Cogliere la bellezza, trascurare la bruttezza

[Sui monti sopra casa qualche giorno fa, verso le 21.]
A volte anche Loki, quando insieme giungiamo in qualche punto dal quale il panorama si apre e la veduta sul mondo d’intorno si fa sublime, sembra essere sensibile come me a cotanta bellezza. Chissà come la percepisce e in che modo la comprende, che impressioni e che suggestioni ne ricava. Mi piace credere che anche gli animali posseggano un proprio concetto di “bellezza”, coniugato in modi del tutto incomprensibili per noi ma comunque logico per loro. E nulla mi può far ritenere che sia meno profondo dell’ideale umano, peraltro, al netto della fantasiosa suggestione dalla quale questo mio pensiero si forma.

In effetti ogni volta mi sorprendo, di fronte a tali visioni di bellezza e forse con inguaribile ingenuità (ma non me ne vergogno affatto), di non trovarmi circondato da tanta altra gente, lì come me a godersi lo spettacolo e a riempirsi il cuore e l’animo della beatitudine che ne scaturisce. D’altro canto mi compiaccio di restarmene solitario lassù, senza alcun disturbo alla mia contemplazione che per ciò ne guadagna, e condividerla con Loki è una suggestione bizzarra ma piacevole.

Mi tornano in mente i versi di una poesia di Wisława Szymborska che in verità parla di guerra, ma nella quale si può leggere che

Questo orribile mondo non è privo di grazie,
non è senza mattini
per cui valga la pena svegliarsi.

Perché anche nel corso di una tragedia come la guerra bisogna trovare qualcosa per la quale si possa coltivare la speranza che non tutto è perduto, anzi, che vi siano più cose belle per le quali vivere e svegliarsi la mattina che brutte. Per quanto mi riguarda, la bellezza del paesaggio – un tesoro inestimabile, abbondante e sempre a disposizione, peraltro – me ne dà la certezza.

Il problema, temo, è che siamo portati a dare sempre troppa importanza e considerazione alle cose brutte invece che a quelle belle: la quali, anche se formano la gran parte della realtà, vengono nascoste dalle prime che solitamente sono tali anche perché eclatanti, rumorose, sbalordenti, sguaiate, grossolane, cafone, triviali… tutte deformità e colpe che chissà come mai incuriosiscono e attraggono, appunto. Nei talk televisivi su quelli che dibattono educatamente “vince” chi urla e strepita, sui giornali tra i titoli in caratteri ordinari prevale quello a caratteri cubitali, nel paesaggio antropizzato tra numerose opere ben fatte attrae lo sguardo quella maggiormente decontestuale. Anche in montagna capita spesso di vedere moltitudini affascinate da attrazioni fuori luogo e francamente volgari, dunque sostanzialmente brutte, e di contro incapaci di osservare e comprendere realmente il luogo che hanno intorno e la sua bellezza, al punto da ottenere uno sconcertante ribaltamento della realtà: ciò che è palesemente brutto viene creduto bello e ciò che è manifestamente bello non viene considerato, come fosse qualcosa di brutto.

È vero, il mondo nel quale viviamo è troppo spesso «privo di grazie», è maleducato, incivile, degradato, violento, pericoloso, ma al di fuori di tali manifestazioni vi è così tanta grazia, così tanta bellezza da cogliere e della quale godere che veramente perdersi dietro le sue dis-grazie non è solo inutile e nocivo ma pure parecchio stupido. «La bellezza salverà il mondo», senza dubbio, ma a patto che noi sapremo coglierla e comprenderla ignorando definitivamente le cose brutte e adoperandoci affinché scompaiano sempre di più. Siamo essere intelligenti e senzienti, dovrebbe riuscirci semplice una cosa del genere: perché invece non riusciamo a praticarla?

L’invenzione più rivoluzionaria

P.S. – Pre Scriptum: il racconto che potete leggere qui sotto lo scrissi anni fa come parte di una raccolta mooooolto particolare al momento ancora inedita. Forse prima o poi verrà pubblicata ma, ora, lo vorrei dedicare ai tanti amici e conoscenti che si impegnano con sincera passione e grande senso civico a migliorare e far evolvere la civiltà nella quale viviamo, anche attraverso il sostegno e la promozione di pratiche quotidiane molto più virtuose, benefiche e umane rispetto ai modi con i quali oggi viviamo le nostre città, sovente rendendole luoghi pericolosi e malsani.

Buona lettura.

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L’invenzione più rivoluzionaria

Di tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse ma, come spesso succede per ogni novità quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita. Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei Megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto bizzarre, inopinate insomma.
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale «frutto di tecnologia sfrenata», «spregiudicato orpello da bislacca fantascienza» o simili definizioni biasimevoli. Ma come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto, quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali), trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari, gioielli tecnologici di colpo divenuti – nell’impressione della gente – obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): Val Senales

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

Il Ghiacciaio di Giogo Alto / Hochjochferner in Val Senales (Provincia di Bolzano), un altro ghiacciaio estremamente rinomato per lo sci estivo, con pochi impianti (3 skilift, uno dei quali poi sostituito da una seggiovia) ma belle piste in un ambiente d’alta montagna grandioso. Fu attivo da metà anni Settanta fino al 2013, quando le condizioni sempre peggiori del ghiacciaio, in fortissimo e rapido ritiro (con un “record” di ben 378 metri tra il 2020 e il 2021, a causa della frammentazione della fronte), misero la parola “fine” alla pratica estiva dello sci. Ma già da anni il Servizio Glaciologico dell’Alto Adige denunciava il degrado del Giogo Alto causato «dalle modifiche della superficie del ghiacciaio legate alla attività sciistica che hanno completamente stravolto la naturalità del manto nevoso» (qui potete leggere i report glaciologici degli ultimi anni, elaborati dallo stesso Servizio Glaciologico Altoatesino).

Nelle immagini in testa al post e qui sopra potete vedere il Ghiacciaio della Val Senales com’era negli anni migliori (nota bene: alcune sono foto recenti perché non ne ho trovate di datate, ma fanno capire come si potesse presentare il ghiacciaio negli anni dello sci estivo; nelle ultime due il degrado diventa già evidente), mentre qui sotto vedete come si è ridotto negli ultimi tempi (le foto più recenti, risalenti alla scorsa settimana, sono di Pierluigi D’Alfonso, che ringrazio molto per avermele concesse):

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):

“Il miracolo delle dighe” su “La Guida” (reload)

Ringrazio nuovamente La Guida, il settimanale d’informazione cuneese, che lo scorso 24 luglio ha rilanciato la bella e attenta recensione (dacché già uscita sulla versione cartacea del giornale) del mio libro Il miracolo delle dighe firmata da Roberto Dutto, il quale ha saputo ben cogliere il senso di alcuni dei temi che ho voluto toccare e narrare nel libro, ricavandone impressioni (per me) molto lusinghiere. La potete leggere direttamente nel sito del settimanale cliccando sull’immagine lì sopra.

Per saperne di più sul libro, cliccate qui.