel punto dal quale si può godere la più bella visione del Resegone dal lato della Val San Martino.

Ma attenzione: uso quella definizione “fogazzariana” non per sostenere che Valgreghentino sia un luogo fuori dal tempo, dunque con accezione negativa. Voglio invece rimarcare come Carghentin (il toponimo locale, sì) se ne stia tranquillo nella sua bella valletta boscosa al di fuori di quel tempo che connota la nostra contemporaneità e corre fin troppo veloce, se non proprio frenetico, lungo la trafficata strada provinciale 72 che da Lecco costeggia l’Adda e scende verso la Brianza meratese tra innumerevoli capannoni industriali – altro segno del tempo corrente e della poca armonia di tali insediamenti, pur essenziali, con il territorio circostante. Valgreghentino invece da questo tempo iper contemporaneo se ne sta un passo indietro, e un poco più in alto, separato e protetto dal rumore laggiù al piano dalla collina morenica della Rocchetta oltre che dai fitti boschi che coprono il Monte di Brianza appena oltre le case del paese, regalando un “piccolo mondo” di pace e tranquillità che appare ben più in armonia con il proprio territorio di tanti altri luoghi, pur stando a pochi chilometri dalla caotica Lecco e nel bel mezzo della Lombardia più antropizzata.

L’elemento “antico”, poi, è dato al “piccolo mondo” di Valgreghentino dalla sua storia – qui transitava la romana Via Spluga, che metteva in comunicazione Milano con Lindau transitando dall’omonimo passo – e soprattutto dalla sua urbanistica di matrice rurale, che intorno al centro comunale vero e proprio annovera numerosi piccoli nuclei sparsi spesso in forma di corti, di origine seicentesca e foggia architettonica tradizionale lombarda (quindi di planimetria quadrata, suddivisione interna funzionale al lavoro nei campi con fienili, stalle, alloggi per i “padroni” e i contadini, un unico grande portone d’ingresso, spesso al centro del cortile interno una grande pianta a sua volta tipica del territorio – gelso, caco, tiglio, ciliegio et similia) e dotate non di rado di dettagli di notevole pregio – colonnati, porticati, fregi, ornamenti esterni, eccetera – nonché ciascuna dotata d’un nome assolutamente referenziale nella geografia antropica locale, sovente poi divenuto toponimo identificativo del luogo.

Lasciata l’auto presso Ganza, uno dei nuclei più interessanti in forza della sua origine signorile (certificata dalla presenza, nell’annessa chiesina di San Giuseppe, di una pregevole pala di Andrea Lanzani, datata 1680 dunque coeva al nucleo), io e il segretario Loki percorriamo sotto una pioggia costante ma non fastidiosa – se ben equipaggiati – la sponda destra della valle del Greghentino fino alla zona occupata da alcuni capannoni industriali, l’unica in prossimità del centro comunale contagiata dal “mondo moderno” il quale produce e rumoreggia più cospicuamente laggiù lungo l’Adda, come detto. Questa zona in buona sostanza è l’”altopiano” che divide il bacino del torrente Greghentino, il quale scorre verso nord, da quello di Val Tolsera che invece scende a sud (verso Airuno, i cui abitanti lo chiamano orgogliosamente “fiume”); da questo bordo meridionale saliamo per stradine e un breve tratto di sentiero verso il Santuario della Rocchetta, il cui complesso occupa la sommità della lunga collina morenica che divide Valgreghentino dall’ampio corridoio orografico nel quale scorre l’Adda. La Rocchetta è uno dei luoghi più rinomati e frequentati dai fotografi lombardi, per il panorama che offre del bacino abduano lì dove si distende nel grande piano della Palude di Brivio con a levante la scenografica quinta prealpina che dal Resegone corre lungo la dorsale dell’Albenza verso il Monte Linzone e i colli di Bergamo, e più dietro, a nord, il Coltignone, le Grigne, i monti della Valsassina e quelli sovrastanti il Lago di Como.

Da quassù sono state scattate fotografie che hanno vinto concorsi internazionali, dunque immagino che nonostante la pioggia, anzi, proprio per questo tempo uggioso che fa vagare sulla valle pittoreschi drappi di foschia e nuvolaglie in continuo sfilacciamento creando di continuo visuali panoramiche estremamente suggestive, ci sia su qualcuno con le proprie apparecchiature fotografiche che ne approfitta, oltre a qualche visitatore in passeggiata come noi… Invece no, non c’è anima viva. Incredibile! Non sanno cosa si perdono, quelli che troppo viziati dagli agi della vita odierna rifuggono un po’ di pioggia e di umidità! O forse siamo noi che non avevamo di meglio da fare, oggi, che venire quassù a imbrumarci e infangarci? Be’, in ogni caso, per quanto ci riguarda meglio così. Il luogo s’ammanta, oltre che di foschie erranti, di un’atmosfera fascinosa e surreale, di inopinata quiete, di sospensione solo appena disturbata da rumore del traffico in transito sulla provinciale centocinquanta metri più in basso, proprio ai piedi della scogliera sulla quale si regge il Santuario che è il segno antropico ultimo d’una serie di altri precedenti, con scopi militari, a loro volta di primigenia origine romana – un castrum datato fra il V e il IX secolo d.C. che lassù assiso poteva facilmente controllare tutta la Val San Martino e qualsiasi transito che dalla bergamasca passasse verso Lecco e la Valtellina, rimanendo altrettanto facilmente immune da eventuali arrembaggi ostili.

