La panchina gigante più “coerente”?

Ormai credo lo sappiate benissimo – voi che leggete con una certa abitudine questo blog o le mie pagine social – cosa ne penso delle “panchine giganti” o Big Bench le quali, pur nella loro apparente (per alcuni) “simpatia”, ritengo rappresentino uno dei punti più bassi della turistificazione del paesaggio e della banalizzazione della sua frequentazione – nonché, in fondo, una sostanziale e nemmeno troppo sottintesa presa in giro dello stesso turista e della sua esperienza di visita.

In ogni caso, tra le tante serialmente piazzate un po’ ovunque, ce n’è una che appare (per quanto possibile) ancora più incongrua delle altre: è a Santa Maria Hoè, nella Brianza lecchese, e offre un bellissimo panorama… sul tornante di una strada asfaltata (si veda qui sotto)! «Bel panorama anche se non si vede direttamente dalla seduta» infatti si legge in una recensione su Google Maps, e d’altronde per godere della vastissima veduta della Brianza visibile da lassù basta andare da qualche altra parte nella località lecchese, senza bisogno di nessun “simpatico” giocattolone per adulti poco sensibili al paesaggio e alla sua autentica percezione. Come dovrebbe essere logico, peraltro.

A ben vedere, tuttavia, si potrebbe pure pensare che la panchinona di Santa Maria Hoè sia viceversa ben più coerente di tante altre con la sua stessa natura: cioè un manufatto così vuoto di senso e di valore culturale, in sé e rispetto al luogo in cui si trova – ovunque sia piazzata – ovvero così banalizzante da non potersi che affacciare su una veduta altrettanto banale e desolata come quella d’una strada asfaltata!

Dunque, forse, non c’è da biasimare i promotori della panchinona di Santa Maria Hoé ma bisogna complimentarsi con essi: hanno saputo palesare il senso effettivo e la reale sostanza di tali opere turistiche meglio di centinaia di altri siti, ben più banalizzati e degradati dalla loro presenza! Bravi!

P.S.: ringrazio l’amico Paolo Canton che mi ha ricordato l’esistenza (e l’essenza) di tale panchinona alto-brianzola.

“Il miracolo delle dighe” a Sondrio, giovedì 9 novembre prossimo

Giovedì 9 novembre prossimo, alle ore 20.45 presso la Sala Besta della Banca Popolare di Sondrio – in Via Vittorio Veneto n°4 a Sondrio – avrò il gran piacere e l’onore di presentare il mio ultimo libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne anche al pubblico di una terra, la Valtellina, che in tema di grandi dighe e di conseguenti paesaggi idroelettrici è la regione più paradigmatica della Lombardia e tra le più importanti delle Alpi italiane. A rendere interessante e ancora più coinvolgente l’incontro, avrò l’onore di avere accanto Michele Comi, guida alpina della Valmalenco e grande conoscitore delle montagne valtellinesi, e in qualità di moderatore Angelo Costanzo, Presidente del Centro Culturale “Oltre i muri” che organizza la serata.

Partendo dai temi che ho trattato nel libro e in primis dalla relazione tra le montagne e le genti che nel corso del Novecento le hanno ampiamente antropizzate nel corso di un processo storico per il quale le dighe hanno rappresentato gli elementi più grandi in assoluto – sia materialmente che immaterialmente, per come hanno trasformato i territori, le geografie umane e i paesaggi – l’incontro sarà l’occasione per riflettere sul presente e sul futuro prossimo di quella relazione fondamentale, sulla gestione politica dei territori montani e delle risorse in essi presenti, sulle visioni necessarie alla salvaguardia tanto degli aspetti ecologici quanto di quelli economici del territorio valtellinese il quale, come detto, ha rappresentato dal punto di vista dell’infrastrutturazione idroelettrica un ambito estremamente emblematico in passato ma lo può ben rappresentare anche per gli anni prossimi ancor più in forza della realtà ambientale in divenire.

Una buona occasione, insomma, per riflettere insieme sul futuro – anche politico, ma non solo – delle nostre montagne e delle comunità che le abitano senza mai dimenticare l’inestimabile valore socioculturale che possiede la bellezza del territorio e dei suoi paesaggi.

Appuntamento dunque per giovedì 9 novembre a Sondrio: per chiunque sia della zona o nei paraggi, sarà un piacere accogliervi, presentarvi il libro e chiacchierare insieme sui temi citati e su ogni altra cosa correlata ci sembrerà interessante disquisire.

