Spezzo una lancia (morale) a favore dello sci su pista

[Foto di Yann Allegre da Unsplash.]
Voglio spezzare una lancia, a favore dello sci su pista. Sì, una lancia “morale” per così dire: perché non sono affatto contro lo sci su pista in modo assolutista, come qualcuno potrebbe pensare a leggere i miei post sul web e gli articoli sugli organi di informazione, e perché in effetti posso dire di aver (quasi) imparato prima a sciare che a camminare – lo testimoniano alcune vecchie fotografie di me a 8 mesi con gli sci ai piedi, sorretto da mamma e papà. Tuttavia sono contro, e radicalmente, a ogni cosa insensata, priva di logica, imposta senza motivazioni solide e valide, irrazionale, sui monti e non solo e ancor più quando ci sia di mezzo la spesa di ingenti somme di denaro pubblico.

Ma dicevo, dello sci su pista. Dunque, provo a riassumere rapidamente la sua storia.

Nel corso del Novecento lo sci nasce e si sviluppa un po’ ovunque, sui monti: nevicava in maniera cospicua e il clima era favorevole, dunque piazzare impianti di risalita e tracciare piste di discesa su molti pendii favorevoli sembrava la cosa più naturale e ovvia da farsi, per far sì che la montagna si ponesse al passo coi tempi e con il progresso galoppante.

Poi è arrivato il boom economico, gli anni Sessanta dell’industrializzazione spinta, madre del primo consumismo all’americana, poi i nevosi anni settanta della Valanga Azzurra, poi gli Ottanta-da-bere dei trionfi in diretta TV di Tomba. Lo sci diventa sport di massa, nasce lo ski-total, i mega comprensori con impianti sempre più performanti, le località in quota costruite appositamente per gli sciatori, gli “skirama” che univano più vallate in un unico carosello sciistico. Nevicava ancora parecchio, e qualche trambusto economico di natura geopolitica non sembrava granché guastare la corsa trionfale dello sci sui monti.

Poi però, passati gli anni Ottanta, il clima ha cominciato a cambiare, a nevicare di meno e a fare sempre un po’ più caldo, anno dopo anno. Nessun problema: si è inventata la neve artificiale, da sparare sulle piste in assenza di quella naturale. A un certo non indifferente costo, già; d’altro canto come altrimenti aprire gli impianti e le piste e continuare come ormai pareva impossibile non fare?

Tuttavia il clima ha continuato a cambiare spiazzando sempre più i gestori dello sci, i costi di gestione delle stazioni sciistiche a lievitare di conseguenza, anche se non soprattutto in forza dell’uso sempre maggiore della “salvifica” neve artificiale a fronte di inverni con neve quasi del tutto assente; nel frattempo si è evoluto anche il costume diffuso, nuovi bisogni consumistici (più o meno apprezzabili) hanno via via diminuito il budget del pubblico sciante, ovvero: meno giornate sulle piste, vacanze più brevi, meno introiti per gli impiantisti che di contro dovevano comunque imbiancare le piste con la neve artificiale per poterle aprire, poste le sempre più frequenti stagioni avare di neve. Dunque maggiori spese, quindi necessità di aumentare il costo degli skipass ma non a sufficienza per coprire i costi sostenuti.

Ecco dunque che, per quanto sopra, numerose stazioni sciistiche hanno dovuto alzare bandiera bianca, chiudere, dichiarare fallimento, smantellare gli impianti (o, nel peggiore di casi, lasciarli arrugginire sui monti), e non solo perché troppo piccole per affrontare la concorrenza delle altre. Nel frattempo i cambiamenti climatici proseguivano, i costi di gestione degli impiantisti crescevano, i debiti nei loro bilanci diventavano sempre più pesanti, salvati solamente da sempre più frequenti e munifici contributi pubblici, indispensabili a evitare ulteriori fallimenti.

Ma le stazioni sciistiche ancora in attività non potevano certo restare al passo coi tempi! Dunque: ulteriori spese per il riammodernamento degli impianti di risalita, per il potenziamento dei cannoni sparaneve, per adeguare l’offerta turistica alla concorrenza delle altre località. E, inevitabilmente, i costi degli skipass aumentavano ma sempre non a sufficienza rispetto a quelli di gestione, nonostante i suddetti sostegni pubblici.