È un’atmosfera quasi gotica, con la pioggia, le nubi basse, la nebbiolina che vaga sopra l’Adda e s’infila nei boschi a monte del paese, la chiesa col suo portico silenti, la “scala santa”, le cappelle votive che paiono lapidi, le statue esangui e grigie come il cielo, gli alberi nella loro scheletrica veste invernale e, appunto, nessuna presenza umana. Le uniche note di colore sono quelle delle case che formano i vari nuclei di Valgreghentino, laggiù oltre il piano, e il verde dei prati, ravvivato e lucidato dalla pioggia, che di contro rende più cupa l’ombrosità silvestre d’intorno.

Torniamo verso valle, io e Loki, e tagliando per quei prati madidi e odorosi di buona terra puntiamo su Miglianico, altro affascinante nucleo rurale poco a monte del centro di Valgreghentino, dalle cui vie s’intravedono edifici rurali apparentemente disabitati (in effetti su alcuni non manca il cartello «VENDESI») dalla foggia possente e affascinante. Farebbero la gioia di un architetto bravo e competente: preservandone la struttura originaria ne potrebbe ricavare delle dimore spettacolari (ho scritto “competente” perché non di rado i tecnici che mettono mano su tali edifici di pregio combinano dei gran disastri, inevitabilmente deprecabili). Dopo che il segretario Loki si è dilettato in una delle attività da lui preferite e da me irrefrenabili, le abluzioni torrentizie (nel Val Tolsera, in questa circostanza, le cui acque ribollenti delimitano Miglianico a meridione), proseguiamo lungo la strada asfaltata puntando verso il centro comunale e continuando a godere della quiete e della tranquillità che domina il paesaggio, quindi gironzoliamo per le anguste viuzze che caratterizzano il paese sulle quali si affacciano altre belle corti: nota di merito al comune, o a chi per esso, che per ciascuna ha installato dei piccoli pannelli che ne illustrano rapidamente storia e peculiarità, così rimarcandone il valore per il paese e la comunità che lo vive e anima.

Infine puntiamo di nuovo su Ganza, ove ho lasciato l’auto. Per tutto il tempo la pioggia non ha cessato di cadere, d’altro canto mai diventando troppo fastidiosa. Alla fine diventa essa stessa parte del paesaggio e del suo godimento, il rumore leggero delle gocce cadenti sul terreno si intona con il sottofondo generale – d’altronde Valgreghentino è anche luogo d’acque, diffusamente elargite dal Monte di Brianza – ravvivando le percezioni sensoriali e al contempo facendo di questi momenti qualcosa di più intimo, più genuino – vuoi anche per la solitudine che ci ha scortato per quasi tutto il cammino. Meglio soli che male accompagnati, come recita il noto detto? Non saprei, viceversa so per certo ormai che a volte non è meglio il Sole di questi tempi uggiosi, per molti tristi, noiosi, che invece sanno regalare inusitate suggestioni a chi decida di farne, invece che un motivo di fastidio, una fonte di complessità, di trasformazione delle cose più ovvie e ordinarie in altre che l’imprevedibilità rende fascinose e, alla fine, più memorabili. Così il “piccolo mondo antico” di Valgreghentino diventa un luogo a suo modo grande per quanto appaia ricco di proprie peculiarità, importanti oppure minime ma comunque referenziali, di un’anima singolare e viva, a suo modo speciale, nonché un posto niente affatto fuori dal tempo, anzi: forse è proprio qui che il tempo scorre nel modo più naturale e benefico e tale lo si può percepire, non altrove dove la sua corsa genera fretta, affanno e nervosismo. Basta risintonizzarsi su quel ritmo più genuino e vitale e Valgreghentino aprirà la sua anima così particolare, così peculiare al visitatore, ne sono certo.

N.B.: ad eccezione di quella in testa al post le foto le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.

N.B.#2: la Pro Loco di Valgreghentino presenta sul proprio sito un percorso di visita storico-culturale del paese e delle sue frazioni, che trovate qui.

Lo sci sul Monte San Primo e lo “sputtanamento” di Bellagio

Posto che ormai anche i pinguini imperatore (Aptenodytes forsteri) della Terra Vittoria, nell’Antartide Orientale, sono ben consci di quanto sia dissennato il progetto “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” con il quale si vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo, a 1100 m di quota dove non nevica più e non fa nemmeno così freddo per produrre e mantenere al suolo la neve artificiale, spendendo con annessi e connessi 5 milioni di Euro di soldi pubblici (lo sanno, i pinguini dell’Antartide, anche grazie al recente articolo – ultimo di una lunghissima serie pubblicata sulla stampa italiana e internazionale – apparso sul numero di febbraio della prestigiosa rivista geografico-scientifica “National Geographic Italia”, lo vedete lì sopra; cliccate sulle due immagini per ingrandirle), e posto che il Monte San Primo si trova nel territorio comunale di Bellagio, una delle località italiane più note nel mondo, viene da chiedersi se gli amministratori pubblici che sostengono quel folle progetto – Regione Lombardia, la Comunità Montana del Triangolo Lariano e soprattutto il Comune di Bellagiosi rendano conto di quale danno d’immagine stiano arrecando al loro territorio e a Bellagio in primis, appunto, con tutta la cospicua rassegna stampa che ormai a livello planetario sta evidenziando e denunciando la dissennatezza e la pericolosità del progetto.

