Salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche per salvare il futuro di tutte le Alpi

[Fotografia di © Annamaria Gremmo Photography.]
Da tempo il meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, tra la Val d’Ayas e la Valtournenche (Valle d’Aosta), uno degli ultimi territori alpini in quota rimasti intatti e incontaminati in questa porzione delle Alpi Occidentali, è stato posto sotto la minaccia di una devastante infrastrutturazione a fini sciistici, che ne minerebbe l’integrità ambientale e paesaggistica per i meri e ahinoi soliti fini di tornaconto economico-turistico, quelli per i quali si continua a guardare le montagne come a spazi da sfruttare e far monetizzare attraverso una visione anacronistica e degradante. Ma da altrettanto tempo tantissime persone si stanno opponendo a questo potenziale scempio attraverso diverse iniziative, e un attivismo civico e culturale prezioso oltre che esemplare non solo per la salvaguardia del “Vallone” – luogo divenuto ormai un simbolo di tali “battaglie” – ma di tutti quei territori alpini ancora intatti della cui bellezza abbiamo la fortuna di godere nel mentre che qualcuno vorrebbe invece privarcene per farne ennesimi divertimentifici ad uso e consumo turistico.

Tra di essi vi sono i ragazzi del progetto fotografico L’ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche e del sito web Varasc.it, che insieme a Ambiente Diritti Uguaglianza – Valle d’Aosta organizzano la seconda edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, che si terrà sabato 6 agosto 2022 con partenza da Saint Jacques, in Val d’Ayas: un evento e un appuntamento significativi e importanti per rendere palese il proprio impegno a difesa del Vallone delle Cime Bianche e contro lo sfruttamento turistico-industriale dei territori montani, patrimonio naturale fondamentale per il futuro di noi tutti.

Come scrivono gli organizzatori nel comunicato che presenta l’evento,

E’ questo un momento cruciale per le sorti del Vallone delle Cime Bianche: tra pochi mesi, in autunno, avverrà la pubblicazione degli esiti dello studio di fattibilità. Un anno fa, inoltre, sono state ritrovate le famigerate croci blu, tracciate dentro e fuori l’area protetta proprio nell’ambito di tale studio: il primo, vero danno al Vallone.
Nulla è perduto e la battaglia per la sua salvaguardia è sempre in atto: non retrocederemo nemmeno di un millimetro.
E’ tempo di tornare a camminare tutti insieme per manifestare fermamente a favore della tutela del Vallone, tuttora incontaminato e parte della ZPS “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” (IT1204220), oggi più che mai gravemente minacciato dal progetto di un impianto di collegamento funiviario che ne minerebbe irrimediabilmente l’integrità.
Dopo il grande successo della prima edizione del 18 luglio 2021, riproponiamo questo appuntamento aperto a tutti, dentro e fuori Valle: amanti della Natura, della Montagna, persone che hanno compreso l’importanza di preservare gli ultimi baluardi intatti delle nostre Alpi e che desiderano per il Vallone delle Cime Bianche, un Bene Comune patrimonio di tutti, un destino ben diverso.
Un futuro in cui possa continuare a prosperare ed essere valorizzato esattamente per ciò che è, scevro da politiche predatorie, di profitto e di mero sfruttamento del territorio.
Vi aspettiamo numerosissimi, con grande entusiasmo, per un’altra memorabile giornata all’insegna della bellezza, della condivisione e della Conservazione.
Uniamo le forze e sommiamo le voci: salite con noi nell’Ultimo Vallone Selvaggio. Con voi e grazie voi lo salveremo!
Lunga Vita al Vallone delle Cime Bianche!

