Iperturismo/overtourism: parole spese tante, fatti concreti (per ora) pochi o nulli

[Immagine IA di ©fotoagh.itAlessandro Ghezzer.]
L’iperturismo o overtourism è stato senza dubbio il tema più dibattuto durante la scorsa estate, e probabilmente lo ridiventerà nella prossima stagione turistica invernale. Ovunque – giornali, radio-TV, web, social – sono apparsi innumerevoli contributi, molti interessanti e con proposte concrete al riguardo, tanti altri trascurabili e superflui. In ogni caso si è sviluppato un bel dibattito, nella forma, ma che nella sostanza a me pare abbia lasciato poco di concreto, rimanendo frammentato, poco organico e francamente sterile soprattutto verso i soggetti che nel bene e nel male controllano il turismo. Si sono spese – non sempre ma spesso, ribadisco – belle parole, interessanti proposte, ottime intenzioni, ma a ottenere fatti concreti non si sta ancora arrivando, anzi. Il rischio è che nella citata prossima stagione turistica invernale si ripropongano le varie – e variamente deprecate – modalità iperturistiche sviluppandone ancora di più gli effetti deleteri, e di conseguenza ripartano pure i dibattiti più o meno animati in un rincorrersi in tondo che non porta da nessuna parte ma scava solo il terreno sotto i piedi dei territori interessati dai fenomeni del turismo di massa.

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]
Ne ho scritto di frequente anche io e ne ho dissertato in vari eventi pubblici e mediatici, soprattutto nei riguardo del sovraffollamento turistico nei territori montani (spero contribuendo con argomenti validi alla discussione), dunque quanto sopra lo rimarco anche a me stesso. Per lo stesso motivo, e cercando di proporre degli sviluppi concreti e fattivi ai dibattiti suddetti, credo siano almeno due le cose non fatte e da fare, elaborare, sviluppare, sollecitare da oggi e nel prossimo futuro per gestire meglio il fenomeno iperturismo/overtourism evitando le sue conseguenze più nefaste e così ampiamente criticate nei mesi scorsi.

  1. Dare una sveglia alla politica. Già, perché la politica ha palesemente mostrato di essere assente sul tema, ben poco interessata ad analizzarne la realtà in evoluzione, altrettanto poco o per nulla capace di cogliere gli stimoli e le rimostranze provenienti dai territori iperturistificati. Anzi, ha semmai sostenuto e sovente finanziato l’industria turistica più massificata, in base al principio del “turismo-miniera d’oro” per il paese, incluse le montagne italiane, lasciando le briciole (materiali, cioè pochi soldi, e immateriali, ovvero nessuna buona intenzione) o ancora meno al supporto del turismo sostenibile, dolce, slow o come lo si preferisca definire. Certo, in diversi casi le amministrazioni locali hanno messo in atto, o dichiarato di volerlo fare, azioni di presunto contenimento del turismo di massa – ad esempio tasse di “ingresso” ai territori oppure il contingentamento delle presenze – ma che non si possono certo considerare soluzioni al problema, anzi, a volte appaiono solo come un modo per approfittarsene facendo cassa. Nel frattempo le istanze alla limitazione e alla gestione dei flussi turistici più ingenti che arrivano dai territori e dalle comunità si fermano ben presto lungo la scala gerarchica della politica, a volte già ai primi livelli locali; la mancanza di ascolto non è incidentale ma voluta, perché quelle istanze delle comunità di montagna molto spesso collidono contro gli interessi dell’industria turistica verso la quale la politica rivolge i propri maggiori interessi, senza rendersi conto – oppure facendolo ma infischiandosene – che se il limite di sostenibilità ambientale, culturale e sociale dei territori viene troppo superato alla fine ci rimettono tutti: comunità residenti e operatori economici locali, villeggianti periodici, turisti occasionali, tour operator, la stessa politica. Nonché, e soprattutto, i territori stessi, la loro bellezza e l’attrattività che li contraddistingueva – prima del patatrac!
  2. Coinvolgere finalmente e pienamente le comunità locali nella gestione civica, politica, ambientale e generalmente pratica del turismo nei propri territori. Ovvero, se ciò non fosse possibile, fare rete civica tra i soggetti che compongono la comunità locale e generare massa critica per far pressione sugli enti politici, amministrativi e di governo dei territori. Una delle caratteristiche evidenti dell’iperturismo è la sua inevitabile matrice “estrattiva” (come ho spiegato qui), in forza della quale i flussi turistici massificati non danno nulla ma invece tolgono ai territori, privandoli di risorse, sviluppo, vitalità sociale, identità culturale (cose che pretendono e che hanno assolutamente bisogno di poter sfruttare a fondo per alimentare la propria “catena di montaggio: non a caso questo turismo è anche definito fordista), invece di integrarne l’attività turistica in maniera organica con quella delle altre economie locali e con il comune obiettivo fondamentale di apportare benefici innanzi tutto alla comunità residente, prima che ad altri. Comunità residente che, invece, viene immancabilmente tagliata fuori da qualsiasi interlocuzione e tanto meno da ogni processo decisionale al riguardo, assoggettata alle dinamiche iperturistiche e di contro lasciata sola a subirne gli effetti più deleteri, a partire dal degradamento del benessere abitativo e vitale nei propri territori. Ecco perché sono comparse così numerose un po’ ovunque scritte dal tono piuttosto perentorio e radicale contro il turismo e i turisti: al netto della loro animosità più o meno giustificata, sono il segno di un malessere montante ma anche della presenza di una massa critica potente che si deve incanalare nel fronte di una rete civica che possa far pesare la propria forte voce dentro i processi decisionali politici, economici e sociali e non più solo negli slogan di protesta anonimi, dal messaggio certamente chiaro ma in fondo politicamente inefficaci.