Non ce n’è stata una, di testata d’informazione italiana o internazionale, che non abbia descritto ciò che si vorrebbe fare sul San Primo con toni estremamente critici – ad eccezione di un articolo di qualche tempo fa de “La Verità” il quale tuttavia era così poco chiaro e scarsamente convinto di ciò che sosteneva da risultare alla fine una delle testimonianze migliori contro il progetto – e tutte, ovviamente, accostano al progetto del San Primo e alle sue insensatezze il nome di Bellagio, che in questo modo ne viene inesorabilmente coinvolto: una località così bella e rinomata sulla cui montagna si vorrebbe realizzare un progetto tanto assurdo e degradante. Fatte le debite proporzioni, è un po’ come se a Venezia, in prossimità di Piazza San Marco, volessero costruire un luna park pretendendo che il fascino del luogo resti inalterato nonostante da più parti se ne denunci l’insensatezza.

Se gli amministratori del Comune di Bellagio e al loro seguito quelli della Comunità Montana del Triangolo Lariano se ne rendessero conto, del danno d’immagine potenziale cagionato dal progetto sciistico sul San Primo, e comunque perpetrassero i loro obiettivi, la questione assumerebbe contorni veramente malvagi, non più solo scriteriati. Significherebbe che gli amministratori suddetti sceglierebbero scientemente di mettere alla berlina il proprio territorio agli occhi del mondo pur di ottenere i propri fini e i relativi tornaconti.

Se invece non se ne rendessero conto – evenienza inopinata, visto il portato del progetto e le citate reazioni planetarie, ma d’altro canto circostanza auspicabile – sarebbe bene che finalmente gli amministratori bellagini e triangololariani si mettessero seduti, tirassero un respiro bello profondo, liberassero la mente da baggianate ideologiche e strumentali di varia natura e, una volta per tutte, pensassero seriamente a quel loro progetto e alle sue conseguenze. Forse anche più delle solide e numerosissime confutazioni tecniche, scientifiche, giuridiche e culturali ricevute in opposizione al progetto, potrebbero capire quanto sia il caso di tornare sui propri passi e ripensare il tutto nell’ottica di uno sviluppo della frequentazione turistica del Monte San Primo realmente logico, consono al luogo, alle sue peculiarità e alla realtà corrente, equilibrato, sostenibile, dotato di visione a lungo termine e vantaggioso per chiunque, in primis per tutta la comunità locale. D’altro canto, sarebbero vantaggi dei quali gli stessi amministratori godrebbero, per come insieme a quella di Bellagio e del Triangolo Lariano ne gioverebbe la loro immagine, nel presente e nel futuro.

Ecco: riusciranno a rendersene conto, di questa così palese evidenza?

N.B.: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”  del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.

Sul progetto del ponte tibetano in Valvarrone (Lecco): il vivace dibattito, le considerazioni, le proposte e alcune “risposte”

L’articolo da me pubblicato qualche giorno fa sul paventato progetto di un ponte tibetano in Valvarrone, nella zona dell’Alto Lario in provincia di Lecco, ha suscitato un ampio e assai vivace dibattito in zona e non solo. Nell’articolo chiedevo se fosse proprio quella proposta l’opera più adatta a rilanciare il territorio in questione e a contrastarne le fenomenologie socio-culturali purtroppo solite in molti territori montani (spopolamento, abbandono, mancanza dei servizi di base, eccetera), a fronte di un recente studio (luglio 2023) del Politecnico di Milano sviluppato per Regione Lombardia e per la definizione delle azioni relative alla Strategia Nazionale delle Aree Interne nella quale la zona in oggetto è compresa che invece ha indicato altre priorità per la Valvarrone: «l’accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; la governance e la capacità istituzionale».

Il gran dibattito suscitato mi rende molto contento, perché in queste circostanze un confronto franco e condiviso, al netto dei soliti incivili per i quali tutto il mondo è paese, è ciò che più serve per definire le questioni dibattute, nella speranza che chi ne detenga la gestione sappia ascoltare e compendiare la sostanza del dibattito al fine di ricavarne le migliori indicazioni possibili.