Poi è arrivato il Covid, la crisi energetica, gli aumenti spropositati dei costi relativi e inevitabili per i comprensori sciistici nel mentre che le stagioni invernali si sono fatte ancora più avare di neve e di freddo, costringendo ad un utilizzo sempre maggiore della neve artificiale – soprattutto nella prima parte di stagione, quella delle feste di fine anno, che da sola genera una bella fetta degli introiti dei comprensori. Dunque: sempre più costi, sempre meno sciatori, prezzi degli skipass in costante aumento, sempre più contributi pubblici per evitare fallimenti altrimenti inesorabili, bilanci sempre più disastrati… e ancora meno neve, ancora più caldo, stagioni sempre più brevi e tribolate, sempre maggiori costi per l’innevamento artificiale, ulteriori aumenti dei prezzi, ulteriore calo delle presenze sulle piste e sugli impianti…

…Eccetera eccetera eccetera.

Ecco: la questione non è essere a favore o contro lo sci su pista. È lo sci su pista che si pone sempre più contro ogni logica – economica, ecologica, ambientale, imprenditoriale, culturale… – salvo eccezioni sempre più rare. Dal dopoguerra e per qualche lustro il turismo sciistico è stato effettivamente un generatore di benessere economico per le vallate alpine infrastrutturate e turistificate al riguardo, ma tale sua prerogativa era strettamente legata a un certo momento storico e a una congiuntura di elementi favorevoli – clima, boom economico, nuovi costumi sociali e turistici, tecnologia dei trasporti a fune, eccetera – che ora è pressoché svanita e non può in nessun modo essere riprodotta o reiterata, così come appare evidente che non si possa agire, nella gestione del turismo montano invernale, come se invece nulla fosse cambiato. Al punto che già da tempo quello sci si è trasformato in un autentico boomerang socioeconomico per molte località che un tempo contavano di svilupparsi con esso e che invece ora ne subiscono i pesanti danni materiali, manifestando una decadenza economica e uno spopolamento anche maggiori delle vallate prive di comprensori sciistici, effetto inesorabile del venir meno di quella monocultura turistica che aveva preteso tutto per sé.

Per essere chiari, la questione non è voler eliminare o meno il turismo sciistico e la sua economia: sono questi che si stanno eliminando da soli, che si stanno continuamente scavando la fossa sotto i piedi in un modo che ormai non caderci dentro è diventata pura acrobazia. Lo sci su pista potrebbe rappresentare ancora un elemento socioeconomico importante per le montagne, se sapesse manifestarsi in maniera equilibrata, consona alla realtà montana attuale e futura e logica rispetto alle condizioni climatiche e ambientali che tutti quanti riscontriamo – salvo qualche negazionista decerebrato. Il problema è “suo”, dello sci su pista (ovvero di chi lo gestisce, ovviamente) che non sa, che non vuole fare quanto sopra, che vuole credere di essere ancora ancora negli anni Settanta del Novecento, quando nevicava tanto, faceva freddo e l’onda lunga del boom economico continuava a palesarsi, che non sa e non vuole pensare realmente al futuro proprio e delle montagne, che non è capace di formulare una visione nuova, diversa, contestuale alla realtà attuale e futura, che pretende di comandare su ogni altra cosa e dominare dogmaticamente il destino delle montagne e delle comunità che le abitano. Che pensa che le Olimpiadi invernali siano un buon motivo solo per svendere e consumare ancor più di prima la montagna e non una preziosa possibilità per rigenerarla e volgerla finalmente verso un miglior futuro. Ecco.

Messa nelle mani di chi sostiene questa deviata realtà, la montagna è veramente come una nave posta al comando di un equipaggio di squilibrati e diretta verso delle pericolose scogliere, che però quell’equipaggio nega che siano tali volendo far credere che rappresentino dei confortevoli approdi, anche se risultano ben visibili le onde che inequivocabilmente vi si infrangono contro con violenza.

Be’, vi (mi) chiedo: siete/siamo disposti ad attendere lo schianto fatale senza fare nulla?

Fare cose belle e buone, in montagna. A Grumes (Val di Cembra), ad esempio

[Grumes in inverno, dicembre 2020. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Grumes è un piccolo centro della Val di Cembra, in provincia di Trento, posto a 850 m di quota, pressoché privo di infrastrutture turistiche “classiche” e apparentemente tagliato fuori dalle rotte del turismo montano. Qui, nel dicembre 2007 è stata fondata la “Sviluppo Turistico Grumes Srl”, società senza scopo di lucro a maggioranza pubblica e partecipata da più di 130 soci locali, che rappresenta lo strumento operativo del Progetto Grumes, avente lo scopo di combattere la diminuzione della popolazione del paese (circa 450 abitanti) tramite iniziative sostenibili di rivitalizzazione del paese, della sua socialità, dell’economia locale e a favore dello sviluppo turistico responsabile.

