Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.
Giovanni Orelli, meraviglioso cantore della civiltà alpina – della sua Svizzera italiana ma non solo – e il cugino Giorgio Orelli, poeta mirabile e narratore intrigante. Trovate alcune delle loro opere tra le mie “recensioni“. Leggeteli entrambi, se non l’avete mai fatto: sono certo che appassioneranno anche voi.
[Veduta di Riale, la frazione più settentrionale del comune di Formazza. Foto di Ruggero Domenichini su Unsplash.]Oggi 19 marzo a Formazza, nell’omonima valle delle Alpi Lepontine (provincia del Verbano-Cusio-Ossola), viene presentata la Carta dei Valori Walser, un documento che costituisce un nuovo ed importante riferimento per la salvaguardia delle Alte Terre, un elenco di indicazioni e riflessioni che prende spunto dalla storia del popolo Walser ed è rivolto a chi si avvicina alla montagna e a chi già vive in montagna e di montagna.
Realizzata dall’Associazione Sudwalserverein – Walser del Sud delle Alpi, che riunisce le associazioni culturali delle Comunità Walser piemontesi di Formazza, Premia, Baceno, Macugnaga, Campello Monti, Rimella, Carcoforo e quelle valdostane di Gressoney-Saint-Jean e Gressoney-La-Trinité, e curata da Riccardo Carnovalini, la Carta rappresenta a mio parere una meravigliosa e esemplare attestazione di attenzione, consapevolezza, sensibilità, cura, visione e amore non solo verso i territori montani storicamente abitati dalla comunità Walser italiana ma nei confronti di tutte le nostre montagne, condensata in un documento composto da «10 riflessioni e qualche suggerimento per vivere e salvaguardare i territori montani prendendo spunto dalla cultura e dalla storia Walser».
Come si legge nella presentazione della Carta, è un decalogo pensato per abitanti e ospiti, dove l‘ospite è sia colui che accoglie e sia chi viene accolto. Ecco perché, in alcuni punti della Carta, le comunità e gli ospiti sono affiancati, in un “botta e risposta“ che coinvolge entrambi per un futuro in cui ambiente, cultura ed economia convivano armoniosamente.
[Veduta di Ponte, nucleo principale del comune di Formazza. Immagine tratta da www.distrettolaghi.it.]La Carta dei Valori è il frutto di 7 incontri delle Comunità Walser, oltre 20 ore in presenza e online, con la partecipazione di 200 persone e 2000 chilometri condivisi: l’esito di un lavoro collettivo di raccolta di idee, stesura, revisione e messa a punto perché possa accogliere e rappresentare la visione di tutte le Comunità – rappresentando a sua volta, aggiungo io, il risultato concreto dell’interlocuzione costante tra gli abitanti della montagna che risulta la base fondamentale per la miglior gestione possibile delle terre alte nella realtà in divenire, ovvero la manifestazione di quel senso di comunità in costante costruzione e evoluzione che come niente altro dà vita e vitalità alle nostre montagne, ovunque si trovino.
Con la Carta dei Valori – si legge invece nella premessa – le Comunità Walser che hanno a cuore il proprio futuro vogliono contribuire a salvaguardare il patrimonio culturale e paesaggistico originato nel XIII secolo dalle migrazioni progressive dall’alto Vallese, e arrivato fino a oggi con l’importante ricchezza delle conoscenze e dei valori che sono tuttora attuali e utili per affrontare le sfide del nostro tempo.
[Il paragrafo 05 della Carta. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Non è un ritorno al passato, non più riproducibile né auspicabile nella realtà di oggi, ma è la cultura Walser che diviene guida per il riconoscimento dei limiti ambientali e degli equilibri col territorio, e per le qualità e le aspirazioni delle persone e delle Comunità.
Sono tanti i valori di fondo del passato Walserda coniugare col presente, tra i quali l’adattamento, la resistenza, la frugalità, il rispetto, la collaborazione, la cooperazione, la solidarietà, la familiarità, l’accoglienza, la responsabilità, la consapevolezza, la conoscenza, la creatività, la qualità, la durevolezza, la bellezza, la salvaguardia, la sostenibilità.
