Venerdì 08/11, a Calolziocorte (LC), alla scoperta dei “paesaggi idroelettrici” del fiume Adda

[Le grandi dighe di Cancano II, in primo piano, e di San Giacomo nella Valle di Fraele, sopra Bormio: le prime che l’Adda trova lungo il proprio corso. Immagine tratta da www.amolavaltellina.eu.]
Venerdì 8 novembre, alle ore 20.45, sarò a Calolziocorte (Lecco) presso l’aula magna dell’Istituto Superiore “Lorenzo Rota” insieme all’amico e “collega di pennaRuggero Meles per guidarvi “Dalle montagne alla pianura: i paesaggi idroelettrici dell’Adda”, incontro con ingresso libero organizzato dal gruppo CulturaInsieme per la rassegna “I venerdì dell’ambiente” e moderato da Sara Valsecchi, ricercatrice dell’Irsa – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR.

Presenterò il mio libro “Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” contestualizzandone i contenuti alla realtà idrografica dell’Adda, il principale fiume lombardo, che lungo il proprio corso e dei suoi immissari dalle Alpi al Po alimenta innumerevoli opere idroelettriche, dalle grandi dighe alpine alle traverse fluviali fino alle derivazioni per usi domestici, agricoli e industriali.

Con Meles, che in veste di autore per il magazine “Orobie” ha curato lo scorso anno una serie di reportage ad alcuni dei più significativi impianti idroelettrici lombardi, guideremo letteralmente il pubblico in un viaggio lungo il corso dell’Adda tanto affascinante quanto emblematico, scoprendo con l’aiuto di numerose e suggestive immagini le peculiarità dei paesaggi idroelettrici che contraddistinguono il bacino del fiume e riflettendo sul presente e sul futuro della risorsa acqua, che la realtà climatica e ambientale in divenire rende quanto mai preziosa per tutti noi e ancor più per la Lombardia, la regione più popolosa, industrializzata e antropizzata d’Italia.

[La diga di Olginate (Lecco), posta appena a valle del Lago di Como, tra le principali traverse fluviali lungo il corso dell’Adda.]
Durante la serata, per chi lo desidera, il libro “Il miracolo delle dighe” sarà acquistabile.

Dunque, vi aspetto/aspettiamo: se siete di zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente (no, qui il clima non c’entra!) a partecipare. Sarà una serata veramente interessante e coinvolgente, ve lo assicuro.

P.S.: ringrazio molto Michelangelo Morganti, amico e a sua volta ricercatore del CNR, per avermi coinvolto nell’iniziativa.

Lo sci surreale (a Livigno e non solo lì)

La pratica dello sci nella realtà attuale sottoposta agli effetti del cambiamento climatico, sempre più spesso assume connotati surreali, pure al netto dei discorsi relativi al suo impatto ambientale, alla sua sostenibilità o alle ricadute economiche. Ne scrivevo al riguardo già qualche giorno fa, su “L’AltraMontagna” e qui.

Caso ennesimo al riguardo è l’anello della pista di fondo allestito a Livigno grazie allo snow farming, la neve conservata durante l’estate sotto i teli geotessili che ne hanno parzialmente impedito la fusione. Ne ha segnalato (si veda lì sopra) l’apertura sulle sue pagine social Michele Comi, guida alpina della Valmalenco e caro amico, ponendo la sarcastica domanda: «Neve bianca o neve nera?».