Grazie alla progettazione partecipata, al coinvolgimento sociale e alla sinergia tra pubblico e privato il territorio ha riacquistato vitalità e valenza economica: nel giro di dieci anni Grumes è diventata la più piccola “Cittaslow” del mondo e il progetto ha ricevuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nell’ambito della Carovana delle Alpi 2022. Fra le iniziative realizzate dal progetto nell’arco degli ultimi 15-20 anni, vanno ricordate in particolare:

  • il recupero di strutture dismesse, come l’ex caserma dei Carabinieri trasformata in ostello della gioventù, di una malga abbandonata ristrutturata come rifugio alpino, dell’ex-oratorio divenuto Centro Servizi Sociali;
  • il recupero, la bonifica e il riordino fondiario di oltre 30 ettari di territorio incolto da destinare a produzioni biologiche, come un vigneto con zero trattamenti;
  • la realizzazione del Green Grill dedicato alle specialità enogastronomiche della Val di Cembra;
  • la promozione del turismo sostenibile, con la creazione di itinerari e sentieri tematici (Sentiero dei vecchi mestieri, Giro dei masi, Sentiero botanico…) da percorrere a passo lento, e il sostegno alla creazione e alle attività della Rete delle Riserve Alta Valle di Cembra – Avisio;
  • l’uso sostenibile delle risorse energetiche e ambientali con il teleriscaldamento a biomassa locale, e la diffusione di pannelli termici e fotovoltaici.

Un’attività di molti anni che ha saputo trasformare un piccolo paese in un esempio di coinvolgimento sociale e sostenibilità ambientale ed economica, nonché di modello di sviluppo socioeconomico e culturale per i territori montani che risultano marginali rispetto alle rotte del turismo più o meno massificato – marginali per fortuna, viene da pensare, poste le peculiarità del territorio di Grumes e le potenziali alternative innovative che offre e che sta portando avanti con successo.

Tutto ciò, alla faccia di chi continua a sostenere che la montagna può vivere unicamente grazie al turismo, dimenticando bellamente di dire una cosa pur ovvia cioè che non si può portare turisti su tutte le montagne (perché ovviamente non tutti i territori di montagna hanno la possibilità di sostenerlo e di infrastrutturarsi al riguardo) nonché di evidenziare che la risorsa turistica è certamente preziosa e importante ma solo quando sia consona al territorio, non sia preponderante e venga gestita in una relazione equilibrata con la realtà sociale autoctona, l’economia locale e con la sua necessaria indipendenza: altrimenti tali luoghi diventano meri ostaggi del turismo col rischio, come accaduto già in numerose località, di restare a piedi nel momento in cui quel turismo viene a mancare.

Per saperne di più su Grumes e sul suo progetto di sviluppo turistico e socioeconomico, visitate il sito web vivigrumes.it.

N.B.: molte delle informazioni presenti in questo mio articolo le ho tratte dal report che ha motivato l’assegnazione alla società “Sviluppo Turistico Grumes Srl” della “Bandiera Verde” di Legambiente.

N.B.#2: Altre cose belle e buone fatte in montagna:

«CE L’HO PIÙ GROSSO IO…

il comprensorio sciistico!». Già, sembra che ragionino ancora così, i gestori di certe stazioni sciistiche: come negli anni Settanta, nell’epoca dello “ski total”, dei grandi comprensori industrial-turistici dove contava avere più impianti e piste di tutti, della montagna che cominciava a essere trasformata in luna park alpestre ad uso e consumo del turista cittadino, di una realtà che sostanzialmente non esiste più. Veramente oggi va e può ancora andare in questa direzione, lo sci?

Salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche – uno degli ultimi territori d’alta quota ancora incontaminati delle Alpi Occidentali – da chi vorrebbe installarvi dei nuovi impianti di risalita per unire i comprensori di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski e crearne uno tra i più grandi d’Europa soltanto per gridare ai quattro venti «CE L’HO PIÙ GROSSO IO!» (francamente non vedo altri motivi sostenibili e giustificabili, al riguardo) non significa solo difendere la bellezza naturale di una meravigliosa valle alpina, ma anche e soprattutto salvaguardare il futuro di tutte le Alpi e mettere le basi per il loro miglior sviluppo possibile. Di più: è la manifestazione di una presa di coscienza civica e culturale nei confronti di un patrimonio di inestimabile valore, le nostre montagne, che è di tutti e che nessuno può permettersi di svendere in modi tanto degradanti e dissennati.