È necessario salvaguardare il patrimonio culturale e paesaggistico per il futuro delle Comunità Walser perché:
– è lo specchio della nostra identità e del modo di vivere ad alta quota, adattandoci in ambiente avverso e aiutandoci nelle difficoltà, tra una breve stagione buona e il lungo inverno di sopravvivenza con le scorte accumulate;
– contribuisce a contrastare lo spopolamento e a favorire la resilienza delle Comunità;
– preserva la biodiversità e la qualità delle valli;
– custodisce il nostro paesaggio storico, che è l’esito dell’armonizzazione tra esigenze umane e ambiente alpino;
– è fondamentale per lo sviluppo sostenibile che non esaurisce le risorse ed è in grado di generare economia di pace per le generazioni presenti e future;
– dà forma all’ospitalità delle terre Walser.
Ecco: intuirete già compiutamente quanto emblematica e illuminante sia la Carta dei valori, e quanto risulti esemplare per la capacità di indicare un’efficace strategia, ben radicata nel passato ma assolutamente contemporanea tanto quanto protesa al futuro, per la vita nelle terre alte e per il benessere armonico dei territori e delle genti che li abitano. Un modello prezioso da studiare, comprendere e al quale ispirarsi contestualizzandolo nel caso in ciascun territorio di montagna che voglia e sappia manifestare una simile sensibilità culturale, sociale, civica, politica, ambientale.
[La cascata del Toce, in località Frua. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Un documento di grandissimo valore, insomma. Ringrazio di cuore l’amico Riccardo Carnovalini che me lo ha fatto conoscere in anteprima e mi ha donato il privilegio di studiarne l’importanza facendone uno “strumento didattico” prezioso riguardo la realtà attuale e futura dei territori montani. Mi auguro che tale possa esserlo anche per moltissimi altri abitanti, residenti e frequentatori più o meno assidui, ma comunque appassionati e consapevoli, delle nostre montagne.
Per leggere e scaricare (in pdf) la Carta dei Valori Walser cliccate sull’immagine in testa all’articolo.
Il Monte Generoso rappresenta un elemento chiave del patrimonio territoriale del Cantone Ticino e del Mendrisiotto. Come Parco naturale riconosciuto a livello cantonale, svolge un ruolo fondamentale nel sistema delle aree protette. Oltre al suo valore naturale, il Generoso si distingue per la sua biodiversità, il paesaggio culturale unico, la riserva idrica per i comuni, l’importanza agricola e la forte attrattività turistica sia per i residenti che per i visitatori internazionali.
L’aggiornamento del piano si concentra sulla conservazione del delicato equilibrio tra natura e attività umane. Grande attenzione è rivolta al settore agricolo, considerato determinante per il mantenimento del paesaggio e del patrimonio culturale. Sostenere l’agricoltura locale rafforza anche l’attrattività del territorio per un turismo sostenibile.
Ciò che avete appena letto lo si trova nel progetto di revisione del Piano di Utilizzazione del Parco del Monte Generoso (PUC-PdMG), emanato qualche giorno fa dal Consiglio di Stato del Canton Ticino, in Svizzera.
Sono affermazioni balsamiche da leggere in un documento politico-amministrativo concernente un territorio di montagna, che delineano una visione programmatica assolutamente consona alla realtà e al tempo che oggi caratterizzano le nostre montagne – e dico nostre perché quelle affermazioni appaiono del tutto valide per qualsiasi contesto montano, al netto delle rispettive specificità geografiche e paesaggistiche.
Sia chiaro: il paradiso in Terra non esiste e nemmeno la “virtuosa” Svizzera è esente da critiche rispetto alla gestione di certe località montane e agli interventi lì realizzati (vedi Andermatt, per fare un esempio del quale ho scritto di recente, ma pure sul Monte Generoso il “Fiore di Pietra” ha fatto storcere il naso a qualcuno). Ma che nella Confederazione vi sia un’attenzione e una sensibilità diffuse ben maggiori nei confronti delle montagne rispetto a ciò che si riscontra al di qua del confine, sul versante italiano delle Alpi, è cosa fuori di dubbio.
A tal proposito cito un documento italiano recente, per molti aspetti assimilabile nella sostanza a quello svizzero: il “Patto Territoriale per lo sviluppo delle aree montane – Strategia locale per lo sviluppo integrato sostenibile della Valsassina” elaborato per l’area appena citata da Regione Lombardia (territorio le cui montagne formano il bordo occidentale di un’area di tutela ambientale, il Parco delle Orobie bergamasche). Poste le differenze di scopo, che nel documento lombardo è mirato alle aree che ospitano comprensori sciistici, nella parte di esso dedicata agli obiettivi generali a vantaggio del territorio interessato le poche parole spese al riguardo non hanno nulla dell’afflato programmatico consapevole e della sensibilità politico-culturale verso il territorio stesso che invece si coglie nel Piano svizzero.
