Roberto Calasso

[Immagine tratta da “Informazione.it“, l’articolo originario è qui.]
Roberto Calasso era “la” letteratura di qualità in Italia, ovvero la figura di più nobile riferimento e di più virtuoso esempio nel panorama editoriale nazionale, colui al quale veniva da pensare, più che ad altri (senza togliere nulla a nessuno, ovviamente), quando c’era da porre in relazione “letteratura” (e libri, e lettura) con “cultura”: un aspetto originariamente scontato ma negli ultimi tempi venuto sempre più a svanire. Calasso invece, da avveduto capitano della sua Adelphi, aveva sempre saputo mantenere la barra del timone editoriale ben dritta anche in mezzo a certi recenti e agitati flutti che il settore ha registrato e subìto, sia dal punto di vista commerciale che della qualità letteraria.
Raro esempio (in Italia) di fondatore, proprietario – cioè maggior azionista – e editore della propria società – che si identificava in lui così come Calasso si identificava in Adelphi, non solo dal punto di vista dell’immagine – è stato parimenti un colto e raffinato autore, latore di una “cultura del libro” a tutto tondo di antico e fiero lignaggio tanto quanto di emblematico e paradigmatico valore contemporaneo e futuro.

Ora che Roberto Calasso non c’è più, e che con la sua assenza il panorama editoriale italiano si ritrova senza un punto di riferimento importante se non indispensabile per la sua stessa fondatezza, se così posso dire, c’è solo da augurarsi che la parte di lui che quaggiù rimane, memoria, esperienza, retaggio e spirito di una vita intera da editore, la sua Adelphi, sappia continuare lungo la rotta così magistralmente tracciata da Calasso e fino a oggi percorsa in modo tanto lodevole oltre che, da oggi, ancor più necessario.

La wilderness e i panda, sulle Alpi

[Foto di Vincentiu Solomon da Unsplash.]
Trovo la fotografia qui sopra pubblicata, che riproduce la massima vetta delle Dolomiti, la Marmolada con il suo ghiacciaio (assai sofferente, ahinoi) vista da Nord, non solo bellissima ma anche assolutamente significativa. Perché ammirata così, a prima vista, sembra rappresentare un paesaggio d’alta montagna emblematico nel suo genere, selvaggio, incontaminato, magari anche inospitale, all’apparenza, comunque un’immagine di grande e invitta potenza naturale al punto che facilmente si potrebbe associare alla definizione di «wilderness», per come viene intesa e utilizzata comunemente (al proposito ne ho disquisito qui).

Certamente la Marmolada è montagna autentica, non serve dirlo, e l’immagine che vi sto proponendo non lascia dubbi al riguardo. Tuttavia, se la si ingrandisce – la pubblico in grande formato appositamente, cliccateci sopra – e si scandaglia con un minimo di attenzione visiva, si possono scoprire innumerevoli segni antropici, grandi e piccoli, poco o tanto evidenti e più o meno modificanti la porzione di territorio in cui si trovano. Nell’immagine sottostante li ho indicati con le frecce gialle – ma può ben essere che qualcuno dei manufatti umani presenti e ritratti mi sia sfuggito, mentre altri occupano ben più spazio di quello identificato dalle relative frecce. Potete facilmente constatare quanti siano (clic per ingrandire):

In questa porzione di spazio montano la “territorialiazzazione” – come si dice in tali casi, ovvero la strutturazione (e conseguente infrastrutturazione) del territorio e la sua messa al servizio di un certo uso funzionale dello stesso di natura socioeconomica – è prettamente determinata dal turismo invernale dello sci. E se sul vasto e geograficamente tribolato versante della Marmolada i manufatti antropici devono necessariamente relazionarsi con la sua morfologia (oggi anche più che in passato posto il forte ritiro del ghiacciaio, ancora il più vasto delle Dolomiti ma più che dimezzato rispetto a pochi decenni fa e il cui disfacimento destabilizza il versante), la quale inesorabilmente ne limita entità, materialità e quantità, il versante Nord del settore ritratto della catena del Padòn – la cresta montuosa in primo piano – è completamente lavorato dall’uomo al fine di adattarlo alle esigenze del comprensorio sciistico qui presente, salvo ovviamente le porzioni maggiormente scoscese.

