La wilderness dentro

Abitiamo un pianeta, noi umani, del quale abbiamo praticamente esplorato ogni suo angolo e addomesticato quando non antropizzato, nel bene e nel male, la sua componente selvaggia, al punto che – io credo – il concetto di wilderness, inteso come la Natura nel suo stato originario e non ancora contaminata da interventi umani, sia diventato meramente ideale e utopico. D’altronde il termine, così lessicalmente scenografico, è usato e abusato in modo ormai spropositato e sovente per identificare luoghi naturali che del proprio stato originario non hanno più nulla ma li si vuol far credere ancora “selvaggi” per turistificarli meglio. Ma forse, al riguardo, una domanda sarebbe da porci: cerchiamo e a volte crediamo di trovare il “selvatico” nel mondo che frequentiamo, ma lo abbiamo ancora dentro noi stessi? Ovvero, siamo capaci di percepirlo, comprenderlo e armonizzarci a esso?

Dalle possibili risposte a queste domande temo derivi la realtà di un controsenso sostanziale: quando pensiamo al “selvaggio”, ovvero alla Natura che ci viene di considerare tale, subito lanciamo la mente in territori lontani e remoti nei quali crediamo che quel termine abbia ancora un senso compiuto. Comprensibilmente ma, con ciò, in qualche modo anche palesando l’acquisita incapacità di identificarlo altrove proprio perché non sappiamo più percepirlo dentro di noi. Abbiamo voluto diventare così “Sapiens” da perdere totalmente la nostra genesi animale ma, in questo modo, restando diversi passi indietro agli animali veri e propri, i quali infatti con il mondo naturale mantengono una relazione ben più armoniosa e meno dannosa della nostra. È solo perché loro non sono “intelligenti” come noi? E se fosse vero invece il contrario e la nostra intelligenza fosse solo una dote di matrice meramente “tecnicista” (forse meramente dettata dalla fortuna di possedere un pollice opponibile) presunta, autodecretata e funzionale al nostro voler dominare in modo indiscutibile il mondo? E a saperlo distruggere, come diretta e terribile conseguenza.

Insomma: penso che se siamo in grado di ritrovare in noi stessi la natura selvatica che geneticamente possediamo, e se la sappiamo comprendere e contestualizzare alla nostra relazione con il mondo nel quale viviamo, forse nel nostro mondo iperantropizzato il “selvaggio” lo possiamo fortunatamente ritrovare anche nel bosco appena fuori casa, lì dove la Natura, nella sua vitalità biologica, c’è in forme diverse con sostanza uguale a quella che si trova nelle tundre artiche o nella foreste equatoriali. È la stessa cosa, la stessa vita, solo diversa in quanto è differente il territorio ma ciò non cambia di una virgola il senso e l’essenza della nostra relazione con essa.

In fin dei conti, vista la realtà storica della civiltà umana, se fossimo (rimasti) più selvatici e ci relazionassimo di più e con maggiore armonia con quel mondo, anche ove sia pesantemente antropizzato, potrebbe pure essere che il mondo in cui viviamo ne trarrebbe dei bei vantaggi. Magari no, ma io, forse sbagliando o equivocando, penso di sì.

P.S.: nell’immagine in testa al post, un angolo di selvatico domestico, con segretario personale a forma di cane a mollo e un ospite speciale laggiù in fondo (ingrandite l’immagine per scovarlo).

Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.

L’eliski agognato e l’heliski disdegnato

Nel mentre che in tema di salvaguardia ambientale a sud delle Alpi tocca constatare di frequente episodi a dir poco sconcertanti, ad esempio quello del presidente d’un parco naturale lombardo, dunque di un’area la cui missione è (sarebbe) proteggere e salvaguardare il territorio di sua competenza, che si lamenta per il fatto che nel “suo” parco non si possa praticare l’eliski (!), in Svizzera l’Associazione “Iniziativa delle Alpi, a seguito di una votazione pubblica che ha raccolto quasi 7000 voti, ha conferito il “Sasso del Diavolo” – una specie di antipremio elvetico del settore turistico di montagna – per il trasporto più insensato dell’anno a Swiss Helicopter per la sua offerta di “heliski”, con la seguente motivazione:

