Il metodo più efficace per rendere “sostenibile” ogni progetto da realizzare sulle montagne

Di seguito vi verrà illustrato nel dettaglio il metodo migliore e più efficace per rendere “sostenibile” qualsiasi progetto di infrastrutturazione, urbanizzazione, turistificazione, cementificazione, consumo di suolo e altro di simile nei territori montani e di particolare pregio ambientale.

Non è così complicato, basta seguire attentamente i punti indicati:

  1. Prendere un progetto qualsiasi, anche il più palesemente impattante.
  2. Scriverci da qualche parte «sostenibile».

Ecco fatto!

Semplice, vero? Infatti è un metodo già alquanto diffuso e impiegato dagli enti pubblici italiani, che ne possono garantire la notevole efficacia politica e mediatica.

Provateci anche voi se diventerete sindaci, presidenti e assessori di provincia, di comunità montana, di regione, di altri dicasteri, soggetti istituzionali e di governo locale, responsabili di società che operano per conto del pubblico, eccetera. Ne trarrete una gran soddisfazione, garantito!

(Per leggere l’articolo al quale si riferisce l’immagine in testa al post, cliccate qui. Per leggere invece altre considerazioni interessanti sul tema, cliccate qui.]

La “Montagna Sacra” e il «capitale naturale» di Mario Rigoni Stern

[P.S.Pre Scriptum: articolo pubblicato lo scorso 12 gennaio sul blog “La Montagna Sacra” ospitato sul portale Sherpa.]

[Il versante valdostano del Monveso di Forzo visto dal Glacier di Sendzé nel vallone della Valleile, sopra Cogne. Immagine tratta da www.gulliver.it.]
Uno degli aspetti che ancora qualcuno tende a opinare, del progetto della “Montagna Sacra” (del quale sono uno dei membri del gruppo di lavoro che lo promuove), è l’idea di rendere inviolabile la vetta del Monveso di Forzo – la “Montagna Sacra” nel parco Nazionale del Gran Paradiso protagonista del progetto – spesso interpretata come una sorta di divieto imposto e sentenziato dalla “sacralità” del monte. In verità – repetita iuvantnel progetto della “Montagna Sacra” non esiste nulla del genere e la presunta interdizione alla salita sul Monveso è il frutto di una scelta assolutamente personale attuata da chi vi ha aderito e ne condivide le finalità. Un atto profondamente simbolico, privo di qualsiasi decodificazione strumentale che non sia quella che sta alla base del progetto, ovvero il senso del limite e la necessità di recuperarne pienamente il valore ormai imprescindibile nella realtà che stiamo vivendo, in tema di presenza e interventi antropici nei territori montani ma non solo. L’aggettivo “sacro”, privo di alcun valore fideistico – di nuovo repetita iuvant – nella definizione del progetto ha proprio lo scopo di rendere subitamente chiaro e intelligibile il concetto. Come quando per indicare l’inviolabilità della proprietà privata si dice che è “sacra” senza con ciò pensare a chissà quali culti o riti: ecco, il principio è lo stesso. Da tutto ciò se ne deduce – se serve rimarcarlo – che non vi sono e saranno mai cartelli di “divieto di salita” nei dintorni del Monveso di Forzo (e parimenti su qualsiasi altra vetta) e che il tutto è demandato alle scelte libere e personali di chi vuole considerare il progetto, ma di contro che la simbolicità del non salire in vetta materialmente attuata da chi aderisce al progetto non ne inficia per nulla il senso e l’importanza, proprio perché frutto di un’assunzione consapevole di responsabilità non solo riguardo l’atto in sé ma, soprattutto, verso l’idea alla base e i suoi significati nel contesto presente e nei riguardi di qualsiasi vetta, montagna, territorio naturale non (ancora) antropizzato.

Detto questo, nella massima libertà di opinione al riguardo (anche questa una cosa “sacra” nella sua inviolabilità, no?), magari porre la questione sotto un ulteriore punto di vista può servire a renderla ancora più chiara, e più comprensibile il senso. A tal proposito viene in aiuto una nota e bella affermazione di Mario Rigoni Stern (che prendo da qui), il quale sosteneva che per sviluppare un rapporto equilibrato e responsabile nei confronti dei territori e degli ambienti naturali è necessario considerare una natura

dalla quale si doveva prelevare l’interesse senza intaccare il capitale. Oggi siamo in un momento della storia in cui occorre frenare un presunto progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta.

