La panchina gigante più “coerente”?

Ormai credo lo sappiate benissimo – voi che leggete con una certa abitudine questo blog o le mie pagine social – cosa ne penso delle “panchine giganti” o Big Bench le quali, pur nella loro apparente (per alcuni) “simpatia”, ritengo rappresentino uno dei punti più bassi della turistificazione del paesaggio e della banalizzazione della sua frequentazione – nonché, in fondo, una sostanziale e nemmeno troppo sottintesa presa in giro dello stesso turista e della sua esperienza di visita.

In ogni caso, tra le tante serialmente piazzate un po’ ovunque, ce n’è una che appare (per quanto possibile) ancora più incongrua delle altre: è a Santa Maria Hoè, nella Brianza lecchese, e offre un bellissimo panorama… sul tornante di una strada asfaltata (si veda qui sotto)! «Bel panorama anche se non si vede direttamente dalla seduta» infatti si legge in una recensione su Google Maps, e d’altronde per godere della vastissima veduta della Brianza visibile da lassù basta andare da qualche altra parte nella località lecchese, senza bisogno di nessun “simpatico” giocattolone per adulti poco sensibili al paesaggio e alla sua autentica percezione. Come dovrebbe essere logico, peraltro.

A ben vedere, tuttavia, si potrebbe pure pensare che la panchinona di Santa Maria Hoè sia viceversa ben più coerente di tante altre con la sua stessa natura: cioè un manufatto così vuoto di senso e di valore culturale, in sé e rispetto al luogo in cui si trova – ovunque sia piazzata – ovvero così banalizzante da non potersi che affacciare su una veduta altrettanto banale e desolata come quella d’una strada asfaltata!

Dunque, forse, non c’è da biasimare i promotori della panchinona di Santa Maria Hoé ma bisogna complimentarsi con essi: hanno saputo palesare il senso effettivo e la reale sostanza di tali opere turistiche meglio di centinaia di altri siti, ben più banalizzati e degradati dalla loro presenza! Bravi!

P.S.: ringrazio l’amico Paolo Canton che mi ha ricordato l’esistenza (e l’essenza) di tale panchinona alto-brianzola.

Anna Rizzo, “I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia”

«Borghi», «aree interne», «luoghi del cuore»: pensate a quante definizioni utilizziamo abitualmente per identificare tutta quella (gran) parte di paese – cioè di Italia, ovviamente – che non sia città e aree metropolitane e alla quale, spesso se non sempre, ci si riferisce come se fosse una specie di paradiso sospeso nel tempo, dove c’è (si pensa/si è convinti che ci sia) natura incontaminata, aria buona, quiete, paesaggi idilliaci e, appunto, piccoli paesi nei quali siamo portati a pensare e credere che sia bello vivere, a differenza delle città iper cementificate, inquinate, rumorose, pericolose, eccetera.

Vero, sarebbe bello abitare in posti così belli… se avessero medici di base, ospedali vicini, sportelli postali e bancari attivi, scuole aperte, connessioni internet. Ma sovente non ce li hanno, oppure ce li avevano e ora non più perché la spesa pubblica non si può permettere di mantenere certi servizi in centri che hanno un millesimo degli abitanti di una città di media grandezza… però sarebbero (sono) cittadini anch’essi come quelli metropolitani, e dunque? Dunque per non sentirsi persone “inferiori” tocca loro abbandonare il «borgo» nel quale vivevano e trasferirsi dove la dignità della vita quotidiana sia meglio preservata: come si può dunque pensare che altri, giammai abituati a quella ruralità così depressa, possano trasferirsi in quei posti solo perché il bando di turno offre case a un Euro o sgravi fiscali per aprire un’attività commerciale? E poi, acquistata casa e aperta l’attività? Non vi sono banche né poste, la scuola è a 10 km e il medico di base più vicino a 20, le strade sono rimaste all’Ottocento, cinema, teatri o musei non se ne vedono nemmeno con il binocolo, internet o non c’è o c’è solo se fa bel tempo, se piove forte o nevica si resta isolati… Insomma, siamo tutti, o quasi, vittime e complici di un gigantesco inganno politico e mediatico che da decenni ha costruito un immaginario delle cosiddette «aree interne» del tutto distorto il quale, alla lunga, sta paradossalmente (ma forse nemmeno troppo) contribuendo alla loro fine, anche più rapida di quanto naturalmente sarebbe potuto accadere.

Anna Rizzo, antropologa illuminante che ormai da tempo seguo – anche se non con l’assiduità che vorrei – delle aree interne dell’Italia offre ne I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (il Saggiatore, Milano, 2022) una disamina lucida, vibrante, lontana anni luce da ogni retorica, appassionata, intima, rabbiosa ma di quella rabbia di chi comprende l’inestimabile valore di un tesoro da troppo tempo trascurato, insozzato, dilapidato che tuttavia si vorrebbe far credere luccicante come non mai []

(Potete leggere la recensione completa de I paesi invisibili cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Il “non fare” che ha dignità politica (più del “fare”)

[Immagine da Gilles Clément, Giardini, paesaggio e genio naturale, Quodlibet, 2013.]

Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.
Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. […]
Poco importa cosa spinga la politica ad adottare la non-gestione, purché questa – come la gestione – sia integrabile nei piani urbanistici locali e nelle politiche di gestione dello spazio agricolo, in qualità di principio accettabile che si dia le proprie regole.

[Gilles ClémentManifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet 2014, pag.71]

A proposito di consumo di suolo – il post di questa mattina, sì – e in relazione alla regione italiana che più si “distingue” in questa scellerata pratica, la Lombardia, la quale si vanta spesso di essere la «terra del fare» quando poi gli effetti di questo slogan – perché tale è, essendo in concreto pressoché vuoto di cultura politica e umanistica – sono proprio quelli decretati dalle statistiche dell’ISPRA, mi è tornato in mente uno dei passaggi a mio parere più illuminanti del Manifesto di Deleuze, quello che avete letto nella citazione lì sopra (e la cui mia recensione potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto).

«Lo spirito del non fare», «la non-gestione» del territorio a cui venga conferita «dignità politica» esattamente come al fare. Intuizioni tanto semplici quanto geniali che aprono un universo di riflessioni, considerazioni, domande, dubbi. Già: perché la politica pensa sempre al “fare” e mai al “non fare”? Perché è incapace di comprendere che anche il “non fare” fa, e spesso fa molto di più e meglio del “fare”? Basti pensare al “non fare” altri capannoni sopra terreni naturali o agricoli: significa fare ambiente, preservare il territorio naturale e la sua biodiversità, conservare la salubrità derivante, difendere l’identità culturale del paesaggio, pianificare (verbo che sovente possiede accezione ben più negative, per il paesaggio) un futuro migliore per la comunità che abita quel territorio. Se il “fare” viene considerato economia, perché il “non fare” non lo si sa correlare all’ecologia – posto che economia e ecologia sono due sorelle in origine, poi separate a forza e diventate antitetiche? Perché, come suggerisce Clément, anche la non-gestione quale pratica di conservazione della naturalità di parti del territorio, non può far parte di un programma politico e di un progetto di amministrazione territoriale? Solo perché non si è in grado di capire – ribadisco – che il “non fare” e il “non gestire” non significa affatto evitare di realizzare qualsiasi cosa o di amministrare il territorio ma l’esatto opposto, è la forma di gestione più articolata, meditata e equilibrata che si possa attuare nonché l’unica che possa giustificare il “fare” altrove?

Solo un potere squilibrato, asimmetrico e disarmonico con il territorio che gestisce non sa concepire e comprendere tutto ciò. Con i risultati che statistiche come quelle dell’ISPRA poi inesorabilmente registra, già.

Scrivere di cose belle e di cose brutte che accadono in montagna

[Foto di VĂN HỒNG PHÚC BÙI da Pixabay.]
Ve lo assicuro, ma proprio con la massima sincerità: io vorrei scrivere – compatibilmente con il tempo che ho a disposizione – di cose belle che accadono in montagna e per le montagne, dato che ce ne sono parecchie e sovente assai proficue. Ma, a fronte del continuo, incessante apparire di cose assolutamente brutte un po’ ovunque, nei nostri territori montani, e delle inevitabili, amare tanto quante sdegnate considerazioni che sorgono nello scoprirle e riguardo la sconcertante insensibilità, quando non sia mera scelleratezza, che quelle cose rivelano ovvero che palesa chi ne è committente e sostenitore, come è possibile restarsene zitti e non manifestare la propria indignazione, cercando di sensibilizzare più persone possibili intorno a quanto accade e ciò che di negativo per le montagne interessate ne consegue?

L’ho fatto, lo farò, lo devo fare – scrivere e dissertare sulle cose belle nei territori montani – è fondamentale farlo. Ma credo sia altrettanto necessario denunciare il più possibile chi e ciò che i territori montani li sfrutta, degrada, devasta, rendendoli meri beni da consumare a piacimento e svendere per ricavarci tornaconti di varia natura. Come non farlo, d’altro canto, a fronte di certi progetti così tremendamente biechi dei quali si ha notizia?

È un bel dilemma, senza dubbio, e parecchio spinoso.

La bellezza in montagna, o forse no

[Per ingrandire l’immagine e leggere meglio, cliccateci sopra.]
Nel 2020, per la seconda edizione di ALT[R]O Festival, creai lungo un tratto del Sentiero Rusca una sorta di “percorso letterario” denominato “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole” dotato di “segnavia” fatti da citazioni tratte da libri variamente dedicati ai temi della montagna e al paesaggio “stencilate” direttamente sul sentiero, nella parte dotata in certi tratti di un (discutibile, in verità) manto asfaltato per farsi anche ciclovia di fondovalle.

La prima delle citazioni che formavano il percorso è quella che mostra l’immagine lì sopra e che spiego di seguito (così come feci di persona in quei giorni del Festival accompagnando i partecipanti). Le altre le potete trovare qui.

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

[Panorama estivo dell’alta Valmalenco. Immagine tratta da www.montagnaestate.it.]
Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?