Tra i tanti commenti, ho avuto il piacere di leggere due, in particolare. Il primo è di Roberto Battista, consigliere del comune di Sellano in Valnerina, Umbria, luogo nel quale ci si appresta a installare proprio un ponte tibetano. Battista nel suo messaggio, pubblicato in origine come commento al mio articolo sul blog e poi ripreso anche su “ValsassinaNews”, la testata sulla quale il dibattito si è sviluppato, mi ha illustrato come sia nata la decisione di approvare la realizzazione del ponte. Data la lunghezza ve ne riporto solo un breve estratto; lo potete leggere interamente su “ValsassinaNews”, come detto:

Sono un consigliere del comune di Sellano, in Valnerina, Umbria, dove tra qualche settimana verrà inaugurato “l’ennesimo ponte tibetano”.
Ho letto con interesse l’articolo, che pone delle domande più che legittime, domande che sono tra le tante che come amministrazione comunale ci siamo posti prima di decidere di procedere con la costruzione del nostro ponte.
La situazione dei piccoli paesi delle aree interne è simile su tutto il territorio nazionale, fiumi di parole sono stati spesi per analizzare problemi e possibili soluzioni, il più delle volte da persone che hanno una conoscenza per lo più teorica del soggetto. […] La nostra decisione di procedere con l’edificazione del ponte fa parte di un progetto del quale il ponte stesso è solo la punta dell’iceberg, la parte visibile e spettacolare intesa a supportare tutto ciò che ci sta intorno. […]

Al netto delle rispettive opinioni, ho apprezzato molto le osservazioni con le quali Battista ha illustrato la genesi del loro ponte e la decisione per nulla facile di approvarlo; ancor più ho apprezzato il fatto che a Sellano si dimostrino ben consci dei rischi che un’opera del genere impone, e che per cercare di controllarne le conseguenze abbiano costruito intorno al ponte – o per meglio dire insieme all’azione del ponte – un progetto di sviluppo socioeconomico su base culturale che, per certi aspetti, ritengo sia l’unica cosa che possa rendere accettabile la realizzazione di un manufatto del genere. Comunque non giustificabile, dal mio punto di vista, ma quanto meno si mettono in essere quegli strumenti con i quali si possa cercare di controllare le derive i cui pericoli restano, in primis quello per il quale il luogo ove trova sede un ponte tibetano, che notoriamente attira un turismo molto attratto dal famigerato «effetto wow!» e molto poco dal contesto culturale d’intorno – paesaggistico, architettonico, artistico, eccetera – ne diventi un ostaggio, e la cui fama si leghi poi solamente alla frequentazione massificata del ponte mettendo in ombra ogni altra rilevanza del luogo, nonché – e soprattutto – il valore positivo di quelle rilevanze e delle ricadute altrettanto benefiche per la comunità residente. Per questo io resto fermamente contrario a infrastrutture turistiche come queste: non tanto per l’opera in sé quanto per il modello turistico che rischia di imporre inesorabilmente all’intero territorio, soggiogandolo alla propria presenza e annullando i benefici di qualsiasi altra iniziativa ben più sostenibile e di qualità. Certo, si può pensare di utilizzare il ponte tibetano come “specchietto per le allodole” da attrarre verso tutto il resto di migliore che il luogo sa offrire, posso capire un tale eventuale fine: ma mettere in relazione il turismo basso e massificato con quello alto e a basso impatto è assai difficile, il rischio principale è che il primo, per la sua natura ben più impattante, finisca per far scappare il secondo, come si registra in molte località nelle stesse circostanze. Battista chiude il proprio intervento proprio chiedendosi se saranno capaci di fare ciò che in pratica io ho denotato con altre parole. È quanto mai necessario che il sistema territoriale integrato che a Sellano è stato pianificato, per come ne ha scritto Battista, sia basato su alcuni step e obiettivi di alta qualità ineludibili e che possegga una visione temporale protesa il più possibile nel tempo. Un sistema che giustamente comporti che «il turismo sia solo una componente e il pretesto per rimettere in moto tutto il meccanismo della comunità» ma che abbia fin da ora gli strumenti per svincolare il luogo e la sua comunità dall’apporto della frequentazione turistica: non per eliminarla, anzi, ma per svilupparla sempre più come un vero e proprio valore aggiunto, e non solo un ingrediente al pari degli altri, in un tessuto socioeconomico nuovamente in grado di stare in piedi e camminare da solo e, soprattutto, di fare comunità, il vero segreto per la resilienza negli anni futuri dei piccoli paesi.

L’altro commento che forse ho contribuito a sollecitare e mi ha fatto piacere leggere è invece quello del sindaco di Valvarrone, Luca Buzzella, parimenti pubblicato da “ValsassinaNews”: di nuovo, nonostante le visioni differenti e il tono un poco acido (ma comprensibile), l’ho trovato interessante perché ha messo in luce molti degli aspetti correlati alla questione del ponte tibetano progettato che altrimenti sarebbero difficilmente potuti diventare di dominio pubblico se non per pochi diretti interessati, oltre ad alcune importanti iniziative già realizzate dalla sua amministrazione per le quali non si può che essere grati.