Bisogna insomma mettere insieme tutta la gran massa di voci della società civile e pretendere che la politica la ascolti e dia seguito alle sue istanze, e parimenti la politica deve tornare a mettere al centro della propria azione di governo il benessere dei propri territori e delle comunità residenti, facendo in modo che anche l’economia turistica, finalmente ben regolamentata e gestita, non rappresenti più un elemento di depauperamento e degrado ma un valore aggiunto per quei territori, a vantaggio tanto degli abitanti quanto dei turisti. Bisogna sedersi tutti quanto – cioè qualsiasi soggetto pubblico e privato che sia causa e subisca l’effetto del turismo – attorno a un tavolo, analizzare insieme la realtà delle cose e trarne delle azioni condivise che possano efficacemente gestire e sviluppare tale realtà da subito e nel prossimo futuro. E devono essere tavoli di interesse locale, poi sovralocale, poi provinciale e via via fino ai livelli decisionali nazionali, nei quali si sappia compendiare quanto giunge dai livelli superiori elaborando finalmente una strategia nazionale comune, ben articolata e organica, di visione lunga nel tempo e del tutto consona alle realtà di fatto dei territori e delle comunità.

Ecco, senza queste due evoluzioni fattive secondo me fondamentali, temo che il dibattito sull’iperturismo/overtourism rischi di diventare un ulteriore elemento zavorrante e rapidamente degradante le montagne italiane e la loro vivibilità, tanto residenziale quanto turistica. Montagne che di problemi da affrontare ne hanno già tanti: sarebbe il caso di cominciare a trovare per essi soluzioni valide ed efficaci senza invece aggiungerne altre, di grane da risolvere.

Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.

Un luogo montano dalla storia affascinante che merita di non essere dimenticato

Mi coglie una gran tristezza ogni volta che transito davanti all’ex Grande Albergo del Pertüs – succede spesso, visto che si trova sui monti di casa – e ne constato lo stato di abbandono, la conseguente e crescente incuria, le imposte danneggiate e in certi casi aperte così che gli interni si deteriorino ancora più rapidamente di quanto imponga il tempo, i danni da intemperie, e quel cartello «VENDESI» ormai esposto da qualche anno che accentua la percezione di abbandono, di dimenticanza dello stabile e del luogo.

Eppure quello del Pertüs è un edificio che trasuda narrazioni affascinati da ogni suo mattone: fu uno dei primi grandi alberghi costruiti in quota delle Alpi lombarde, edificato a fine Ottocento sul modello degli hotel alpestri svizzeri, dotato di confort all’epoca rivoluzionari come l’energia elettrica e il telefono anche prima che tali invenzioni servissero i paesi sottostanti, di stanze, soggiorni lussuosi e sale da ballo, frequentato da molte famiglie benestanti milanesi e bergamasche che vi giungevano a dorso di mulo e da lassù godevano dell’aria salubre profumata dalle essenze silvestri delle maestose foreste circostanti nonché di vedute panoramiche ampissime e spettacolari. Ne parlo con cognizione di causa perché ebbi la grande fortuna, ormai otto anni fa (era il 15 ottobre 2017), di farmi concedere l’apertura straordinaria dagli allora proprietari e di guidare una nutrita comitiva alla sua scoperta cui narrai la storia del luogo e alcune delle sue affascinanti vicende – visita poi raccontata in un bell’articolo del magazine “Orobie” sul numero di ottobre 2018.

