La meteo sempre più estrema e noi (che ne subiamo le conseguenze)

L’anno in corso sta rendendo particolarmente evidente l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici già manifesta negli anni scorsi con il protrarsi e la costante acutizzazione del cambiamento climatico: non passa perturbazione o quasi che da qualche parte non provochi allagamenti, esondazioni, cadute di alberi, colate di fango e detriti, smottamenti e quant’altro oltre che, inevitabilmente, danni ai manufatti e alle infrastrutture presenti nella zona colpita. L’impressione è che il nostro mondo si stia rivelando improvvisamente più fragile di quanto credessimo e in parte è così, invero sono i fenomeni meteorologici a presentarsi spesso con violenza un tempo molto più rara.

Ad esempio qualche sera fa in alta Valtellina un temporale di mezz’ora è stato sufficiente per causare quanto vedete nell’immagine (tratta da questo articolo de “La Provincia – Unica TV”) che riprendono la Val Alpisella, tra Livigno e Bormio nelle Alpi lombarde). «Sbalorditi dal disastro» dichiara un amministratore locale «perché non è una zona in cui i versanti scaricano periodicamente come altre. Io in questi 12 anni di vita amministrativa non ho mai avuto a che fare con situazioni di questo tipo». Ma di disastri del genere, sovente ben maggiori, sparsi per tutto il paese abbiamo e avrete letto sui media per tutta l’estate: nel momento in cui sto scrivendo questo articolo qui si sta scatenando un ennesimo temporale, improvviso, violento, con tanto di folate di vento impetuose e pioggia talmente fitta da aver ingrigito la visione del paesaggio circostante e colmato in pochi secondo le griglie di scarico dell’acqua, evidentemente divenute sottodimensionate rispetto alla quantità di pioggia attuale. Oggi molti acquazzoni, temporali, nubifragi sembrano uno sbotto d’ira funesta d’un dio del tempo atmosferico incazzato (sempre di più e di frequente) con noi poveri mortali, ai quali assesta schiaffoni d’acqua, fulmini e vento che colpiscono improvvisamente qui e là lasciando spesso i segni di cotanta violenza meteorologica, tanto localizzata tanto implacabile. Poi, con altrettanta rapidità, tutto si placa, si dissolve e il cielo torna a rasserenarsi e a colorarsi d’un azzurro così delicato da risultare beffardo, consentendo a chi è in zona di guardarsi intorno e constatare che non vi siano stati danni o non troppo ingenti – ma, come detto, di conseguenze gravi purtroppo se ne registrano con frequenta crescente.

La realtà climatica in divenire e i report meteoclimatici che l’attestano, d’altronde, non ci lasciano molti dubbi al riguardo: con tali fenomeni estremi dovremo necessariamente convivere, mettendo da parte inquietudini e ansie eccessive (del tutto inutili) invece elaborando efficaci e razionali resilienze collettive che sappiano salvaguardare i territori che viviamo insieme a noi che li abitiamo. Dobbiamo pretendere che le amministrazioni pubbliche, a ogni livello, agiscano finalmente con la massima decisione e urgenza e attuino tutte le necessarie politiche di contrasto al cambiamento climatico e ai suoi effetti, al contempo cancellando tutti quegli interventi che invece risultano antitetici a tali scopi e la non cultura politica che pretende di giustificarli. Ma ancora prima noi tutti dobbiamo definitivamente prendere atto, analizzare, meditare e comprendere in modo compiuto ciò che sta accadendo al nostro pianeta, dunque a noi che ci stiamo sopra, mettendo al bando negazionismi e catastrofismi tanto stupidi quanto deleteri e dimostrare (dimostrarci) una volta per tutte di essere veramente Sapiens, di avere un’intelligenza attiva e grazie a questa di comprendere pienamente la relazione che ci lega al pianeta e al suo ambiente naturale, su tale base elaborando e attuando un’autentica strategia globale – ma con azioni ed effetti primari a livello locale – di salvaguardia ecologica e ambientale.

Altrimenti, il rischio è che i fenomeni estremi che sempre più frequentemente stiamo constatando e le conseguenze che provocano siano e saranno ben poca cosa rispetto a ciò che dovremo attenderci nei prossimi anni.

Le divinazioni del tempo

(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)

Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.

Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.