Sulle sue osservazioni in merito a quanto riportato nell’articolo di “Salire” nr.47, il notiziario trimestrale del gruppo regionale lombardo del Club Alpino Italiano, è bene che rispondano i diretti interessati, se ritengono il caso di farlo. Io dico solo che quell’articolo non mi è sembrato affatto pieno di «inesattezze» o di «informazioni non esatte», e propone un’idea di frequentazione del luogo sicuramente interessante e apprezzabile oltre che ben più culturalmente consona agli scopi prefissi dall’amministrazione locale, legati in particolar modo alla fruizione turistica dell’area mineraria di Lentrèe, al netto che possa piacere o meno e per come se non possa discutere la fattibilità e la convenienza. Peraltro, quanto scritto su “Salire” è perfettamente in linea con la posizione ufficiale del Gruppo Giovani del Club Alpino Italiano il quale, in occasione del recente 101° Congresso Nazionale ha istituito un tavolo di lavoro su questo tema in coordinamento con la Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano, come è stato riportato su “Lo Scarpone” qui. Dunque opinioni non certo campare per aria, quelle espresse nel trimestrale del CAI lombardo, ma basate su considerazioni già ampiamente articolate: vi si può essere d’accordo o meno ma non si possono certo liquidare in maniera troppo superficiale.

Per il resto, non mancano inesattezze nemmeno in quanto sostenuto dal sindaco Buzzella. Innanzi tutto, il rimarcare che «Ci serviva proprio uno studio! non l’avevamo capito!» riguardo le carenze del suo territorio il sindaco lo dovrebbe fare in primis a Regione Lombardia, che ha commissionato lo studio del Politecnico di Milano del quale ho riferito i risultati nel mio articolo originario nell’Accordo di Collaborazione tra la Regione e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico milanese per l’attuazione del progetto “La costruzione della Strategia regionale aree interne nel ciclo di programmazione europea 2021 – 2027” approvato con DGR n. 5577 del 23 novembre 2021. Uno studio istituzionale su base accademica, dunque, non la sparata di qualche professorone saputello, che rende l’atteggiamento al riguardo del sindaco, mi permetto di dire, poco corretto. D’altro canto egli stesso segnala che vi sia ancora molto da fare, nell’ambito della Strategia, per il suo territorio, al netto della «grande fatica» segnalata per mantenere attivi i servizi di base territoriali, sforzo certamente encomiabile.

Inoltre, la testimonianza di Roberto Battista sul ponte tibetano di Sellano, della quale vi ho scritto poc’anzi, rimarca un’iniziativa non così simile a quella presentata per la Valvarrone, anche se può essere funzionale dire che lo sia (quella di Sellano ricorda invece il progetto del “Ponte nel Cielo” della Val Tartano, a ben vedere). E, come ho rimarcato poco sopra, a Sellano si è fatto del ponte tibetano un elemento posto sullo stesso piano di altri che compongono un progetto di rinascita socioculturale del luogo, nel quale sembra vi sia presente una buona consapevolezza dei rischi a cui si deve far fronte con infrastrutture come quelle qui in discussione. Mi auguro che il «progetto complesso» che la Valvarrone sta portando avanti possa presentarsi con simile consapevolezza, visione strategica e capacità di fare comunità, prima di fare «Un’attrazione sensazionale, che potrebbe attirare migliaia di turisti!» – parole presumibilmente proferite dal sindaco e riportate in questo articolo.

Tocca quindi rimarcare una nota desolante: quel commento per il quale «Ma la cosa che mi urta è il voler imporre con supponenza un solo pensiero, quel famoso pensiero unico a cui danno fastidio pure le CROCI SULLE VETTE! Vi ricordate?» (Sic). Ma che c’entrano nel dibattito il pensiero unico e le croci sulle vette? Della cui questione, peraltro, il sindaco Buzzella dimostra con tale affermazione di non aver capito la sostanza, ovvero di interpretarla in maniera del tutto ideologica, tentando di spostare in tale fangoso ambito il dibattito. Tentativo al quale sfuggo immediatamente: me ne sto ben distante da qualsiasi ideologia, preferisco continuare a riflettere e dibattere nell’ottica del più consono buon senso, come dovrebbe sempre accadere quando si ha a che fare con ambiti delicati e preziosi come quelli montani.