[Un momento della visita dell’ottobre 2017.]
Da qualche anno, appunto, è stato messo in vendita ma senza suscitare l’interesse di nessuno, a quanto pare. D’altro canto l’edificio è molto grande e articolato, in alcune parti ancora ben conservato ma in altre – soprattutto quelle all’ombra e più esposte alle intemperie proprie di una sella montana – già deteriorate; l’eventuale ristrutturazione imporrà certamente spese ingenti e altrettante difficoltà logistiche, senza contare che non sarebbe ammissibile alcuna banalizzazione di un luogo di tale importanza storica e valore culturale. Ma è anche vero che il suo attuale stato di abbandono non farà che generare un rapido degrado della struttura: eventualità a sua volta inammissibile, dal mio punto di vista.

[Il Grande Albergo in una fotografia di inizio Novecento, successivamente colorata.]
Dunque auspico che qualcuno prima o poi – più prima che poi – si prenda a cuore l’ex Grande Albergo del Pertüs e si adoperi quanto meno per non far avanzare ulteriormente il deterioramento, pensando nel frattempo a come riportare in vita l’edificio nella maniera più consona alla sua identità storica e alla bellezza naturale del luogo in cui si trova. È un patrimonio che merita di non venir dimenticato e di essere salvaguardato quanto più possibile. E di rimanere considerato, da qualsiasi escursionista o viandante vi passi accanto.

Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

Un “NO” bipartisan allo sci sul Monte San Primo (ma la battaglia non è ancora vinta!)

Mercoledì 15 ottobre scorso i rappresentanti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” sono stati ascoltati dai membri delle Commissioni V (Territorio, infrastrutture e mobilità) e VI (Ambiente, energia e clima, protezione civile) di Regione Lombardia riunite in seduta congiunta, in merito allo scriteriato e per ciò ampiamente contestato progetto di sviluppo sciistico a poco più di 1000 metri di quota sul Monte San Primo, nel territorio comunale di Bellagio.

Come scrive Veronica Vismara, presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, «Dopo anni di richieste, incontri, camminate, eventi, conferenze e proteste, abbiamo portato in Regione una posizione chiara, basata su dati, fatti e scienza. E la risposta dei consiglieri presenti (trasversalmente a ogni schieramento politico) riguardo il progetto è stata significativa: contrari o, quanto meno, fortemente perplessi.» Maurizio Pratelli, sul quotidiano “QuiComo”, ha inoltre evidenziato che dalla seduta «È emersa una posizione trasversale sulla necessità di rivedere il progetto. In particolare, è stata messa in discussione proprio la parte legata allo sci, considerata non coerente con i dati climatici disponibili. Alcuni interventi hanno inoltre evidenziato l’opportunità di riorientare i fondi verso iniziative più sostenibili e rispettose dell’ambiente montano.» Qui trovate il comunicato ufficiale sull’audizione emesso dal Consiglio Regionale, invece qui potete vedere il servizio che vi ha dedicato il TGR Lombardia.

Insomma, un ottimo risultato al quale va dato grandissimo merito al Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che ormai da più di tre anni, ovvero da quando il progetto sciistico sulla montagna del Triangolo Lariano è divenuto noto, lotta con grande impegno e mirabile efficacia contro un progetto tanto assurdo quanto inutilmente costoso – più di due milioni di Euro di soldi pubblici spesi, dei cinque complessivi previsti, per sciare dove già oggi non si può più farlo, lo ribadisco.

Dunque, il Monte San Primo è salvo? No, non ancora. La decisione resta nelle mani degli enti pubblici che promuovono il progetto – il Comune di Bellagio, la Comunità Montana del Triangolo Lariano, la Giunta regionale lombarda – o, per meglio dire, del loro buon senso, della loro intelligenza, della sensibilità e della cura che possono manifestare verso la montagna ovvero della noncuranza se non del disprezzo che decideranno di palesare. Tutto ciò, peraltro, considerando che fino a oggi hanno portato avanti le proprie pretese in maniera formalmente dispotica e strumentalizzata senza mai accettare alcuna interlocuzione né con la società civile e nemmeno con la comunità scientifica, di contro esponendo il San Primo, il proprio territorio e le sue comunità al pubblico ludibrio internazionale – per come le critiche al progetto siano piovute pure sulla stampa estera che in più occasioni se ne è occupata.

Quindi, cosa decideranno di fare, ora? Spingeranno oltre ogni limite di intransigenza la propria insensatezza o finalmente si ravvedranno?

Di certo, la lotta e l’impegno per la difesa del Monte San Primo continuano senza sosta, anche con alcuni eventi in calendario nelle prossime settimane delle quali a breve vi darò notizia. Sperando che sempre più persone comprendano pienamente e definitivamente l’importanza di questo impegno così emblematico, per il San Primo e per tutte le nostre montagne.

N.B.: per sapere ogni cosa sul “caso” del Monte San Primo e per supportare le azioni in sua difesa potete visitare il sito web del Coordinamento, qui.