Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?

Cosa ne pensate del cicloturismo in montagna?

[Immagine tratta da https://organizzazione.cai.it.]
Care amiche e cari amici: cosa ne pensate, in senso generale, del cicloturismo montano?

È un tema che di frequente emerge nei dibattiti sulla frequentazione ludico-ricreativa delle montagne, a volte anche in modo polarizzante: perché se da un lato è un’attività ormai da tempo in espansione (soprattutto grazie alla diffusione delle e-mtb) e molto sostenuta da operatori turistici e amministrazioni pubbliche, dall’altro impone un’infrastrutturazione dei territori montani relativamente importante (con le ciclovie, innanzi tutto), anche a quote alte, lasciando spesso irrisolta la questione della condivisione degli itinerari con i camminatori e della loro manutenzione. Ma, appunto, considerando ogni cosa che al riguardo ritenete importante nel bene e nel male, che ne pensate? E perché lo pensate?

Credo sia un dibattito che è ora di far maturare in maniera concreta, magari ricavandone poi iniziative specifiche come ad esempio è stato fatto in Svizzera, nel Canton Grigioni, con il progetto “FairTrail”.

Grazie di cuore da subito per le risposte che vorrete esprimere e argomentare!

Di quale turismo hanno bisogno le montagne, e di quale no? Ne parliamo domani sera ad Almenno San Bartolomeo

Vi ricordo l’appuntamento di domani sera, venerdì 20 marzo, ad Almenno San Bartolomeo (Bergamo), presso la Sala Convegni dell’Antenna Europea del Romanico nei pressi della nota Rotonda di San Tomè, dove ospite del primo dei cinque incontri della Rassegna “Sistemi sociali antagonisti o solidali” promossa dal Centro Studi Valle Imagna in collaborazione con Molte fedi sotto lo stesso cielo, Noesis, Associazione Dorainpoi e la Bibliosteria di Cà Berizzi. Una rassegna che vuole approfondire e riflettere sulle trasformazioni più significative della società contemporanea — tra conflitti globali, mutamenti delle democrazie, nuove forme di individualismo e futuro delle comunità.

Parlerò di “Montagne di Turismi” ovvero dei territori montani sottoposti ai flussi turistici contemporanei spesso ingenti e sovente poco o nulla gestiti, tra opportunità preziose, equilibri necessari e rischi potenziali per le comunità residenti. Temi sulla cui evoluzione si fonda molto del futuro prossimo delle nostre montagne, per i quali il turismo è senza alcun dubbio una delle economie più importanti e potenzialmente vantaggiose ma solo se resa organica a ogni altra attiva negli ambiti locali e i suoi aspetti economici non prevaricano quelli ecologici, non solo dal punto di vista ambientale ma, soprattutto, da quelli sociali e culturali.

Sono temi che, inutile rimarcarlo, coinvolgono un po’ tutti: residenti, villeggianti, turisti, operatori economici, appassionati di montagna, società civile. Per ciò mi auguro possiate e vogliate partecipare all’incontro (l’ingresso è libero), e così contribuire alla discussione e al dibattito che ne scaturirà. A domani sera!

Per saperne di più sull’incontro cliccate qui; ringrazio di cuore Andrea Taietti e “L’Eco di Bergamo” per l’ottimo articolo dedicato all’appuntamento e alla rassegna.

Siamo dunque, come sempre, fermi al turismo selvaggio

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo in forma completa.]

Siamo dunque, come sempre, fermi al turismo selvaggio, convenzionale, meccanizzato, che distrugge ogni prestigio dell’alta montagna e non porta alcun beneficio alle popolazioni.

Questa e altre che potete leggere nell’articolo qui sopra sembrano affermazioni scritte oggi, e invece sono di più di mezzo secolo fa, del 1975, e le proferì Antonio Cederna, grande intellettuale che con drammatica preveggenza capì prima di molti altri ciò che la turistificazione sempre più esasperata avrebbe comportato per le montagne.

Certo turismo, che qualcuno ha il coraggio, o la stupidità, di definire l’unico in grado di garantire “un futuro” ai territori montani (e non penso solo a quello sciistico), è in realtà fermo, immobile, inerte: la zavorra che li tiene ancorati a un passato non solo totalmente obsoleto ma pure degradante e dunque inesorabilmente devitalizzante. Se può essere ben difficile dirsi contrari a un turismo – di qualsiasi genere – ben pensato e consono allo spazio e al tempo nel quale si manifesta, è un dovere sociale, civico, morale e culturale avversare qualsiasi frequentazione turistica che appaia fuori contesto, impattante, insensata rispetto alle montagne e ai territori naturali che intende assoggettare.

Si noti, peraltro, che Cederna parlava di distruzione del «prestigio» dell’alta montagna, cioè sicuramente del suo ambiente e del suo paesaggio ma al contempo della sua cultura, della sensibilità per la sua bellezza naturale, dell’equilibrio ecologico, della cura e del rispetto di cui abbisogna, della consapevolezza verso la sua realtà, della relazione che vi intratteniamo vivendola o frequentandola – tutti elementi che fanno il prestigio della montagna e se ne alimentano. Invece, certo turismo odierno svilisce e si riduce a una convenzione meramente ludico-ricreativa delle più banali, fatta di «just fun», «no limits» e via dicendo, come se, la montagna fosse solo un divertimentificio del quale fruire per svagarsi e basta, con tutto il resto a fare da mero corollario se non a dare fastidio.