Infine, nell’accusa rivolta dal Sindaco di denigrare, di gettare delle ombre, nell’invito a restare umili eccetera, risiede il rischio opposto, ovvero che la carenza di umiltà e di rispetto verso i propri interlocutori venga proprio da chi pare non voler accettare alcuna interlocuzione solo perché la parte “opposta” sostiene opinioni che non piacciono e risultano contrarie ai propri intendimenti. Forse ci si dimentica che per entrambe le parti ciò che sperabilmente conta deve essere la valorizzazione (termine ambiguo, ma tant’è) e lo sviluppo del territorio della valle e del benessere della comunità che lo abita, innanzi tutto a suo favore e poi di qualsiasi altro portatore d’interesse – villeggiante, turista, operatore economico, imprenditore, eccetera. Sviluppo capace di generare valore per il quale si possono formulare idee e progetti differenti e meno male che sia così: posto ciò si mettono sul tavolo quelle idee, ci si confronta, si dibatte, si ragiona, in breve sui mette in atto il metodo migliore possibile per trovare le soluzioni altrettanto migliori oltre che più condivise a beneficio del territorio, dei suoi abitanti e per entrambi del loro futuro. Questo è anche l’unico modo per poter considerare un’opzione altamente critica e impattante come la realizzazione di un grande ponte tibetano nel paesaggio della Valvarrone, inserita in un ben più ampio e articolato progetto di sviluppo territoriale – anche turistico, certamente – di quello che, al momento, pare sia stato pensato per la Valvarrone, al netto di quanto sia già stato realizzato in loco e per cui non si può che essere grati e riconoscenti verso l’amministrazione locale. Ciò da un lato perché «Per salvaguardare la pacifica convivenza tra chi è a favore e chi è contrario è comunque necessario saper attribuire un valore corretto a quello che viene perso e quello che viene guadagnato con queste infrastrutture per poter limitare le ripercussioni e offrire le migliori opportunità per il futuro» (sono parole emerse dal tavolo di lavoro del CAI), e dall’altro lato perché strutture del genere «portano a una omologazione del paesaggio, della fruizione della montagna che rischia di essere persino controproducente rispetto agli obiettivi di questa proposta di valorizzazione turistica. Per rendere seducenti i territori montani a volte sono necessari interventi di carattere minuto, ma soprattutto una narrazione accattivante, capace di cogliere e di evidenziare la poesia e il fascino degli elementi già esistenti. Degli elementi capaci di rendere un territorio unico». Parole di Antonio De Rossi, uno dei più importanti architetti italiani, attivo soprattutto nei territori montani sia alpini che appenninici. Sicuramente lui di “inesattezze” su tali questioni non ne scrive.

Ecco, a tal proposito: non è che il vero “pensiero unico” qui è quello che sta alla base delle decine (se non centinaia) di ponti tibetani nonché di tutti gli altri manufatti turistici (panchine giganti, passerelle panoramiche, eccetera) già esistenti un po’ ovunque e tutti quanti sostanzialmente uguali? Magari no, o forse sì: meglio pensarci sopra bene, in ogni caso.

P.S.: cliccando qui trovate gli altri articoli dedicati al progetto del ponte tibetano della Valvarrone.

Il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”: 4,5 milioni di Euro ben spesi per rilanciare il territorio o mal sprecati per imporgli un modello turistico obsoleto e illogico?

P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere è stato pubblicato in origine su “Leccoonline” il mercoledì 7 febbraio scorso, e propone alcune mie considerazioni su questo precedente articolo pubblicato dalla stessa testata, la cui redazione ringrazio molto per l’attenzione e lo spazio concessomi. La speranza, come sempre e come mi auguro si colga dal senso del mio scritto, è di suscitare pensieri avveduti e dibattiti costruttivi per chiunque e, ancor più, per il bene delle montagne e di chi le vive sia da abitante che da turista.

Per leggere l’articolo originario su “Leccoonline” cliccate sull’immagine qui sotto.

In questi giorni i media locali hanno dato notizia di “Winter e Summer Alta Valsassina” il progetto di riqualificazione estiva e invernale delle località “turistiche” dell’alta valle nel quale sono coinvolti i Comuni di Margno, Casargo, Crandola Valsassina, Premana, Pagnona e Taceno.

Una lettura entusiasmante, senza dubbio, per chi voglia restarvi in superficie, nella suggestione delle espressioni che presentano il progetto. Che di primo acchito va bene, sia chiaro, non c’è mai troppo tempo per approfondire le cose. Però poi un poco più nel loro profondo bisogna andare, per capire meglio e farsi una propria opinione quanto più indipendente dalle chimere lessicali dei bravissimi professionisti – veri e propri prestigiatori delle parole – che scrivono la parte poi resa pubblica di quei progetti.

Dunque, provo ad approfondire quanto ho letto senza – e ribadisco senza voler ribattere ad alcunché ma per proporre un diverso punto di vista sul tema – e mi scuso fin d’ora per la prolissità, d’altro canto inevitabile.

Soldi da spendere: 4,5 milioni di Euro, per buona parte pubblici (Regione Lombardia e Comunità Montana) e in piccola parte privati (ITAV srl, società privata creata appositamente nel 2022 cui verrà in seguito affidata la gestione delle nuove opere): sarebbe interessante capire le modalità di tale partnership (project financing?) con un soggetto privato alla quale sarà affidata un’opera pubblica, finanziata con i soldi dei contribuenti.

Interventi: nuova seggiovia biposto tra l’Alpe Paglio e la Cima Laghetto, sulla linea occupata dallo skilift chiuso dai primi anni 2000 (chissà come mai). Quota: 1450-1730 metri, ben inferiore ai 2000 m indicati da tutti i report scientifici e climatici atti a garantire una copertura nevosa più o meno costante per il numero di giorni necessario a poter considerare economicamente sostenibile un comprensorio sciistico nei prossimi anni, nonostante qui si sia su un versante esposto a settentrione – elemento geografico ormai non più determinante, basti vedere le temperature di questi giorni anche sui versanti nord. Mi chiedo se in tali circostanze convenga spendere così tanti soldi (e me lo domando io che a Paglio ho imparato a sciare più di quarant’anni fa, dunque coltivando un legame particolare con il luogo).