Anch’io ieri sono andato a recuperare (qui) le immagini delle webcam della zona, e la situazione alle 13.10 era questa:

Ora: non discuto che sia un piccolo anello aperto solo per gli atleti che si devono allenare, che sia stato fatto con la neve dello snow farming, e nemmeno che si “tenti” di sciare con temperature ben oltre la media stagionale e che nei prossimi giorni pare saliranno a più di 15° – a Livigno, 1800 m di quota, il “piccolo Tibet d’Italia”! – e tutto quanto di correlato. Discuto invece quelli che esaltano una cosa del genere e consentono ai gestori del marketing livignasco di potersene vantare e farne ulteriore materiale per l’immagine della località – così come accade per quelle altre stazioni sciistiche che aprono piste di neve tecnica stese su prati totalmente privi di neve, d’altro canto: il principio è lo stesso. Ma quale immagine dà Livigno di se stessa in questo modo? Quale idea di montagna fornisce, quale contributo dà all’anima del luogo e alla sua identità se non un’immagine, appunto, del tutto surreale che poco o nulla a che vedere con la vera montagna?

Sia chiaro, il problema non è Livigno: queste cose potrebbero accadere (e accadono) anche altrove, la questione nel principio non cambia. Parimenti, il problema non è di natura ambientale ma soprattutto è culturale.

Peraltro, tale situazione appare surreale anche per come viene recepita da sempre più persone: basta leggere i commenti sulle pagine social che hanno vantato l’apertura della pista nonostante la totale assenza di neve naturale e di temperature adatte (legittimamente, dal loro punto di vista): la gran parte criticano quando non denigrano l’iniziativa e ben pochi l’approvano. Dunque, ripeto: veramente Livigno ne guadagna da cose del genere, oppure si illude che sia così ma in realtà sta solamente – e inconsapevolmente? – preannunciando la propria prossima (cioè tra non molti anni) decadenza turistica?

Infine, ribadisco pure le due domande fondamentali che sorgono spontanee da questi episodi: è ancora “montagna” questa? Ed è la “montagna” che veramente vogliamo?

Il filo rosso che lega due luoghi alpini lontani, ma vicini

Sopra, una veduta del Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta; sotto, uno scorcio del Lago Bianco al Passo di Gavia, in Lombardia.

Due luoghi alpini emblematici, piuttosto lontani tra di loro ma che si sono ritrovati vicini – molto vicini – nella potenziale sorte che li minaccia, entrambi messi nel mirino della più scriteriata e distruttiva speculazione turistica: il primo con il progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski, il secondo con i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste di Santa Caterina Valfurva.

Minacce differenti nella forma (la prima più sfacciata, la seconda più subdola) ma entrambi a loro modo devastanti nella sostanza: per fortuna, i lavori al Passo di Gavia sono stati fermati dall’azione appassionata ed efficace del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che è riuscito a farli stralciare e a sospendere il cantiere, ottenendo garanzie sulla rinaturalizzazione del territorio distrutto dal cantiere; un comitato altrettanto fervido e attivo è da tempo al lavoro per fermare anche il progetto nel Vallone delle Cime Bianche, preservandone l’unicità ambientale e paesaggistica per quella regione delle nostre Alpi.

A breve i due luoghi saranno emblematicamente uniti anche da una bellissima cosa che li accomunerà e accosterà il lavoro di chi li ha e li sta difendendo, un’occasione prestigiosa e forse unica, mai accaduta prima. Ve ne parlerò presto (se già non ne avete avuto notizia), nell’attesa che il Vallone delle Cime Bianche e il Lago Bianco del Gavia siano accomunati anche dal definitivo lieto fine delle loro sconcertanti vicende.

Come disse il grande John Muir, «non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»: dobbiamo unire le forze contro chi si palesa talmente cieco da non vedere e non capire la bellezza assoluta delle nostre montagne e le loro valenze fondamentali, arrivando a pensare di poterle distruggere per mera speculazione e brama di profitto. Non è questo lo sviluppo di cui hanno bisogno le nostre Alpi ma è la loro condanna, non dimentichiamocelo: è “roba nostra”, patrimonio di tutti noi, lasciarcelo distruggere in questi modi sarebbe veramente un’idiozia assoluta.

P.S.: trovate qui tutti gli articoli che ho dedicato alla causa di difesa del Vallone delle Cime Bianche, mentre gli articoli scritti sulla vicenda del Lago Bianco li trovate qui.