Se probabilmente non serve rimarcare nuovamente quanto risulti scellerato il progetto dei nuovi impianti nel Vallone – scellerato dacché non solo anacronistico e impattante ma pure perché sostanzialmente avulso dalla realtà, sotto ogni punto di vista – serve invece ed è anzi fondamentale manifestare pubblicamente il proprio senso civico e la propria opinione contro questa iniziativa e ogni altra simile. Perché, ribadisco, non c’è in gioco soltanto il destino di un singolo vallone alpestre ma il futuro di tutte le nostre montagne, della nostra relazione con esse, la possibilità di intraprendere finalmente una nuova via, di sviluppare nuovi paradigmi nello sviluppo – turistico e non solo – dei territori di montagna accantonando definitivamente quelli divenuti ormai palesemente dannosi, a favore della loro bellezza, del loro patrimonio naturale, delle comunità che li abitano, del miglior futuro possibile con il quale garantire loro di preservare e accrescere il valore culturale (nel senso più ampio della definizione) che possiedono e che offrono a chiunque.

Nelle immagini che corredano questo post (cliccateci sopra per ingrandirle) trovate tutte le informazioni necessarie per partecipare a “UNA SALITA PER IL VALLONE” e io mi auguro vivamente che possiate farlo. Sarà una presenza che andrà ben oltre il semplice poter dire «io c’ero», di più: rappresenterà il privilegio di poter dire «io ho fatto qualcosa», per il Vallone delle Cime Bianche e per tutte le nostre montagne.

Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

P.S.: della vicenda del Vallone delle Cime Bianche ho già scritto più volte sul blog, a partire da qui.

Date un occhio a questi bacini per la neve artificiale, a Madonna di Campiglio

Qualche giorno fa, girovagando sul web, mi sono imbattuto nel sottostante articolo, nel quale si riferisce di due nuovi bacini artificiali per l’innevamento artificiale delle piste realizzati dalla società di gestione del comprensorio sciistico di Madonna di Campiglio-Pinzolo (provincia di Trento), e se ne parla bene.


Nell’articolo (cliccate qui sopra per leggere in originale) si scrive che: «Indubbiamente qualche impatto c’è stato, soprattutto nella fase di realizzazione, ma bisogna riconoscere che c’è stato un notevole impegno per il loro inserimento nel contesto naturale. A contenere l’impatto ambientale è stata anche la quota non troppo elevata, al di sotto dei 1.900 m, entro la zona fitoclimatica del Picetum, dove le “cicatrici” inferte dall’uomo sull’ambiente naturale si rinaturalizzano con maggiore facilità. Entrambi sono diventati meta di piacevoli passeggiate e di piacevoli tuffi rinfrescanti, oltre a costituire importanti riserve idriche ad esempio per lo spegnimento di incendi boschivi. Il loro riempimento, nel corso della primavera, è garantito per caduta dallo scioglimento delle nevi. Complessivamente costituiscono una preziosa riserva di acqua in quota.»

Vi chiedo, senza alcuna tendenziosità e al netto dell’eventuale partigianeria dell’articolista: che ne pensate? Vi sembra effettivamente un intervento ben fatto e accettabile? Oppure trovate che nuovamente si stia cercando solo di giustificare l’ingiustificabile?

Fatemi sapere la vostra opinione!

Fare cose belle e buone in montagna. A Livinallongo del Col di Lana, ad esempio

Siccome trovo doveroso impegnarmi nella critica – sempre argomentata e il più possibile costruttiva, per quanto mi riesce – di certi interventi realizzati sulle montagne che appaiono assai poco consoni al delicato contesto paesaggistico e culturale quando non invasivi e degradanti, è bene che di contro mi debba impegnare – per quel nulla che posso – a segnalare azioni, progetti e realizzazioni virtuose, lavori ben fatti, iniziative che finalmente si poggiano su visioni e paradigmi rinnovati o innovativi mirati a un diverso e miglior futuro per i territori rurali e montani in primis. Perché se è purtroppo evidente che vi siano in circolazione fin troppi amministratori pubblici locali i quali, coi loro sodali privati, combinano dei gran disastri in base a visioni del tutto superate e fallimentari della gestione del territorio e delle sue fruizioni (o, come sostiene qualcuno, semplicemente per propria mera stoltezza), per giunta sperperandoci notevoli somme di denaro pubblico, è anche vero che ce ne sono tanti altri che invece si dimostrano ben più attenti e sensibili alla cura del proprio territorio capendo l’importanza di attivare uno sviluppo diverso, per ora alternativo a quello “mainstream” ma inevitabilmente destinato a diventare quello principale anche perché necessario e vitale, come ribadisco, per il futuro delle aree rurali e montane e delle comunità che le vivono.