“Obiettivo” 1, «ridare lustro alla storica “pista di Paglio”, un tracciato suggestivo e di grande valenza tecnica»: pista “storica”, ben detto, infatti oggi non più in linea con gli standard turistici e di sicurezza (anche rispetto al carico sciatori per mq di pista) dei tracciati di discesa offerti dagli altri comprensori (i Piani di Bobbio, senza andare troppo lontani).

“Obiettivo” 2, «la creazione di un unico comprensorio» con il Pian delle Betulle: quota 1500 m, esposizione ovest pieno, una delle più sfavorevoli per un comprensorio sciistico (le cronache meteoclimatiche recenti del luogo lo attestano), garanzia di brevissima permanenza della neve al suolo e in quantità sufficiente per mantenere aperte le piste e/o per innevarle artificialmente (mentre scrivo queste mie considerazioni al Betulle ci sono 12°. Dodici al 6 di febbraio, già).

“Obiettivo” 3, «verrà così potenziata in modo significativo la proposta sciistica dell’Alta Valsassina, che diverrà realmente (e nuovamente) attrattiva per gli amanti dello sci alpino.» Posti i due punti precedenti, sembra di leggere il brano di un libro fantasy – e lo dico con molta amarezza, ben più che con ironia.

Inoltre, l’offerta «sarà supportata anche da interventi di miglioramento dell’accessibilità alla località divisa tra i comuni di Casargo e di Margno. Nello specifico, verranno realizzati cento nuovi posti auto nelle aree limitrofe a quelle già utilizzate a tale scopo.» Mobilità sostenibile? Mai sentita nominare. Meno traffico e auto in montagna? Che sarà mai! Navette sostitutive che alleggeriscano la località dal traffico veicolare? Non pervenute. Meno asfalto e cemento? Macché, sono così belli tra prati e boschi e fanno così bene al paesaggio montano! D’altro canto «l’importante è fare interventi che siano sostenibili». Eh già!

Andiamo all’Alpe Giumello. «Un anello di ben 5 km gestito da Nordik Ski Valsassina – in relazione alla quale è prevista la realizzazione di un impianto di innevamento artificiale, grazie ai finanziamenti in arrivo dal Ministero del Turismo.» Soldi pubblici, di nuovo. E dove? Su un’esposizione a sud piena, ancora più sfavorevole per mantenere la neve al suolo. Cosa sparerà, il nuovo impianto di innevamento che tutti noi pagheremo? Direttamente acqua? Ciò con il massimo rispetto per la pratica dello sci nordico, una delle più belle in assoluto da fare sui monti d’inverno: ma dove un inverno ci sia ancora e la neve permanga! Che ciò possa accadere al Giumello – mi permetto di osservare – sembra alquanto arduo.

Proseguiamo con «la realizzazione dell’Osservatorio Astronomico in rete scientifica e culturale»: bella iniziativa, senza dubbio, non vedo l’ora di visitarlo. Ma pure un’azione assai “tipica” in progettualità del genere, nelle quali se ne inserisca almeno una simile per poter affermare di “investire” anche nella cultura. «Piutost che nient, mej piutost» dicono a Milano, e ci sta, ma è anche è un po’ come riaffermare – biecamente, come fece quel noto ex ministro – che siccome con la cultura non si mangia, se proprio la volete fateci mangiare altrove. Scrivo “mangiare” per restare in tema senza alcun significato tendenzioso, ovviamente!

Infine, «esiste un vastissimo patrimonio immobiliare di seconde case distribuito sui comuni di Margno e Casargo. Attualmente non è valorizzato a dovere, come invece avveniva negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Con il rilancio delle nostre località, vogliamo far rivivere questo patrimonio, favorendo al contempo la crescita degli affitti brevi e dei B&B». Motivazione già sentita altrove (è scritta su qualche manualetto?) che appare quanto mai scollata dalla realtà attuale delle cose, priva di fondamento concreto e di un’autentica visione strategica riguardo il recupero di questo patrimonio immobiliare sovente degradato e degradante: perché, è bene rimarcalo, pensare di valorizzarlo con affitti brevi B&B significa degradarlo ancora di più – numerose località turistiche che hanno intrapreso questa strada anni fa se ne stanno accorgendo e ora cercano di correre ai ripari in tutti i modi – e trasformare tutti quei “letti freddi”, tali ormai da lustri, in letti definitivamente ghiacciati.