Partecipate alla seconda edizione di “Una salita per il Vallone. In difesa delle Cime Bianche”, sabato 6 agosto: trovate tutte le info al riguardo cliccando sull’immagine in testa al post. E’ importante, è necessario, è nobile, è civico, è un gesto bello tanto quanto le nostre montagne!

Lo “sci del futuro”, fermo al 1970

[Veduta aerea del Passo del Tonale. Foto di Adam Rubáček, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Sembra di avere a che fare con dei racconti ucronici, quando si leggono le notizie di stampa sugli investimenti continui (di soldi per gran parte pubblici, è sempre bene rimarcarlo) nei comprensori sciistici, che in certe zone si stanno facendo particolarmente incessanti – in Lombardia, ad esempio: perché ci saranno le Olimpiadi invernali nel 2026? No, semmai perché ci saranno le elezioni regionali, tra meno di un anno!

Tuttavia, bieche convenienze politico-elettorali a parte (che comunque da queste parti contano sempre, purtroppo), sembra veramente di leggere dei testi di narrativa fantastica che raccontano una storia alternativa e surreale, come dicevo:

(Cliccate sulle due immagini per leggere gli articoli in originale.)

I promotori di quei progetti, che sovente già in partenza non possono essere considerati realistici – quello su Montecampione, ad esempio, dove si vuole rilanciare un comprensorio sciistico posto quasi totalmente a meno di 1800 m di quota cioè in una zona altimetrica nella quale già oggi e ancor più nei prossimi anni non ci saranno più le condizioni climatiche per il mantenimento della neve al suolo, naturale o artificiale che sia – ne sostengono la realizzazione, tra molte belle definizioni lessicali (“strategia di sviluppo”, “sostenibilità”, “destagionalizzazione”, “combattere lo spopolamento”, eccetera) assicurando che garantiranno un futuro alle montagne. È invece palese come tutti questi progetti abbiano lo sguardo rivolto al passato, come se volessero continuamente e ostinatamente riproporre una realtà che non esiste più perché quella vera è ormai diretta altrove, in una diversa dimensione climatica, economica, culturale che apre a nuove e diverse potenzialità nel contempo rendendo quei progetti totalmente fuori dal tempo e da ogni logica. Chi li propone è fermo agli anni Settanta del secolo scorso, all’epoca dello “ski total”, dei grandi “comprensori integrati, a un periodo nel quale il clima era ben diverso rispetto a quello attuale e futuro, quando si pensava che lo sci, e solo lo sci, avrebbe fatto tramontare ogni altra attività di montagna e reso eternamente benestanti i montanari. Invece è successo quasi sempre il contrario – proprio Montecampione ne è un esempio lampante – con danni notevoli per quelle montagne soggiogate alla monocultura dello sci su pista e per questo degradate, impoverite, rovinate.

Così, appunto, mentre il mondo della montagna va da un’altra parte, verso una nuova realtà più o meno difficile ma riguardo la quale è fondamentale strutturare la più articolata resilienza – anche perché, ribadisco, di cose nuove o diverse da poter fare a vantaggio dei territori di montagna ve ne sono a iosa – i personaggi suddetti continuano a vivere e a vedere il mondo come cinquanta o sessant’anni fa, imponendogli progetti non solo irrealistici ma pure ipocriti. Citando ancora l’esempio di Montecampione: come si può parlare di «sviluppo strategico, integrato e sostenibile», di «destagionalizzazione delle presenze turistiche e contrasto allo spopolamento delle aree montane», di «offerta turistica variegata e di qualità» se poi sostanzialmente si investe sempre e solo sullo sci? Cosa si sviluppa, cosa si destagionalizza, come si sostiene concretamente la popolazione delle montagne? Dove sono gli investimenti nel sociale, nelle economie circolari così importanti su base locale, nei servizi alle persone, agli abitanti, nella salvaguardia del territorio e del paesaggio? Niente o quasi: solo sci, sci, sci, sci e poi sci e ancora sci. A quote dove lo sci sparirà presto, ripeto.