Ecco: non intaccare il «capitale» naturale che abbiamo a disposizione, limitare l’uso all’«interesse» che se ne può ricavare senza andare oltre ovvero al fine di frenare quel «progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta» che così spesso vediamo manifestarsi sulle montagne. Bene, il Monveso di Forzo è il simbolo del capitale da non intaccare, mentre il limite simbolico (ma manifesto) del non salire sulla sua vetta è il riconoscimento dell’interesse senza il consumo del capitale, cioè del senso del limite così necessario in questo momento della storia – peraltro già successivo ormai di qualche anno a quando Rigoni Stern scrisse quelle parole e non certo sviluppatasi al meglio, la storia, frequentemente sui monti.

Dunque, se anche qualcuno ritenesse (legittimamente) di non concordare con la richiesta di fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile e in tal senso “sacra”, credo proprio che nessuno o quasi tra chi si ritenga un appassionato dell’andare per montagne e territori naturali potrà dichiararsi in disaccordo con il messaggio fondamentale del progetto della “Montagna Sacra” contestualizzato all’intero ambito montano e naturale. Considerata la questione sotto questo punto di vista, forse anche la proposta di non salire sulla vetta del Monveso di Forzo, convenendo in essa un limite simbolico ma riconosciuto, potrà essere meglio compresa e la sua idea di fondo messa in pratica nelle forme che più si ritengono proprie ma in ogni caso nel loro pieno, necessario, imprescindibile valore culturale. Per riscoprire la libertà di riconoscere i limiti naturali e logici al nostro agire e svincolarci dall’obbligo di superarli continuamente che troppo spesso e da troppo tempo la nostra società ci ha imposto, con le conseguenze sovente drammatiche che ormai tutti abbiano sotto gli occhi.

Una certa narrazione delle Olimpiadi 2026, sulla televisione pubblica

[Immagine tratta da www.rai.it/ufficiostampa/.]
In relazione al mio post di sabato 13 gennaio scorso pubblicato qui sul blog nel quale ho scritto della trasmissione di Rai3 “Far West” dedicata alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, che andrà in onda questa sera alle 21.20, l’amico Luigi Casanova – che vi interverrà in qualità di massimo esperto del tema – mi ha inviato ieri le proprie considerazioni su un altro programma della stessa rete, “Petrolio”, andato in onda sempre sabato 13 e di nuovo sul tema “Olimpiadi”.

Tale programma non l’ho visto ma la mia conoscenza e considerazione nei confronti di Casanova mi impone l’obbligo di riportare le sue considerazioni tali e quali ricevute, che trovo del tutto significative circa la peculiare dimensione mediatica che si sta costruendo intorno al prossimo evento olimpico milanese-cortinese, che si direbbe funzionalmente orchestrata al fine di adombrare le tante (troppe) e grandi criticità che le Olimpiadi stanno generando.