[Veduta della Valsassina da Maggio. Foto di Paolo Bosca tratta da www.montagnelagodicomo.it.]Solo una questione di forma, di lessico o di comunicazione? Temo di no. Nel Piano svizzero è chiaro il riconoscimento giuridico-istituzionale del paesaggio con le sue peculiarità ambientali e il loro portato antropologico e culturale in genere; nel Patto italiano il paesaggio viene riconosciuto e considerato solo nella sua utilità rispetto agli interventi che vengono proposti. In pratica, sul Generoso si riconosce il valore del paesaggio, in Valsassina il paesaggio lo si mette a valore: in entrambi i dispositivi si usa e coniuga il termine “valorizzazione” ma con accezioni pressoché opposte.
Ovviamente quanto riporta il Piano svizzero non dà la garanzia assoluta che interventi di segno opposto possano essere realizzati, ma almeno mette nero su bianco alcuni paletti utili al riguardo che, ribadisco, nel Patto italiano in concreto non ci sono. E infatti tale Patto per la Valsassina contiene tra gli altri un intervento a dir poco assurdo, la realizzazione di una seggiovia con partenza da 1000 metri di quota, dove è ormai impossibile che possa nevicare ancora come un tempo. La prova di quanto ho affermato fino a qui, insomma.
Ecco, questo è quanto. Di “balsami lessical-istituzionali” sulle montagne italiane se ne trovano ben pochi, figuriamoci altre cose similmente balsamiche per il bene delle nostre terre alte, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Come sostengo sempre, si tratta innanzi tutto di una questione culturale prima che di altro, ed è forse proprio questa evidenza che la rende irrisolvibile, almeno al momento.
[L’ingresso sud della galleria autostradale del San Gottardo ad Airolo, in Canton Ticino. Foto di Grzegorz Jereczek da Gdańsk, Poland, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]Dalla Svizzera giunge un’ottima notizia – almeno dal mio punto di vista: nel referendum svoltosi ieri, l’elettorato elvetico ha respinto il progetto di estensione di sei tratte della rete autostradale proposto dal governo federale: per gli svizzeri non è la soluzione per far fronte all’aumento del traffico automobilistico, il che indirettamente significa che la Confederazione dovrà potenziare ancora più di ora il trasporto ferroviario, già oggi tra i più sviluppati del mondo.
In buona sostanza ciò che gli svizzeri hanno sancito con il proprio voto è ciò che è stato scientificamente stabilito più di mezzo secolo fa dal Paradosso di Braess, formulato dall’omonimo matematico tedesco nel 1968 (e costantemente confermato dagli specialisti del settore), il quale dimostra che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». Una decisione tanto più importante, quella Svizzera, in quanto molta parte della rete autostradale del paese si sviluppa nelle Alpi, con un conseguente notevole impatto sull’ambiente e sul paesaggio; d’altro canto il risultato del referendum di domenica rappresenta una conferma di ciò che già gli svizzeri stabilirono nel 1994 votando a favore dell’iniziativa popolare per la protezione delle regioni alpine dal traffico stradale di transito (“Iniziativa delle Alpi”). Un testo che «ha profondamente marcato la politica dei trasporti nella Confederazione che da allora, come detto, è imperniata sul trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia per quanto concerne i transiti attraverso l’arco alpino» come rimarca il sito di informazione “Swissinfo.ch”.
Quanto accaduto ieri in Svizzera (paese che, sia chiaro, non è certo il paradiso in Terra per alcune cose ma per tante altre sì, o quasi) rende se possibile ancora più discutibile, se non paradossale, ciò che avviene al di qua delle Alpi, in Italia, dove al problema della rete stradale sempre più intasata di traffico si pensa di sopperire soltanto con la costruzione di nuove strade e autostrade nel mentre che il trasporto pubblico su gomma e ferroviario, in primis quello locale, viene messo sempre più in difficoltà, continuamente privato di fondi, mal gestito, senza alcuna progettualità di sviluppo futuro e per ciò tagliato appena possibile ovvero soprattutto nei territori montani e nelle aree interne, guarda caso. Il tutto, ignorando gli allarmi e le proteste dei cittadini italiani, i quali non hanno nemmeno uno strumento referendario avanzato come quelli svizzeri per cercare di bilanciare l’inazione politica.
Ecco, detto ciò non credo ci sia molto altro da aggiungere al riguardo.
P.S.: mi sono già occupato altre volte della questione delle strade e autostrade alpine e del loro traffico, qui trovate alcuni articoli.