Volare in elicottero sulle Alpi, inquinando ed infliggendo il rombo dei motori alla fauna alpina, solo per una giornata sugli sci è assurdo e contraddice qualsiasi coscienza ambientale. Non ha nulla a che vedere con la sportività. Le nostre Alpi non sono una Disneyland da esplorare su una sedia a sdraio. Il nostro Sasso del Diavolo 2022 lo dice chiaramente: se vogliamo trattare il nostro mondo alpino in modo responsabile, non dobbiamo trattarlo con indifferenza. Non è accettabile l’argomentazione che Swiss Helicopter e altri fornitori di servizi di volo in elicottero vogliano utilizzare la loro flotta in modo più efficiente. I voli di trasporto verso aree difficilmente raggiungibili sono inevitabili. Dobbiamo accettarli per poter gestire le nostre Alpi. Lo stesso vale per le missioni di salvataggio. Tuttavia il messaggio è chiaro: non possiamo sacrificare la preziosa fauna e la flora alpina in nome di efficienza e profitto. Il bilancio di CO2 dell’offerta di Swiss Helicopter fa riflettere: un volo di heliski da Berna-Belp a Zermatt e ritorno per un gruppo di quattro persone produce 32,3 chilogrammi di CO2 a testa. Per emettere lo stesso quantitativo si dovrebbe percorrere lo stesso tragitto andata e ritorno 12 volte in treno. A ciò si aggiunge l’inquinamento fonico, particolarmente dannose per la fauna selvatica in inverno, che potrebbero essere evitate utilizzando i mezzi pubblici.

Ecco. Se in Svizzera l’eliski al momento è consentito in modo limitato e si sta facendo di tutto per limitarlo ulteriormente e al più presto vietarlo come già avviene in altri paesi alpini (per avere un quadro della situazione al riguardo nelle Alpi, date un occhio qui), perché in Italia le regioni alpine che hanno la fortuna di non consentirlo vorrebbero farlo, per giunta in aree protette e istituzionalmente salvaguardate? E perché addirittura è il presidente di un ente di tutela ambientale che si permette di sostenere che l’eliski debba essere consentito perché «molto richiesto negli ultimi anni» (sic)?

Dev’essere uno scherzo particolarmente bizzarro, o una piece di teatro dell’assurdo… O sarà che gli italiani sono sempre i più furbi di tutti e, ben consci di tale loro peculiare dote, ci tengono a manifestarla a ogni buona occasione e ancor più nel caso occupino posizioni di influenza istituzionale e politica. E, a tal proposito, lo conoscete quel vecchio proverbio toscano (credo) che recita «Quando i furbi vanno in processione, il diavolo porta la croce»? Ecco, potrebbe essere che il diavolo trasporti la croce sui monti a bordo di un bell’elicottero, già.

P.S.: per la cronaca, nella stessa occasione l’“Iniziativa delle Alpi” ha conferito anche il premio “Cristallo di rocca” per un controesempio stavolta virtuoso che eviti trasporti inutili nelle Alpi all’azienda vallesana “Auprès de mon arbre”, che costruisce case sostenibili con legno rinnovabile proveniente dalle foreste circostanti senza l’uso di colla, chiodi o sostanze chimiche.

Le castagne che nessuno raccoglie più

[Foto di Filipe Ramos, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
A girare per i boschi delle mie montagne, sui pendii ove le selve di castagni sono predominanti e paesaggisticamente identitarie anche perché storicamente sussistenziali (un tempo quassù si viveva di polenta e castagne, non c’era molto altro), mi sto rendendo conto di come ormai più nessuno o quasi le raccolga più, le castagne. Mi basta uscire dalla porta di casa e fare due passi nella selva oltre la via e credo che tutte quelle finora cadute dagli alberi lì presenti siamo rimaste a terra, ignorate da chiunque – residenti inclusi. Eppure ricordo che fino a pochi lustri fa, quand’ero ragazzino, queste erano selve nelle quali, da fine settembre in poi, a tirarci un sasso a caso e a occhi chiusi si sarebbe colpito qualcuno, per quanto brulicavano di gitanti-raccoglitori di castagne, la gran parte cittadini che salivano su questi monti vicinissimi all’hinterland milanese e se ne tornavano a casa con borse di plastica traboccanti di frutti e mani sanguinanti (evidentemente a pochi sovveniva che le castagne sovente stanno nei ricci e i ricci in quanto tali pungono, dunque un buon paio di guanti conveniva averlo con sé) ma espressioni palesemente soddisfatte sui volti degli adulti e dei bambini, nemmeno avessero trovato delle gran pepite d’oro.