Sabato 13 gennaio, è andata in onda la trasmissione “Petrolio” (quale offesa nel riprendere questo titolo, rivolta a Pasolini).
A parte lo scandalo di una stessa rete pubblica (Rai3) che nella stessa giornata con due gruppi diversi a Cortina intervista le stesse persone sullo stesso tema senza porsi nessun problema etico sul dovere del risparmio, quanto andato in onda sabato è riduttivo (sinonimo benevolo). Si è dimostrato cosa significhi essere giornalisti scendiletto.
Certo, hanno dato spazio a due grandi personalità come la giornalista Marina Menardi o come il forestale Silverio Lacedelli, autorevoli e riconosciuti combattenti a difesa dei beni comuni. Ma hanno censurato il sottoscritto, Giovanna Ceiner (Italia Nostra), la consigliera comunale di minoranza di Cortina Roberta De Zanna, mentre hanno dato spazio alla nullità del sindaco di Cortina Lorenzi.
Cosa dicevano questi tre censurati? Spiegavano, in grande sintesi ma con efficacia, perché le olimpiadi non sono a costo zero (a oggi 5,3 miliardi), perché non sono sostenibili (evitata la VAS nazionale), perché non aiutano la montagna nella lotta allo spopolamento, perché devasteranno le valli con impressionanti circonvallazioni, il gioco sporco che si sta attuando attorno alla pista di bob. Vi assicuro, era sufficiente una frase ciascuno ai tre censurati e il servizio cambiava registro, l’ascoltatore aveva chiaro il quadro di riferimento.
Del resto è sufficiente vedere chi c’era in studio. Il solito vuoto e altezzoso e perché no, incompetente Gianni Riotta, mentre è stata bravissima e chiara nel suo ruolo la signora Evelina Christillin. Anzi, ha sottolineato aspetto che noi da sempre sosteniamo: le strutture si migliorano laddove ci sono e funzionano (pista di bob e non solo).
Vergognosa poi la lunga “leccata” all’assessore altoatesino Alfreider riguardo la viabilità (la distruzione della val Pusteria), riguardo Plan de Corones e la ferrovia (la devastazione totale della montagna assieme a Val Senales). Invece, non una parola sullo scempio e i costi del centro del biathlon di Anterselva (oltre 40 milioni di euro di spesa).
Risultato: quello che doveva essere un servizio perlomeno laico sulle Olimpiadi si è trasformato in un’ulteriore marchetta pubblicitaria, senza portare rispetto agli intervistati che si sono generosamente donati all’inadeguato giornalista.
Speriamo che il servizio di domani sera (cioè stasera, n.d.L.), ore 21.20  su RAI 3 (“Far West”) sia più rispettoso della sensibilità contraria a queste olimpiadi. Il giornalista mi è sembrato del tutto diverso e più attento, anzi, preciso.

La bellezza in montagna, o forse no

[Per ingrandire l’immagine e leggere meglio, cliccateci sopra.]
Nel 2020, per la seconda edizione di ALT[R]O Festival, creai lungo un tratto del Sentiero Rusca una sorta di “percorso letterario” denominato “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole” dotato di “segnavia” fatti da citazioni tratte da libri variamente dedicati ai temi della montagna e al paesaggio “stencilate” direttamente sul sentiero, nella parte dotata in certi tratti di un (discutibile, in verità) manto asfaltato per farsi anche ciclovia di fondovalle.

La prima delle citazioni che formavano il percorso è quella che mostra l’immagine lì sopra e che spiego di seguito (così come feci di persona in quei giorni del Festival accompagnando i partecipanti). Le altre le potete trovare qui.

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

[Panorama estivo dell’alta Valmalenco. Immagine tratta da www.montagnaestate.it.]
Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?

Oggi 23/09, ore 18, Valmalenco: un salotto letterario (con degustazione) da NON perdere!

Quello di stasera alle ore 18 a Lanzada, in Valmalenco (la precedente location presso il Parco Gande in via V Alpini a Chiesa in Valmalenco la si è dovuta cassare per ragioni meteorologiche ma nulla di bello sarà perduto, vedrete!), nell’ambito di ALT[R]O Festival 2023, sarà un salotto letterario più unico che raro. Per il contesto, per la bellezza del luogo per il tema e la sua importanza nella contemporaneità, per il modo con cui verrà disquisito, perché nel corso del dibattito si potranno degustare ottime bevande ma innanzi tutto per la gran pregevolezza di chi animerà la discussione: Daniele Zovi, Davide CinalliLorenzo Pavolini, Davide Sapienza. «Tanta roba» insomma, come si dice oggi, ovvero quattro figure illuminanti sui temi protagonisti dell’incontro alle quali cercherò abbastanza indebitamente di affiancarmi io, apportando il mio contributo, insieme a chiunque vorrà partecipare. E, nel caso, state certi che L’identità fluttuante del paesaggio sarà un evento che vi porterete dentro a lungo, mantenuto ben vivido nel tempo dalle suggestioni e dalle emozioni che vi susciterà.

Ci vediamo questa sera alle 18 in Valmalenco, dunque!