[Immagine tratta da www.ilgiornaledellarte.com.]
A volte, quando si parla di alta montagna, si cita più o meno impropriamente il termine «wilderness». Be’, Cederna ci ha fatto capire con insuperabile chiarezza che troppo spesso è la presenza dell’uomo in quota a rappresentare l’aspetto più selvaggio e nel senso peggiore del termine.

Eppure, se invertire tale rotta altrimenti diretta a un diffuso disastro può sembrare complicato, e in effetti lo è dal punto di vista materiale, cominciare l’inversione è un atto semplicissimo: basta pensare usando il buon senso. Che d’altro canto so bene che per alcune persone troppo occupate a conseguire vantaggi e tornaconti e a osservarsi l’ombelico sia qualcosa di difficilissimo da fare: ma è un problema loro, non certo delle montagne e di chi ne ha a cuore il futuro.

Il turismo sulle montagne: un elemento solidale ai territori o antagonista ad essi? Ne parliamo venerdì 20 ad Almenno San Bartolomeo in “Montagne di turismi”

Venerdì 20 marzo prossimo sarò ad Almenno San Bartolomeo (Bergamo), presso la Sala Convegni dell’Antenna Europea del Romanico nei pressi della nota Rotonda di San Tomè, ospite del primo dei cinque incontri della Rassegna “Sistemi sociali antagonisti o solidali” promossa dal Centro Studi Valle Imagna in collaborazione con Molte fedi sotto lo stesso cielo, Noesis, Associazione Dorainpoi e la Bibliosteria di Cà Berizzi. Una rassegna che vuole approfondire e riflettere sulle trasformazioni più significative della società contemporanea — tra conflitti globali, mutamenti delle democrazie, nuove forme di individualismo e futuro delle comunità.

Il mio incontro si intitola “Montagne di turismi. I territori montani sottoposti ai flussi turistici tra opportunità preziose, equilibri necessari e rischi potenziali per le comunità residenti” e, come già chiarisce bene il titolo, vuole indagare i fenomeni turistici contemporanei nei territori montani proprio prendendo spunto dal titolo della rassegna e cercando di capire se il turismo, che è anche un «sistema sociale» e dei più potenti e influenti, per come si manifesta oggi si debba considerare solidale o antagonista nei confronti dei territori che coinvolge e, soprattutto, delle comunità che li abitano. Per ragionare sui fatti concreti e dare sostanza alle riflessioni presenterò i dati più recenti sui flussi turistici in provincia di Bergamo e poi, nello specifico, in Valle Imagna, territorio per molti versi emblematico rispetto alla geografia montana lombarda e al tema del turismo nelle terre alte, in modo da capire concretamente quale turismo frequenta le nostre montagne.

Sulla scia di questi dati, verrà analizzata la natura multiforme del turismo odierno, delle sue principali fenomenologie (che non di rado appaiono vicendevolmente antagoniste), e di come si debba parlare di “turismi”, al plurale, per evitare di generalizzare troppo la realtà sottovalutandone il portato concreto e, di contro, per focalizzarne le specificità proprio rispetto ai territori che ne vengono coinvolti.

Infine, riportando e rifocalizzando il discorso sul più peculiare ambito montano, si rifletterà su quali forme di frequentazione turistica risultano ad oggi più consone ai nostri ambiti e su quali siano gli strumenti principali per la loro miglior gestione, così anche da elaborare una risposta più compiuta, in conclusione dell’incontro, alla domanda iniziale sulla natura “antagonista” o “solidale” del turismo come sistema sociale nei contesti nostri locali.

Sono temi sulla cui evoluzione, come capirete bene, si fonda molto del futuro prossimo dei nostri territori montani, per i quali il turismo è senza alcun dubbio una delle economie più importanti e potenzialmente vantaggiose ma solo se resa organica a ogni altra attiva negli ambiti locali e i suoi aspetti economici non prevaricano quelli ecologici, non solo dal punto di vista ambientale ma, soprattutto, da quelli sociali e culturali direttamente afferenti alle specificità dei territori coinvolti e alla imprescindibile centralità delle comunità residenti. Temi, dunque, che toccano chiunque abiti in montagna, la frequenti e sia sensibile alla sua realtà: per questo mi auguro possiate e vogliate partecipare all’incontro, e contribuire alla discussione e al dibattito che ne scaturirà.

Come accennato, “Sistemi sociali antagonisti o solidali” è una rassegna di incontri per approfondire alcune delle questioni sociali dirompenti del nostro tempo e delle società attuali, nelle quali imperversano i conflitti a tutti i livelli, le culture forti hanno il sopravvento e schiacciano quelle deboli, i rapporti di forza vincono sul diritto, le comunità territoriali faticano a stare al passo dei cambiamenti sociali e le tensioni o fughe individuali hanno il sopravvento sulla dimensione collettiva, che fino a tutta la seconda metà del Novecento ha caratterizzato le politiche sociali.

Si tratta di fenomeni sociali che caratterizzano la contemporaneità e introducono vistosi elementi di cambiamento mai visti nè ipotizzati finora, tanto sono d’impatto e dirompenti sulla vita quotidiana, poiché mettono in discussione valori e principi che ritenevamo acquisiti e consolidati: dalla pace alla guerra, dalle democrazie alle autocrazie, dal pensiero orientato alla costruzione di sistemi collettivi e pubblici a quello diretto invece verso approdi individuali e di natura privatistica.

I cinque incontri, a ingresso libero, si terranno in altrettanti distinti luoghi in Valle Imagna, che sono stati messi a disposizione dal Comune di Almenno San Bartolomeo, dalle parrocchie di Selino Basso, Berbenno, Costa Valle lmagna e dalla Bibliosteria di Cà Berizzi.