Per inciso, quello degli immobili con finalità di seconde case costruiti nei decenni scorsi (grazie alla vorace e bieca ottusità di numerosi impresari con la compiacenza degli amministratori locali) in tante località montane un tempo turisticamente appetibili e oggi non più in grado di esserlo (non perché non ne siano capaci, ma perché non esistono più le condizioni grazie alle quali lo siano), è un grosso problema, in gran parte irrisolvibile. Pensare di far tornare abitati quegli immobili come cinquant’anni fa è una suggestiva utopia, e in ogni caso resterebbero “letti freddi”, alloggi abitati per pochi giorni all’anno che nulla di concreto apportano alla vitalità socioeconomica dei paesi. Servirebbero ben altre soluzioni, molto più articolate, magari in certi casi ben più drastiche, che posso capire siano considerate ostiche da gestire per le amministrazioni locali. Fatto sta che dal problema non se ne esce, al momento, e certamente non grazie agli affitti brevi e dei B&B, mero e ingannevole palliativo che, come detto, rischia di peggiorare ancor più la situazione anche alterando il mercato immobiliare locale a favore di chi invece vorrebbe abitare stabilmente, in zona.

Obiezione di qualcuno che starà leggendo: ah, voi siete capaci di dire sempre e solo «no»! Contro-obiezione: ho scritto da qualche parte che «quelle opere non s’han da fare»? Non mi pare. Sto solo proponendo delle deduzioni logiche direttamente ricavate dalla realtà dei fatti e dai rilievi sperimentali messi nero su bianco in una pletora di documentazioni scientifiche. Piacciano o meno, le si accettino o meno, liberissimi di farlo. E poi, “voi” chi? Io sono io e scrivo per me, punto.

Domanda, ora: si potrebbero spendere meglio i tot milioni di Euro stanziati, soprattutto quelli pubblici, magari a favore di opere ben più dirette al benessere di tutta la comunità residente nel territorio in questione? Forse sì, forse no. I punti di vista e le proposte al riguardo potrebbero essere diverse e nessuna migliore o peggiore dell’altra.

Domanda successiva: si potrebbe evitare di sprecare così tanti soldi pubblici, in forza delle ineludibili evidenze oggettive che caratterizzano il contesto in questione come quota, esposizione, geomorfologia, situazione climatica attuale e in divenire, “giorni ghiaccio” (dai quali dipendono i giorni di permanenza della neve al suolo), capacità concorrenziali rispetto ad altre località, visione strategica (o sua assenza) delle proposte presentate, innovazione turistica, portato socioeconomico e culturale rispetto alla comunità residente, impatto ambientale, ecologico, paesaggistico… per magari pensare una strategia di sviluppo alternativa più consona ai luoghi in questione e più equilibrata nel rapporto tra benefici per il turista e vantaggi per la comunità residente? Io credo di sì: occorre un’elaborazione attenta, articolata, strutturata e con visione a medio-lungo termine (che io non vedo nel progetto qui dibattuto, forse perché sono miope!) ma si può assolutamente fare e di casi virtuosi al riguardo ve ne sono molti, in giro per le Alpi. Basta volerci pensare, ne potrebbero scaturire iniziative veramente notevoli e capaci di attrarre molta attenzione e altrettanto prestigio sul territorio.

Domanda ulteriore: ma insieme al progetto delle opere previste, è stato presentato anche un piano di gestione economico-finanziaria di esse sul lungo periodo? È stato previsto un piano dei costi di esercizio delle opere e un business plan al riguardo? Come saranno coperte queste spese? La gestione sarà totalmente in carico alla Itav Srl, la società privata cui verranno affidate le nuove opere, e sostenuta con i suoi flussi di cassa? E se si generassero debiti tali da impedire alla società di intervenire? Chi li appianerebbe?

Domanda finale, già in parte accennata: ma negli interventi previsti da questo progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”, dov’è la comunità? E dov’è il fare comunità, elemento fondamentale per garantire veramente ai piccoli comuni dei territori montani un futuro, proprio, solido e non soggiogato agli andamenti di fattori sostanzialmente esterni al contesto locale come quelli legati al turismo? Il quale è un apporto importante, sia chiaro, ma non può essere il fattore predominante. Non più, da qui al futuro prossimo in territori come l’alta Valsassina.

Dulcis in fundo: la “Big Bench” dell’Alpe Chiaro. Be’, per quanto mi riguarda preferisco soprassedere – cioè sedere sopra una panchina normale: ben più comoda, molto meno pacchiana.

Ribadisco: nessuna obiezione formale, solo osservazioni messe nere su bianco per capire meglio. Personalmente non posseggo alcuna verità assoluta, ma una notevole sensibilità verso le cose dotate di buon senso, ovvero prive di esso, quella sì – e mi auguro la coltivino in molti, a prescindere da ciò su cui sto scrivendo e per il bene del civismo condiviso. Se c’è buon senso, logica, visione, sensibilità verso i luoghi e i loro abitanti, in montagna si può fare di tutto, anche cose “pesanti”; se non c’è nulla di questo, tutto ciò che sarà fatto rappresenterà un danno inesorabile, pure la più piccola e apparentemente innocua opera.

Magari il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina” rappresenterà una grande e benefica rivoluzione per residenti e turisti rivitalizzando la zona e la sua economia. Magari sarà l’ennesimo spreco di denaro pubblico a danno del territorio e a fronte di ben altri bisogni necessari agli abitanti dell’Alta Valsassina per vivere al meglio la propria quotidianità.

Questione di buon senso, appunto.

N.B.: tutte le immagini presenti in questo post sono tratte dagli articoli linkati di “Leccoonline”.