Per saperne di più su Il miracolo delle dighe, cliccate sull’immagine qui sotto:

N.B.: la galleria in testa al post vi presenta una piccola selezione di immagini di alcune delle più significative “grandi dighe” della Valtellina e della Valchiavenna.

“Il miracolo delle dighe” su Unica TV

Grazie di cuore a Unica TV e in particolar modo a Fabio Landrini che hanno dedicato al mio libro Il miracolo delle dighe un prezioso spazio nei telegiornali di Sondrio e Lecco. Quanto mai “consono”, d’altronde, visto che il mio interesse verso i laghi artificiali e le opere di sbarramento è nato e si è consolidato proprio tra Valtellina e Valchiavenna, dove si trovano alcune delle dighe più significative delle Alpi italiane, sulle quali poi ho scritto nel libro, e dove nel settembre 1883 l’ingegner Lorenzo Vanossi progettò il primo generatore elettrico italiano azionato dalla forza idraulica, in uso al Cotonificio Amman di Chiavenna, iniziando così la storia dello sfruttamento idroelettrico delle acque di montagna e l’epopea della costruzioni delle grandi dighe alpine.

Ne approfitto per preannunciarvi che il prossimo 9 novembre sarò proprio in Valtellina, a Sondrio, per presentare Il miracolo delle dighe e parlare di territori montani e loro risorse, idriche e non solo. Potete vedere la locandina dell’evento nella colonna qui a sinistra e a breve vi darò maggiori dettagli al riguardo.

Buona visione e, per saperne di più su Il miracolo delle dighe, cliccate qui.

La devastazione al Lago Bianco del Passo di Gavia? “Forse” è un errore…

Quando scrivo di opere che vedo realizzate sulle montagne le quali mi sembrano del tutto prive di qualsiasi buon senso, per non dire altro, so di manifestare una particolare durezza nei confronti degli amministratori pubblici di quei territori che forse qualcuno troverà eccessiva – anche se il rispetto verso le persone non viene mai meno, sia chiaro.

D’altro canto, quando si leggono affermazioni come quelle del sindaco del Comune di Valfurva il quale, dopo la devastazione perpetrata alle rive del Lago Bianco al Passo di Gavia per piazzarci i tubi che dovrebbero alimentare i cannoni sparaneve delle piste del “suo” comprensorio sciistico, in pieno Parco Nazionale dello Stelvio e in zona di massima tutela ambientale, cosa si può pensare?

«Credo sia stato fatto qualche errore. Adesso bisognerà fare della valutazioni. Dovremo capire se sospendere il progetto, se è possibile modificarlo, o se andrà abbandonato» dichiara il Sindaco. Cioè, dopo aver distrutto la zona – ribadisco, una delle più preziose e delicate dell’intero Parco Nazionale dello Stelvio – il sindaco crede che sia stato fatto qualche errore? E che bisognerà fare delle valutazioni? Dopo settimane intere di scavi, perforazioni, distruzioni, inquinamento del suolo, degrado ambientale e paesaggistico, «bisogna fare delle valutazioni»? Cos’è, un’ammissione di incompetenza, la manifestazione di uno stato di alienazione, una presa in giro?

E lasciamo stare – per ora – le altre cose proferite dal sindaco nell’articolo sopra linkato. Come si può leggere sulla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco” «La visione arcaica dell’amministrazione di Valfurva ci fa capire molte cose: lo sci artificiale a tutti i costi come unica fonte di sostentamento della valli è ormai evidente che non sia più sostenibile né credibile. Devastare aree naturali arreca ulteriore danno al turismo di quelle valli.» Ben detto, le cose al riguardo vanno proprio così.

Forse sì, sbaglio a essere duro come sono con certi amministratori pubblici. Perché dovrei esserlo ben di più di fronte a queste circostanze, ecco.

Tuttavia, al netto di quanto sopra rimarcato, voglio vedere il bicchiere magari mezzo pieno no ma un quarto sì e sperare che la goffa arrampicata sugli specchi (mi sia consentita la locuzione figurata) del sindaco sia il preludio di una piena ammissione del danno compiuto e di una conseguente opera di sistemazione del luogo devastato, per quanto possibile. In tal caso non potrei che lodare una decisione del genere, se il comune di Valfurva e gli altri soggetti coinvolti negli scriteriati lavori del Gavia avessero il coraggio, il buon senso e l’onestà intellettuale e politica di decretarla.

