Si dice che gli svizzeri si compiacciano di raccontare una storiella del genere: uno svizzero si trovò al cospetto di Dio. “Che cosa desideri?” chiese Dio. “Vorrei le belle montagne bianche, i laghi e molta neve” rispose lo svizzero. Dio, con un gesto della mano, fece apparire le montagne, i laghi e la neve, e disse: “Ma non puoi vivere di questo! Ti concedo di esprimere un altro desiderio. Bada a che sia più pratico!”. “Bene, vorrei una vacca”. La vacca comparve immediatamente. Lo svizzero la munse e offrì un bicchiere di latte a Dio. “Sei un brav’uomo, mio caro svizzero!” disse Dio, “Tutti gli altri prendono quel che do loro e se ne vanno, ma tu sei stato il solo che abbia pensato a me. Ti do la facoltà di esprimere un terzo desiderio. Che cosa vorresti?”. “Un franco e venti centesimi per il latte!”
Questo è un brano tratto dal mio libro Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00
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Oggi è la Festa Nazionale Svizzera, la Confederazione Elvetica “compie” 734 anni. Un compleanno che non posso non festeggiare ogni 1 di agosto, puntualmente.
[Foto tratta da it.pngtree.com/.]Per i miei vari impegni mi ritrovo sempre più spesso a viaggiare in auto sulle strade del nord Italia, sia lungo le arterie autostradali che sulle strade che si immettono nelle valli alpine, e in modo altrettanto crescente mi ritrovo bloccato nel traffico che ingolfa ormai ovunque la rete viabilistica nazionale in orari diurni, non solo attorno alle grandi città. È una situazione ormai insostenibile, per molti versi assurda (a volte vedere strade con tre o quattro corsie per carreggiata totalmente occupate da veicoli fa pensare alla scena di qualche film catastrofista, non all’ordinaria quotidianità), e lo diventa maggiormente e in modi viepiù irritanti quando si sente la classe politica proporre, come “soluzione” a questa situazione, la realizzazione di ulteriori nuove strade, sia in pianura che nelle vallate alpine.
Ma ormai lo sanno anche i sassi che qualsiasi nuova strada, in mancanza di una gestione territoriale strutturata a lungo termine del traffico e del movimento di veicoli, integrata con quella del trasporto pubblico, diventerà in breve un’ennesima strada bloccata dal traffico, dunque pure un’altra fonte di consumo di suolo nonché di grave inquinamento acustico e dell’aria! Da mezzo secolo esiste un principio matematico che lo dimostra, il Paradosso di Braess, dal nome dello scienziato che lo rese noto nel 1968, il quale conclude che:
Un’estensione della rete stradale può causare una ridistribuzione del traffico che si traduce in singoli tempi di esecuzione più lunghi.
Cioè percorrenza più lenta, ovvero maggior traffico.
Ma come fa la classe politica a non capirlo?
Una risposta ce l’avrei ma non voglio rischiare querele da qualche rappresentante istituzionale, di quelli che invece spingono a spron battuto sulla realizzazione di nuove strade nonostante quanto ho appena rimarcato e fregandosene del parere totalmente contrario della popolazione dei territori interessati. Un caso attuale assai emblematico è quello relativo alle nuove tratte della Pedemontana lombarda, che sta distruggendo terreni e boschi nella regione già più trafficata, cementificata, inquinata e insalubre d’Italia e, di contro, dotata di una delle reti di trasporti pubblici locali più malmessa e peggio gestita:
Già, perché ai signori politici giammai viene in mente di investire il denaro pubblico, invece che in nuove assurde strade, nel potenziamento nella suddetta rete di trasporti pubblici, nell’intermodalità logistica, nel portare la gran parte del trasporto di merci dalla gomma (ma ci fate caso a quanti TIR circolano sulle nostre strade?) alla ferrovia, nella mobilità sostenibile, nel migliorare la vivibilità dei territori attraversati dalle grandi arterie stradali…
No, pensano solo a costruire nuove strade, quelli. Che, posta la realtà delle cose, è una soluzione al traffico insostenibile pari a quella che, se una nave imbarca acqua dalle falle nello scafo, invece di tappare quelle falle le si potenzia i motori pensando che, facendola andare più veloce, l’acqua non abbia il tempo di entrarci dentro. Invece non si fa altro che accelerarne l’affondamento.
[L’autostrada BreBeMi, una delle opere più fallimentari mai costruire in Italia.]Per giunta, oltre al danno la beffa. L’autostrada BreBeMi, una delle ultime grandi arterie stradali costruite in Lombardia, incensata dalla politica come la “soluzione definitiva” ai problemi della ipertrafficata autostrada Milano-Bergamo-Brescia, ha ormai accumulato debiti per oltre due miliardi di Euro.
Due-miliardi-di-Euro. Già. Dei quali cinquanta milioni nel solo anno 2024, quale perdita inscritta in bilancio. Senza contare gli altri problemi che ha, persino peggiori.