Sia chiaro: con ciò non voglio affermare che ci sia qualcosa di sbagliato in tale realtà montana, almeno non nella forma (la sostanza la si può discutere quanto si vuole ma non qui, ora). Voglio invece rendere chiaro, grazie all’immagine in questione, come praticamente tutta la catena alpina sia stata in qualche modo antropizzata, modificata e reificata dall’uomo, anche quelle parte che all’apparenza ci sembrano le più selvagge, difficili, inospitali. E ciò da secoli, non da ieri, anche se in modo crescente e più impattante con l’avvento dell’era contemporanea. Sulla Marmolada e sui monti limitrofi, parte di un territorio alpino da centinaia d’anni antropizzato prima per ragioni di sussistenza quotidiana e oggi, maggiormente, per scopi economico-turistici, questa realtà risulta particolarmente evidente, tuttavia, ribadisco, non esiste quasi porzione di Alpi che non abbia subìto qualche forma di intervento umano, minima e inintelligibile ai più oppure più lampante e caratterizzante il paesaggio in loco.

Tutto questo rende il termine «wilderness» quanto mai fuori luogo sulle Alpi (come i panda, già: ecco il sensoironico del titolo di questo articolo), la catena montuosa più antropizzata del pianeta, anche se si può “capire” l’uso propagandistico di esso a scopo turistico. Ma se le Alpi presentano un’impronta antropica secolare ormai assimilata nei loro territori, e se ciò determina tutt’oggi il senso e la sostanza della relazione culturale e antropologica che possiamo (e dobbiamo) mantenere con essi, questa realtà rappresenta pure il contesto materiale entro cui coltivare la dovuta, indispensabile responsabilità che tutti noi abbiamo/dobbiamo avere verso le Alpi, verso un territorio così fondamentale per la parte di mondo in cui viviamo. Una responsabilità che è manifestazione di consapevolezza del valore assoluto delle montagne alpine ovvero della loro grande bellezza così come della delicatezza e del fragile equilibrio sul quale si sviluppa quella nostra relazione con esse. Pensare alle Alpi come a un territorio “selvaggio” e “incontaminato” di default, ovvero perché in questo modo dall’immaginario diffuso al riguardo da due secoli a questa parte ci viene presentato (anche al netto degli scopi turistico-commerciali), rappresenta una notevole ingenuità che non solo non ci fa comprendere il valore storico autentico della catena alpina (e parimenti tutta la sua insuperabile bellezza) ma produce terreno fertile per l’antropizzazione più violenta, invasiva, inquinante e degradante, la quale appunto si nasconde dietro pretese di «wilderness» alpina del tutto infondate per giustificare un nuovo intervento in più, poi un altro, poi un altro ancora e poi ancora e così via, fino al profondo depauperamento del valore culturale, antropologico e identitario delle montagne alpine, con relativi danni riprovevoli e difficilmente rimediabili.

Invece, e forse più che per altri territori antropizzati, si può dire che se le Alpi con la loro severa geografia condizionano in quasi ogni aspetto vitale la presenza dell’uomo, l’uomo può condizionare il valore del paesaggio alpino in maniera profonda e per questo delicatissima ma pure, potenzialmente, virtuosa come non mai. È sui monti che la relazione tra uomini e montagne può trovare un equilibrio e un’armonia realmente benefiche per il futuro dei territori in quota (e non solo per essi) a fronte di fin troppi episodi di segno opposto messi in atto nel passato. Bisogna farsi “montagna”, per così dire, una volta per tutte: come abbiamo lasciato nel tempo la nostra impronta sui monti, dobbiamo lasciare che i monti imprimano la loro impronta nel nostro animo, così che il bene nostro possa essere quello dei monti e di chiunque altro o qualsiasi altra cosa e ciò mettendo in atto qualsivoglia opera, la quale risulterà finalmente armonica e contestuale al territorio montano.