Speranze nulle nutro invece verso il “Parco Nazionale dello Stelvio – Lombardia” (virgolette inevitabili), il cui atteggiamento insuperabilmente vergognoso è ormai pienamente identificante la natura e la qualità dell’ente. In questo caso, se c’è una durezza è quella della pietra tombale sotto la quale è stata ormai sepolta ogni possibile buona reputazione del Parco. Punto.

Milano-Cortina 2026: Olimpiade virtuosa (nonostante tutto) o figuraccia epocale?


Tra molte altre cose, di sicuro le vicende legate all’organizzazione delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno (ri)mettendo in evidenza lo stato di fatto desolante della politica contemporanea, l’imperizia dei suoi rappresentanti, il dramma di affidare territori pregiati e delicati come quelli montani a decisori amministrativi che non solo non hanno le competenze per gestirli al meglio ma non hanno nemmeno sensibilità, cura e visione strategica e culturale verso di essi e le comunità che li abitano.

[Da “Il Foglio”, cliccateci sopra per leggere l’articolo.]
La tragicommedia in corso tra Lombardia e Veneto, che dopo la cancellazione della pista di bob a Cortina stanno litigando per spartirsi in maniera differente da quanto inizialmente stabilito la torta olimpica – le cui fette non solo soltanto fatte di prestigio e orgoglio, tutt’altro! – è tanto grottesca quanto squallida, ancor più se si torna a quelle immagini di esultanza smodata del momento in cui il CIO assegnò a Milano e Cortina i Giochi invernali del 2026: una (apparente) unione di intenti e di interessi che nel giro di qualche anno si è sgretolata nel caos organizzativo che sta caratterizzando la macchina olimpica lombardo-veneta. Un caos, è bene rimarcarlo, che risulta lo specchio fedele di una palese inettitudine politica, amministrativa, decisionale, accresciuta da abbondanti dosi di ipocrisia e arroganza nonché da un’idea di fondo che fa (pervicacemente) delle montagne dei meri beni da consumare fin che ce n’è pur di conseguire i propri tornaconti, nonostante il diffuso parere contrastante di gran parte della società civile e la cospicua documentazione elaborata intorno alle tante pecche che l’organizzazione dei giochi sta evidenziando, ovviamente ignorata quando non diffamata dai suddetti politici – qui un esempio dei migliori al riguardo.

Che fare dunque dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, a questo punto? Be’, al fine di evitare che la figuraccia planetaria diventi ancora più imponente e tragicomica, e posto che a solo poco più di due anni dall’inizio dei Giochi è ormai impossibile mandare a monte tutto quanto (anche se temo sarebbe l’unico modo per evitare totalmente ulteriori disastri), credo non si possa far altro che rifocalizzarsi e concentrarsi sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale delle opere, eliminando definitivamente quelle che all’evento olimpico risultano sostanzialmente accessorie e mettendo da parte qualsiasi stupido orgoglio politico e ideologico per riequilibrare i Giochi al loro contesto più logico: lo sport e la montagna. Ciò significa che ogni intervento dovrà essere basato su buon senso, visione politica, utilità concreta, funzionalità, rigore finanziario, armonia con il territorio, retaggio a favore delle comunità ben più che dei turisti, diventando un valore aggiunto sul lungo termine per i luoghi interessati e non un’ennesima forma di consumo a perdere dei territori e dei paesaggi.

Eventi di tale portata d’altro canto impongono non solo sostenibilità economiche e ambientali ma, a monte, sostenibilità culturali, cioè la capacità di manifestare e mettere in campo una competenza innanzi tutto culturale nei confronti dei territori con la quale attuare quelle altre sostenibilità ovvero eventi, opere e iniziative che rappresentino veramente uno sviluppo dei quei territori e delle loro comunità, che ne sappiano realmente arricchire lo spazio, il tempo, il paesaggio, che siano elementi importanti nella costruzioni del miglior futuro possibile. In fin dei conti non devono essere i giochi a essere sostenibili ma devono esserlo i territori prima, durante e dopo l’evento, e parimenti deve essere “sostenibile” – cioè, logica, ammissibile, propugnabile – sotto ogni aspetto la vita quotidiana in essi.

Se non si è in grado di capire ciò, si intenderà solo che le Olimpiadi possono essere l’ennesimo strumento di conquista, di consumo, di tornaconti elettorali e non solo e di inesorabile successivo degrado dei territori. Come insegna l’Olimpiade di Torino 2006 e come sta dimostrando la cronaca fino a oggi per Milano-Cortina 2026: il rischio è forte, se non cambiano le cose.