In altre zone montane credo e spero che la raccolta delle castagne sia ancora un’attività praticata, anche solo per mero divertimento e per poi farsi una bella mangiata di caldarroste. Invece dalle mie parti, così vicine alla pianura metropolitana lombarda iperurbanizzata, iperantropizzata, ipercentrocommercializzata, oggi i boschi restano silenti e deserti e le castagne abbandonate sul terreno, tristemente destinate a una sorte di marcescenza. È un gran peccato, e lo dico senza essere un così fervido appassionato del frutto: anche senza considerare la storia che la castagna porta con sé – la definizione di “pane dei poveri” era un tempo quanto mai consona – e ciò che la presenza delle selve castanili ha significato per le genti che hanno abitato queste montagne e per il loro paesaggio (senza dire poi della meravigliosa storia del castagno, che veramente da millenni è una sorta di miglior amico arboreo dell’uomo), mi sembra che il disinteresse contemporaneo verso le castagne, che poi è un’apatia sostanzialmente rivolta all’ambiente naturale più prossimo a noi e al legame che dovremmo saper intrattenere con quella parte di Natura che è un elemento integrante della nostra quotidianità, sia emblematico in senso generale della nostra relazione con l’ambiente naturale ovvero del nostro distacco da esso, dell’alienazione sostanziale verso ciò che è posto al di fuori della nostra società e che evidentemente la società stessa non ritiene più meritevole di un valore variamente culturale (e nemmeno economico, ma fatemi intendere questo termine nella sua etimologia originaria) nonché, forse, emblematico della disconnessione tra uomini e Natura dalla quale provengono molti dei problemi che oggi dobbiamo constatare al riguardo, innanzi tutto in tema di salvaguardia.

Probabilmente per molti oggi non è più così divertente andare per selve a raccogliere castagne come lo era un tempo, quando si andava anche solo per il gusto di farlo senza nemmeno agognare la pancia piena di caldarroste o di altre prelibatezze affini e quella raccolta silvestre, per i più giovani, si trasformava puntualmente in una giocosa esplorazione di boschi e di monti. Forse è giusto così, i tempi cambiano e cambia la visione diffusa delle cose, le volontà, i gusti, i piaceri e le aspirazioni. E dunque, forse, che io trovi quelle selve sui monti di casa e le loro castagne abbandonate al suolo fin troppo immalincolenti è soltanto una mia idea esageratamente “nostalgica”. Chissà.

Il paesaggio “noioso” (?)

[Visioni alpestri domestiche, osservate infinite volte e sempre differenti.]
Non vorrei apparire troppo acido o irriverente, ma fatemi dire che quelle persone per le quali «un luogo è sempre uguale» ovvero un certo paesaggio li annoia perché l’hanno (avrebbero) già visto tot volte, penso siano tra gli individui più noiosi in circolazione, assolutamente.

Loro sì, noiosi. Non il paesaggio.

E non funge da attenuante il fatto che probabilmente, loro malgrado, non conoscano la differenza tra territorio e paesaggio: nulla cambia, sosterrebbero comunque le stesse cose.

Per proferire pensieri del genere tali individui non possono che aver soffocato ogni proprio stimolo alla curiosità per quanto hanno intorno e ogni capacità di percezione delle sue peculiarità. Non sanno più pensare al luogo, non lo concepiscono, non lo comprendono più, non pensano nemmeno a se stessi nel luogo, mentre probabilmente lo credono ovvero vi si relazionano come a un “bene” già consumato e dissipato. Dimostrano una gran sterilità di mente e d’animo, insomma, ergo appaiono d’una noia mortale.

Mi si sono generate in mente, queste impressioni, nel mentre che per la decimillesima volta vagabondavo per i monti sopra casa e mi ritrovavo di fronte uno dei loro “soliti” panorami, percependo l’altrettanto solita e sorprendente sensazione, nell’osservarlo, che lo vedessi per la prima volta. Perché mi sembra(va) sempre come “nuovo”, ogni volta differente da tutte le altre volte precedenti, con qualcosa da coglierci mai visto prima e in effetti è proprio così: il paesaggio cambia ogni volta che lo osserviamo, anche quando ci sembra sempre lo stesso e quando le condizioni ambientali nelle quali lo osserviamo sono (apparentemente) uguali ad altre volte: ma in verità non è affatto così, non è mai lo stesso.

Non lo è anche solo per il fatto che siamo cambiati noi che lo osserviamo e, in quel frangente, del paesaggio facciamo parte e vi interagiamo. Anche da un giorno con l’altro, oserei dire da un’ora all’altra. E deve essere così, necessariamente, perché se non cambiassimo noi così come effettivamente cambia il paesaggio – che si sia in grado di percepirlo, tanto o poco oppure per nulla – finiremmo per essere persone veramente noiose, già.