Fare cose per bene, belle e utili si può: a volte affinché ciò avvenga è innanzi tutto una questione di testa, di forma mentis diffusa e di consapevolezza da parte di ogni singolo individuo, non solo di buona amministrazione politica. Che d’altro canto è spesso una conseguenza positiva di quella situazione, così come la politica dannosa lo è in negativo della situazione opposta.

Uno degli esempi in tal senso che mi viene in mente è quello del comune di Livinallongo del Col di Lana, in provincia di Belluno, che non a caso ha ottenuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nel corso dell’ultima Carovana delle Alpi, lo scorso anno, ma che pure al di là di tale titolo che qualcuno vorrà vedere e bollare come mera iniziativa “ambientalista” nel senso più ideologico del termine, presenta una ammirevole volontà di innovazione dei paradigmi di gestione politica dei territori montani attraverso una visione ecosistemica condivisa da molti soggetti locali, una rete resiliente che nella sostanza riporta direttamente al concetto di “ambiente” ovvero di dimensione partecipativa condivisa che relaziona i soggetti partecipanti nell’ottica di una visione consapevole e di un progetto “vitale” comune, in questo caso la valorizzazione autentica del meraviglioso territorio del Livinallongo funzionale al suo sviluppo economico, sociale e culturale piuttosto che al suo mero sfruttamento dettato dalle solite, deleterie monoculture turistico-commerciali che d’altro canto già sono state pesantemente imposte ai territori circostanti.

Il comune di Livinallongo del Col di Lana, localmente conosciuto con il nome ladino Fodóm, è situato nell’alta Val Cordevole, compreso tra i passi dolomitici Pordoi, Campolongo e Falzarego. È composto da diverse frazioni e borgate tra cui Pieve e Arabba, celebre località turistica estiva e invernale. Il territorio è collocato al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano. Il Col di Lana, che domina questo territorio, è anche tristemente celebre per le pagine di sangue che qui furono scritte durante la Grande Guerra.

Un territorio che negli ultimi anni – pur resi ancora più complessi dalla difficoltosa ripresa dalla tempesta Vaia del 2018 che si è aggiunta ai problemi cronici delle aree interne quali spopolamento, crisi del mercato abitativo, e difficoltà per l’imprenditoria locale – ha saputo implementare la capacità di capacità di ascolto e coinvolgimento della popolazione dando dimostrazione che alla convinta opposizione alla realizzazione di nuovi impianti sciistici di collegamento fra il comprensorio di Arabba e quello di Cortina d’Ampezzo passando Per la “Zona Settsass” (il cosiddetto “Carosello no-car delle Dolomiti”) è possibile rispondere con la cura capillare e diffusa del territorio, la custodia e valorizzazione dell’ambiente e dei saperi locali, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo per la riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti.

Il Comune di Livinallongo con la ferma opposizione al progetto di carosello sciistico che ha saputo accogliere e coinvolgere associazioni e comitati locali, ha portato alla ribalta nel territorio dolomitico la crisi del modello di sviluppo turistico ponendo contestualmente al centro delle opportunità di progresso del territorio la necessità di coltivare percorsi nuovi e alternativi per il territorio montano. Tra queste azioni, la più importate è la recente adesione al programma di collaborazione interregionale e interprovinciale fra la Provincia Autonoma di Bolzano, il Comune di Selva di Val Gardena, il Comune di Corvara, la Provincia Autonoma di Trento, il Comune di Canazei, la Regione Veneto, la Provincia di Belluno e appunto il Comune di Livinallongo del Col di Lana, che vedrà la progressiva interdizione al traffico delle auto private attorno al gruppo del Sella, attraverso la realizzazione di sistemi di mobilità integrata per decongestionare il traffico sui passi e nelle valli, per favorire la mobilità dolce e un approccio ecosostenibile per il turismo nelle Dolomiti.