E chi credete che li dovrà ripianare, prima o poi? Qualche magnanimo supermiliardario? Il lascito di qualche vecchia nobildonna? Quei politici che l’hanno voluta e ne hanno glorificato le doti, di tasca loro?
Ovviamente no, nessuno di questi, gli ultimi citati in particolar modo. E la risposta esatta la sapete, la sappiamo tutti.
Riprendo e continuo la mia donchisciottesca “battaglia contro i mulini a vento” della meteorologia mainstream (uso questa definizione per differenziarla dagli istituti meteorologici seri e meno inclini al clickbait).
Ecco tre cose da mettere in atto, a mio parere, al fine di poter ritenere ancora credibili tali servizi meteo mainstream:
Le previsioni del tempo tornino a essere tali ovvero una previsione, cioè una supposizione, un’ipotesi, una possibilità per nulla certa, salvo rari casi, che le condizioni meteo siano di un certo tipo e non di un altro, e ciò sia chiaramente evidenziato. Che non siano più un mero pontificare meteorologico come spesso appaiono e certi servizi meteo pretendono che siano.
Posto il punto 1, che le “previsioni del tempo” siano diffuse con l’uso di forme verbali al condizionale. «Domani potrebbe piovere», non «domani pioverà». Primo, perché l’imprecisione e l’inaffidabilità di molti bollettini meteo rende quei verbi indicativi al presente o al futuro incongrui; secondo perché il condizionale, oltre a essere più coerente, educa le persone a non affidarsi ciecamente alle previsioni e al contempo va pure a vantaggio (o a tutela) degli stessi servizi meteo.
Sia decisamente disincentivata la diffusione delle previsioni del tempo che vadano oltre le 48 ore: sono illogiche e inaffidabili oltre che antiscientifiche. Ancor peggio quella delle tendenze («Come sarà la prossima estate?»), vera e propria invenzione da rotocalco di costume del tutto infondata che infatti spesso diventa autentica panzana. Un servizio meteo che si dice serio e vuol mostrarsi affidabile si dovrebbe rifiutare di diffonderle.
[Una cosa parecchio frequente: le previsioni del tempo in TV annunciate da bellissime ragazze in abiti sexy. Un po’ come rimarcare che, siccome le previsioni saranno facilmente errate, almeno il fatto che sia una bella ragazza a proferirle rende il tutto meno innervosente – alla faccia delle convenzioni di genere, già!]Una cosa da attuare da parte di noi tutti, infine: al netto della scelta personale di non seguire più certe previsioni del tempo (che qui non posso sostenere ma solo perché non sta bene farlo), dovremmo recuperare quelle conoscenze tanto spicciole quanto profonde in grado di farci interpretare i segni e del cielo della Natura riguardanti l’evoluzione meteorologica. Spesso più dei (presunti) supercomputer dei servizi meteo, le previsioni le azzeccano certi vecchi adagi popolari, tanto vernacolari quanto basati sull’esperienza di secoli e la conoscenza dei luoghi e delle loro caratteristiche geografiche e naturali, dunque localmente più validi. D’altro canto, le informazioni al riguardo ci possono venire da innumerevoli elementi dell’ambiente naturale d’intorno, dalle nubi in cielo, dagli animali, dai venti, da certi fiori… semplicissime nozioni da libro delle elementari ma sovente parecchio attendibili: per leggerle e comprenderle bastano un minimo di conoscenza e un altro minimo di sensibilità e di curiosità verso la Natura. Niente di più.
Infine, se per una volta vi prendete una bella lavata per colpa d’un acquazzone imprevisto, be’, che sarà mai? Quante volte l’avrete presa nonostante i bollettini meteo letti sui social o visto in TV non lo prevedevano? E dunque, che cambia? Per giunta, se il fenomeno non è troppo intenso (ma questo è un altro discorso, ovviamente), il mondo naturale è bellissimo e affascinante anche sotto la pioggia o comunque in condizioni di “brutto tempo”, come ho ribadito tante volte. Basta coltivare un po’ di giocosa sensibilità in più e un tot di greve lamentosità in meno mantenendo sempre attivo il buon senso. E, nel caso, vedrete che della continua e a volte compulsiva visione dei bollettini meteo ne sentirete molto meno il bisogno. Ecco.
P.S.: se cliccate qui trovate un tot degli articoli da me scritti in passato a proposito di “previsioni (sbagliate) del tempo”.
(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 23 maggio 2025.)
