Le previsioni del tempo fino a fine anno (e gli asini che volano)

Ci risiamo.

Vedo in TV (in casa d’altri) un tal meteorologo di un certo servizio meteo, piuttosto noto (non faccio e farò nomi per doveroso rispetto), alla solita e al solito superficiale ovvero sciocca domanda della giornalista «Come sarà il tempo da qui a fine anno?», invece di salvaguardare il buon nome e l’immagine scientifica della meteorologia rispondendo qualcosa del tipo «È pressoché impossibile fornire una previsione attendibile su un periodo così lungo… possiamo solo ipotizzare…» eccetera, s’è lanciato in una fervida enunciazione della meteo per quei prossimi mesi ben ricca di verbi certi («sarà», «andrà così», «avremo questo e quello») e del tutto scarna di condizionali, i tempi verbali dell’incertezza. Nostradamus in giornata di grazia non avrebbe potuto essere più sicuro di se stesso nell’enunciare siffatti vaticini!

Peccato che certi servizi di previsioni del tempo hanno ormai come missione principale quella di acchiappare il più possibile consensi e like sui social – dunque remunerative inserzioni pubblicitarie e introiti commerciali similari – invece di fornire bollettini meteorologicamente ben fatti e dunque attendibili. Non lo sanno fare nelle ventiquattr’ore, figuriamoci su un arco temporale di mesi!

E devo rimarcare che il servizio meteo in questione non è nemmeno dei peggiori: in quanto a affidabilità e banalizzazione delle previsioni meteo c’è chi sa fare molto peggio.

La meteorologia è una scienza bellissima, affascinante e di importanza fondamentale. Il cambiamento climatico sta evidentemente mettendo in difficoltà i modelli previsionali in uso ma di meteorologi in gamba in giro ce ne sono molti, ottimi previsori perfettamente capaci di rendere onore alla rilevanza e alla serietà della scienza meteorologica.

Ce ne sono molti, sì, ma non lo sono tutti e i primi stanno più lontani dalle luci della ribalta mediatica dei secondi, di solito.

Sono certo che in gamba lo siano anche quelli del servizio meteo al quale qui mi riferisco: e allora perché cadere così ingenuamente nei tranelli dei media radiotelevisivi o del web ai quali ormai poco o nulla importa di fornire un’informazione seria, veritiera e attendibile? Ciò rappresenterebbe anche una forma di rialfabetizzazione meteorologica per i giornalisti stessi, i quali forse alla lunga la smetterebbero di proporre domande così prive di senso e sostanzialmente inutili.

Per finire, tre cose:

  1. Ricordate che le previsioni del tempo queste sono, previsioni, non certezze assolute come a volte certi pseudo-meteorologi vi vorrebbero far credere: chiedete conto di ciò ai gestori dei rifugi, che spesso si vedono cancellare prenotazioni – dopo aver di conseguenza fatto rifornimento di derrate spesso deperibili per far fronte a quelle richieste – dopo bollettini di maltempo poi rivelatisi clamorosamente errati!
  2. Tenete pure conto che spesso il “maltempo” non è affatto tale e che – ad esempio – un’escursione in ambiente naturale con la pioggia o la nebbia è un’esperienza affascinante come poche altre: basta viverla con buon senso.
  3. Un minimo bagaglio di nozioni di “meteorologia ambientale” da affiancare a un buon bollettino meteo è cosa grandemente preziosa: in molti casi gli elementi naturali (nubi, venti, fiori e piante erbacee, certi esseri viventi come i ragni) vi possono fornire previsioni del tempo a breve termine affidabili come mai nessun megacomputer meteorologico o nessun supermeteosapientone saprà fornirvi.

P.S.: ho scritto spesso della scarsa considerazione che nutro per certa “meteorologia” contemporanea, ad esempio qui (e da lì in altri articoli che troverete linkati). È una mia battaglia contro i mulini a vento, forse, ma amen.

Il tempo bipolare

Di questi tempi dalle mie parti abbiamo a che fare con un tempo meteorologico “bipolare”, che prima ti sorride e ti culla con condizioni serene e piacevoli e solo dopo pochi minuti s’incattivisce scatenandoti contro venti tempestosi e nubifragi violenti, che inesorabilmente provocano danni diffusi in quantità. Poi le nubi si diradano e il sole che spunta ti sfianca e arrostisce, ma basta una mezza giornata perché tutto cambi e sembri autunno inoltrato. Si va da un estremo all’altro, anche geograficamente: nel nord Italia pioggia come non se ne vedeva da lustri e al sud – una distanza in fondo breve, sulla scala globale – una siccità drammatica e inquietante.

Abbiamo pure constatato la neve che d’inverno non è caduta ma è arrivata quando era primavera e ora, fondendo rapidamente nei giorni più caldi, ingrossa i fiumi già gonfi per le piogge a loro volta mai così intense nelle quantità d’acqua scaricate al suolo aggravando le conseguenze delle possibili – ma più spesso inevitabili – esondazioni, nel mentre che di contro già si annunciano giorni prossimi roventi come non mai a fronte dei mesi precedenti da primato assoluto in quanto a temperature medie registrate, le più alte dall’era preindustriale.

Insomma: l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici dovuta al cambiamento climatico è palese, non solo nelle loro manifestazioni quanto più nella frequenza. Il che, inesorabilmente come il loro accadimento, cagiona conseguenze ben materiali e concrete ai nostri territori e al modo con il quale li abitiamo e ci adattiamo alle loro geografie. Il problema che abbiamo tutti quanti non è solo quello, ineludibile, di tentare di frenare il cambiamento climatico nel lungo termine ma – con ancora più impellenza, per molti versi – di sviluppare un’adeguata resilienza nel breve se non nel brevissimo termine, a beneficio delle nostre comunità e per i territori che abbiamo antropizzato in modalità non più adeguate alle condizioni in divenire e ai loro effetti più complessi.

Ce la faremo, secondo voi, a elaborare queste contromisure, oppure sia nel breve termine che nel lungo finiremo per subire le peggiori conseguenze di questa realtà in costante e all’apparenza inarrestabile evoluzione?

Le divinazioni del tempo

(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)

Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.

Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.

Il “Patto Territoriale” per il turismo in Valsassina: tra milioni di Euro a pioggia, entusiasmi poco giustificati, seggiovie assurde e la (ri)scoperta dell’acqua calda

È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina  – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).

Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.

[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]
Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.

[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]
Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).

Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?

[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]
In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.

Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.

Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.

Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.

Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.

N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.

Il Lago d’Aral e l’industria dello sci

[Foto di tunechick83 da Pixabay.]
Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia del Lago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.

In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.

Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.

Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.

Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.

Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?

Una follia, in buona sostanza.

Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.