Un agire concreto che mira a sostenere e valorizzare l’immenso patrimonio naturale UNESCO nel cuore delle Dolomiti nel segno della sostenibilità, ponendo la resilienza della comunità al riscaldamento globale come chiave per il progresso delle aree montane, sempre più consce della crisi climatica e orientate a rafforzare il ruolo dei servizi ecosistemici in contrapposizione a monocolture economiche stagionali e non più sostenibili.

Per saperne di più sul comune di Livinallongo del Col di Lana e sulle peculiarità del suo territorio, cliccate qui. Per leggere invece il rapporto e la motivazione della “Bandiera Verde” assegnata al comune dalla Carovana delle Alpi, cliccate qui.

Un filo logico

Ora, a me sul serio non piace mostrarmi eccessivamente polemico (il giusto, diciamo) o, peggio, malpensante, e cerco per quanto mi è possibile di scrivere cose che dimostrino una matrice sempre costruttiva o almeno utile a un proficuo dibattito, ecco.

Posto ciò, devo anche dire che fatico parecchio a trovare un filo logico tra un intervento che destina per tutto il territorio lombardo 15 milioni di Euro a favore di un ambito a dir poco strategico, quello delle aree naturali protette, in primis per il buon futuro della regione e dei suoi abitanti…

…e un altro che ne destina 12,5 milioni a una sola zona, geograficamente limitata, in gran parte a favore di un ambito, quello dello sci su pista, che risulta privo di qualsiasi futuro sostenibile, sotto ogni accezione del termine. E cito solo l’ultimo – dacché ne ho scritto di recente – di una lunga serie di interventi simili, anche finanziariamente:

Senza polemica, appunto, ma mi piacerebbe molto conoscere e analizzare le basi politiche, amministrative, economiche, ecologiche e culturali che, a quanto pare, sostengono tali interventi. Magari alla fine le trovo ammissibili, non lo escludo affatto (non sono nemmeno un apriorista, per nulla) oppure forse no, anzi, peggio. Chissà.

Altri 17 milioni di Euro buttati al vento

(P.S.Pre Scriptum: sì, sì, lo so che rischio di diventare monotono, con questi post, ma, come ho già detto, di fronte a tali episodi non riesco proprio a starmene zitto. Non è nemmeno una questione di mera e pur necessaria difesa dell’ambiente, semmai di vitale salvaguardia del buon senso, ecco.)

Regione Lombardia aderisce al Patto Territoriale per lo sviluppo economico, ambientale, sociale e della mobilità del territorio montano del Monte Maniva, in provincia di Brescia, finalizzato alla realizzazione di dieci interventi infrastrutturali strategici, per un importo complessivo di 17 milioni di euro, di cui 12.518.000 di euro messi in campo da Regione.
«Parliamo di un’operazione strategica destinata a migliorare il Maniva, anche in ottica del grande appuntamento Olimpico del 2026 che potrebbe essere anche per questo comprensorio montano una leva importante per il turismo. Continua l’azione di Regione Lombardia in particolare dell’assessorato dedicato, nel finanziare interventi a favore dei territori interessati dalla presenza di comprensori sciistici e a contrastare il trend dello spopolamento delle aree montane».