Una vera e propria ucronia, di quelle più inquietanti: la riproposizione continua di un passato che non esiste più, che si vuole imporre al presente la cui realtà effettiva è ormai altrove, col risultato di creare un futuro, per le montagne, senza alcuna speranza.

Se sparissero certe montagne

Gli umani, per certi versi, sono creature parecchio strane. Ad esempio, comprendono il valore di qualcosa non quando ce l’hanno ma quando viene a mancare, e generalmente questo principio risulta valido vale tanto più è importante ciò che c’è ovvero manca: la pace, l’amore, la libertà… l’acqua…

Tale principio, in modalità differenti ma con una sostanza di fondo similare, resta valido anche in tema di relazione con i luoghi che viviamo, dei quali non riusciamo a comprendere quanto essi, con tutto quello che contengono,  influenzino la nostra presenza in loco e la visione che ne ricaviamo, la quale poi diventa nozione culturale e immaginario più o meno comune che assimiliamo e ci portiamo appresso per poi farne uno strumento fondamentale di valutazione e comprensione personale del mondo – ovvero comprensione della nostra presenza nel mondo, di cosa ci stiamo a fare.

Vi propongo un macro-esempio al riguardo: il Cervino/Matterhorn, la montagna più iconica delle Alpi, marcatore identitario dei territori ai suoi piedi e presenza culturale oltre che geografica per le genti che li abitano. Si giunge al suo cospetto e lo si ammira in tutta la sua grandiosità morfologica, attrattore inesorabile di tutti gli sguardi: per la sua bellezza, l’imponenza, la grandiosità o per il timore che suscita… Nel frattempo, la sua presenza sta definendo negli osservatori il valore del luogo che si trova tutt’intorno, nel quale essi si trovano e con il quale stanno interagendo, ricavandone le proprie percezioni, impressioni, emozioni, esperienze, conoscenze: il “paesaggio”, insomma, che è il risultato di tutte queste cose in relazione al territorio che ne è fonte primaria, il quale identifichiamo culturalmente proprio grazie ai marcatori georeferenziali che vi troviamo e vediamo. Ciò senza contare il fatto che un elemento geografico così iconico e identitario definisce il territorio anche dal punto di vista socio-economico: basti pensare alle innumerevoli riproduzioni della silhouette del Cervino che si possono trovare ovunque. D’altro canto, come dicevo, quello del Cervino è un macro-esempio, il cui principio è riscontrabile in innumerevoli altre circostanze, similari anche quando meno palesi.

Bene, detto ciò: e se il Cervino non ci fosse?

Notate come i luoghi, esattamente quelli soliti eccetto che per la mancanza del monte, cambiano totalmente aspetto e come ci appaiono differenti per molti aspetti, ovvero come la nostra percezione si ritrova a dover elaborare un paesaggio diverso e con peculiarità altre rispetto a quello consueto?

Si direbbe una cosa ovvia, questa: è chiaro che se un certo territorio perde le sue emergenze geografiche e morfologiche principali, cambia aspetto. Tuttavia il nocciolo nella questione non è tanto nel cambio d’aspetto territoriale, ma nella variata e differente elaborazione del paesaggio conseguente, il che determina una diversa relazione culturale con quel luogo, una diversa considerazione, differenti valori che gli si possono attribuire. Insomma: sarebbe sostanzialmente lo stesso luogo, per quanto riguarda la parte antropizzata e vissuta, ma risulterebbe formalmente un altro luogo, che facilmente finiremmo per considerare non solo diverso ma forse più anonimo, meno affascinante e attraente, più “brutto” – e ciò proprio perché conosciamo e possiamo apprezzare l’originale.

(Per fare un altro esempio non alpino, qui sopra…)

Abbiamo una gran fortuna, comunque: il Cervino, e tutte le altre montagne o gli altri elementi iconici e identitari del mondo in cui viviamo, non possono sparire (salvo cataclismi impensabili): non per questo dobbiamo ritenere questi paesaggi scontati, anzi, la comprensione piena del valore della loro presenza, e dell’importanza di essa per chiunque viva quei luoghi e vi sappia intessere una relazione, per quanto sopra va coltivata, sviluppata, resa più forte e virtuosa possibile. Esattamente come è la persona libera che può e deve difendere la sua libertà, avendone piena coscienza dell’importanza, così funziona per i luoghi e i paesaggi del mondo che viviamo. La loro salvaguardia è la salvaguardia di noi stessi, del nostro tempo e della nostra presenza nel mondo: qualcosa che non possiamo assolutamente permetterci di perdere.