[Il Monte San Salvatore visto dal lungolago di Lugano. Foto di Walter Kärcher da Pixabay]Una delle montagne più famose delle Alpi, e della Svizzera in particolar modo, è anche una… delle più basse! È il Monte San Salvatore, in Canton Ticino, alto solo 912 metri ma la cui vicinanza con la città di Lugano, fin dai tempi del Grand Tour meta di viaggiatori e turisti ante litteram, nonché l’imponenza nel paesaggio luganese e del Ceresio, l’ha reso celeberrimo. Soprannominato il “Pan di Zucchero” di Lugano, stante la sua somiglianza con la nota montagna di Rio de Janeiro, e sempre più visitato dai turisti che giungono in Ticino (nel 2024 con la funicolare sono saliti sul monte 255mila persone e nel 2022 ha viaggiato il 19milionesimo passeggero della sua storia, senza contare chi vi giunga a piedi lungo uno dei tanti sentieri) il San Salvatore oggi è compreso nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale della Svizzera anche in forza del suo peculiare paesaggio culturale: «Malgrado la chiara vocazione turistica e la città che avanza ai suoi piedi, il Monte San Salvatore conserva un carattere prevalentemente naturale e i pochi elementi culturali risultano isolati e spesso celati dal fitto manto boschivo», come segnala la giustificazione del titolo di “Sito di importanza nazionale”.
Proprio in tema di paesaggio culturale, il Monte San Salvatore possiede anche una grande importanza storica nello sviluppo del turismo: l’apertura nel 1890 della funicolare che raggiunge la vetta, uno dei primi impianti del genere nelle Alpi, ha contribuito a sviluppare un fenomeno fondamentale per la frequentazione turistica delle montagne, che oggi viene dato per scontato e ovvio ma che un tempo non lo era affatto: la panoramicizzazione del paesaggio. Un fenomeno che ha cambiato radicalmente la prospettiva non solo visiva ma pure culturale del turismo montano, determinandone profondamente l’immaginario collettivo.
In effetti sulle montagne, anche prima dell’avvento dell’alpinismo e al netto di leggende superstizioni varie che sulle vette piazzavano draghi e demoni, ci si è sempre saliti. Il Monte San Salvatore è stato meta di pellegrinaggi fin dal Duecento: dalla stessa epoca è attestata la presenza di una cappella votiva sulla vetta, dove ora sorge la caratteristica chiesetta dedicata al santo che ha dato il nome al monte. Certamente chi giungeva sulle vette alpine si soffermava a guardarsi intorno e a osservare cosa vi fosse al di sotto, ma probabilmente non elaborava la sua visione attraverso il concetto di “panorama”, che derivò da quello di “paesaggio” nato solo nel Cinquecento grazie alle opere dei pittori fiamminghi – detti poi paesaggisti, appunto. D’altro canto anche il “panorama” inteso come rappresentazione pittorica del paesaggio solitamente posta su una superficie circolare, che a sua volta contribuì a elaborare il concetto, nacque a fine Settecento e su diffuse nel corso del secolo successivo, guarda caso in contemporanea con la nascita dell’alpinismo come attività ludica. Qualche decennio dopo, grazie al progresso tecnologico, si cominciarono a costruire le prime funicolari: quella del Vesuvio, aperta nel 1882, fu la più antica tra quelle ascendenti un monte, ma l’impianto del San Salvatore avrebbe potuto precederla se la sottoscrizione aperta nel 1870 (per giunta da un intraprendente locandiere fiorentino, tale Stefano Siccoli, che gestiva la modesta osteria esistente in vetta) al fine di raccogliere fondi per la sua realizzazione avesse avuto successo. Così non fu, e la funicolare si poté aprire solo vent’anni dopo.
[La vetta del Monte San Salvatore con la città di Lugano e il ramo orientale del lago in versione diurna e crepuscolare.]In ogni caso, proprio grazie a questi impianti all’epoca futuristici che consentirono a chiunque di raggiungere le vette di un numero crescente di montagne, il “panorama” divenne non più solo una nuova modalità di visione del paesaggio ma pure un’attrazione turistica, un buon motivo per raggiungere le sommità montane per scopi ricreativi… [continua su “L’AltraMontagna”, cliccate qui sotto:]
Come ho scritto in questo articolo del blog, il 19 marzo scorso a Formazza è stata presentata la “Carta dei Valori Walser”, un documento nato dal lavoro delle comunità Walser italiane, oggi riunite nell’associazione Südwalserverein, con il quale viene elaborato un nuovo approccio al rispetto del territorio alpino (afferente alla zona di residenza delle comunità walser ma non solo) ed al rapporto tra turismo e comunità residenti.
La Carta non è soltanto un documento che contiene considerazioni, princìpi e proposte di notevole valore per il presente e il futuro delle montagne che la secolare cultura Walser, forte della propria storia, offre a beneficio di tutte le comunità alpine, ma rappresenta pure una lettura bellissima, profonda pur nella necessaria sintesi dei temi toccati, balsamica e illuminante per chiunque ami le terre alte e abbia a cuore il loro futuro.
Della Carta, che tra le altre cose punta a garantire un’esperienza indimenticabile ai visitatori/ospiti ed un futuro sostenibile all’ambiente montano e ai suoi abitanti, ne ho parlato per “L’AltraMontagna” con il fotografico, scrittore, padre del “Sentiero Italia”, “collega” nell’Officina Culturale Alpes e, in questo caso, curatore della “Carta” Riccardo Carnovalini:
Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. Le fotografie in testa al post, ove non diversamente indicato, sono di Riccardo Carnovalini.