Siccome argomentare con chi palesemente soffre di analfabetismo funzional-politico (proprio e indotto) oltre che di sindrome ossessivo-compulsiva da sperpero di soldi pubblici (si potrebbe anche diagnosticare uno stato di alienazione climatologica, a ben vedere) temo sia pressoché inutile e si rischia pure di essere presi a male parole, per giunta (altro effetto dell’ossessione suddetta), mi limiterò a puntualizzare nei seguenti semplicissimi – e spero chiarissimi – 10 punti alcune delle evidenze principali al riguardo:

  1. Il Monte Maniva è una località prealpina tra le più belle della provincia di Brescia, oltre modo ricca di potenzialità turistiche e culturali alternative alla monocultura dello sci su pista – anche in forza della sua vicinanza alla città (poco più di 50 km).
  2. L’area sciistica del Maniva è per la gran parte situata sotto i 2000 m di quota, solo un impianto raggiunge la quota massima di 2086 m (monte Dasdanino).
  3. Secondo tutti gli studi scientifico-climatici al riguardo (qui un resoconto), le località sciistiche poste a quote inferiori ai 2000 m non godranno più della garanzia di una copertura nevosa sufficiente a mantenere aperto un comprensorio sciistico, e si dovranno largamente affidare all’innevamento artificiale con ingentissimi aggravi di costi a fronte di un consumo altrettanto ingente delle risorse idriche locali.
  4. Secondo gli stessi studi, le località sciistiche poste a quote inferiori ai 2000 m subiranno un aumento delle temperature medie tali da ridimensionare in maniera drastica l’efficacia dell’innevamento artificiale (nella scorsa stagione gli impianti del Maniva hanno aperto in ritardo e chiuso in anticipo, proprio per ragioni climatiche).
  5. Ulteriori studi di prestigiosi enti di ricerca (vedi qui) addirittura rimarcano che nei prossimi decenni solo al di sopra dei 2500 m di quota sarà ancora disponibile una sufficiente quantità di neve naturale per garantire una gestione redditizia di un comprensorio sciistico.
  6. L’area sciistica della Maniva ha un’esposizione parzialmente sfavorevole (va da nord-nord-est a est-sud-est) per la conservazione della neve al suolo, sia essa naturale o artificiale.
  7. Leggendo nell’articolo sopra linkato l’elenco (minimo) degli interventi previsti, risulta evidente la sproporzione di essi a favore del comparto sciistico, nuovamente preteso e imposto attraverso le solite formule lessicali pedisseque come “unica forma di economia possibile per la montagna” – si leggano pure le parole dei politici citate nell’articolo. E le Olimpiadi 2026 come dogma indiscutibile, ovviamente.
  8. Posto il punto 7, un’affermazione citata nell’articolo appare a dir poco sconcertante, se non inquietante: «Continua l’azione di Regione Lombardia nel finanziare interventi a favore dei territori interessati dalla presenza di comprensori sciistici.» E tutti gli altri territori di montagna? Non esistono? Non sono degni di attenzione e di finanziamenti?
  9. Totale di tutto quanto sopra: 17 milioni di Euro, in gran parte (se non per la totalità) soldi pubblici.
  10. Diciassette-milioni-di-Euro, ribadisco.

Quanti progetti realmente efficaci per la salvaguardia, il sostegno, il rilancio del territorio del Maniva, a supporto della sua realtà economica e sociale, dei servizi e dei bisogni dei residenti, per l’avvio di nuove e funzionali economie circolari locali, per la conoscenza culturale dei luoghi e la conseguente attrattiva turistica ovvero per lo sviluppo di un turismo contestuale al luogo e alle sue peculiarità, al passo con i tempi e rivolto al futuro, per la coltivazione di una autentica place experience, per far diventare le comunità locali realmente partecipi dello sviluppo futuro delle loro montagne e non semplice pedine di un gioco altrui meramente mirato al tornaconto e d’altro canto destinato al fallimento… – quante cose belle e buone si potrebbero realizzare, con 17 milioni di Euro, piuttosto di buttarli al vento come per l’ennesima volta si farà?

Ecco, fine.