In fondo è una semplice questione di buon senso alpino, da perpetrare nel presente verso il futuro con umanissime sensibilità e consapevolezza. Una questione semplice, già, tanto quanto ineludibile.

 

Quelli contro il “Green Pass”

Che poi, la cosa che fa più ridere, di quelli che scendono nelle piazze contro il “Green Pass”, le restrizioni, gli obblighi vaccinali e tutto il resto di affine gridando «Li-ber-tà! Li-ber-tà! Li-ber-tà!», è che nel mentre che sfilano e si radunano e riprendono con lo smartphone ciò che stanno facendo e riprendono se stessi e si fanno selfie che pubblicano sui social media (ovviamente ce ne sono anche nella foto qui sopra, tratta da questo articolo di “Open”) e chattano a destra e a manca coi loro sodali e poi se ne tornano al parcheggio dove hanno lasciato l’auto e lo pagano con la carta di credito e poi prendono l’autostrada con il Telepass e magari se ne tornano a casa di corsa mettendosi davanti alla tivù sperando di essere stati ripresi dalle telecamere dei TG oppure controllando quanti «Mi piace» hanno raccolto i loro post su Facebook e Instagram, ecco, facendo tutto questo e senza contare le altre cose quotidianamente similari, quelli – se si vuole restare sul loro stesso piano di “ragionamento” – mettono a repentaglio e limitano la loro “libertà” ben più che qualsiasi passaporto e prescrizione restrizione di sorta, dimostrando per giunta tutta la loro inguaribile attitudine all’asservimento più inerte e inetto, oltre che pernicioso – per gli altri, in primis.

E la cosa divertentissima è che tutto ciò se lo fanno da soli!

Posto poi, gli stessi individui, magari invocare al primo fatto di cronaca le immagini delle telecamere di sicurezza che riprendono le vie pubbliche, quelle stesse telecamere che hanno ripreso e registrato la loro presenza nelle strade (parimenti a chissà quanti altri smartphone nelle mani di ignoti) nel mentre che urlavano «Li-ber-tà! Li-ber-tà! Li-ber-tà!»

Be’, non sembra quasi uno dei più folli sketch dei Monty Python?

Eh, la “libertà”. Proprio (clic).

Conservarsi estranei

Per realizzare qualcosa di profondamente personale bisogna mancare di qualcosa considerato socialmente normale. Beethoven dovette attendere di diventare sordo per comporre la Nona e altre delle sue opere più eccelse. Occorre accettare in sé qualche diversità per riuscire a convogliare energie e motivazioni verso opere che esprimano davvero la nostra particolarità e vocazione. Io da ragazzo esageravo, ma non ho motivo di rinnegare quella propensione. Basta a volte conservarsi estranei a mode da poco, ma pervasive della società, o restare fedeli a limiti quasi insignificanti, per radunare forze e doti che aprono vie importanti.

(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.234.)

Queste parole di Franco Michieli (da un libro del quale a breve potrete leggere la personale “recensione”) mi ricordano quelle di un altro grande personaggio certamente affine per molti aspetti a Michieli (e, mi permetto, allo scrivente) ovvero Henry David Thoreau, che nei suoi diari, alla data del 19 gennaio 1841, scrisse: «Quando incontro qualcuno dissimile da me, mi riconosco completamente nella dissimiglianza. Io sono, in quanto differisco dagli altri.» (da Vita di uno scrittore (I Diari), a cura di Biancamaria Tedeschini Lalli, Neri Pozza, Vicenza, 1963, pag.34).

Già, la “diversità” – che si potrebbe anche definire la personalità – è una dote assai preziosa, ancor più nel mondo iper-omologato e conformista dacché conformato di oggi. Preziosa anche perché parecchio rara.

Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.