A ovest del Sonna, tra Lecco e Bergamo: alla scoperta di un paesaggio quieto e discosto ma a suo modo “spettacolare”

Abitualmente siamo portati a farci emozionare e affascinare da paesaggi e luoghi che possiedano spiccate caratteristiche di spettacolarità, sia naturale che monumentale: è comprensibile e giusto, per molti aspetti, in primis per il fatto che la nostra idea di paesaggio ha un’origine e tutt’oggi una matrice fondamentalmente estetica. Dunque il luogo che riflette in maniera evidente e particolare il concetto comune di bellezza è quello del quale più facilmente e immediatamente restiamo appagati.

Ciò tuttavia non significa che paesaggi molto meno monumentali e privi di peculiarità estetiche considerevoli o di altre caratteristiche suggestive non possano essere parimenti affascinanti. È una questione di modelli, di convenzioni e immaginari ai quali decidiamo più o meno consciamente di adattarci; in verità ogni luogo e ogni paesaggio, unico come tutti gli altri, possiede peculiarità e caratteristiche a loro volta uniche, magari all’apparenza simili a mille altre e invece in concreto uniche, non fosse che perché ogni luogo è unico. Anche quello che ci sembra privo di elementi referenziali rispetto ad altri – una pianura piatta e uniforme, ad esempio – lo è; d’altro canto differente da qualsiasi altro lo diventa anche grazie a noi che lo osserviamo, studiamo, apprezziamo, viviamo – per fortuna siamo tutti quanti diversi l’uno dall’altro, no?

Un luogo, con il proprio paesaggio, che ad esempio io trovo per diversi motivi parecchio affascinante, pur non sembrando allo sguardo nulla di che cioè un angolo di mondo del tutto simile a innumerevoli altri, è il versante destro della Valle del Sonna (che è un torrente, dunque idronimo di genere maschile, ma in zona è frequentemente denominato al femminile, della Sonna), in Val San Martino tra i comuni di Monte Marenzo e Cisano Bergamasco: parte di quella zona che io definisco “la Toscana della Val San Martino” in forza della dolcezza morfologica dei rilievi, dell’anima sostanzialmente rurale e della presenza di numerosi piccoli nuclei, tutti di origine agricola e ancora variamente abitati (per giunta dai toponimi spesso suggestivi e significativi come Chiaravalle, Pomino, La Guarda, Uccellera), i quali a volte occupano le tozze sommità collinari e in ciò possono riportare alla mente quelli ben più celeberrimi della Toscana interna – al netto di certi edifici orribili, di tipico disegno degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, qui a volte visibili (molti geometri e altrettanti tecnici comunali dell’epoca andrebbero perseguiti penalmente per i danni che hanno cagionato ai propri territori e ai rispettivi paesaggi!)

Il nome dell’abitato più popoloso della zona, Valbonaga – frazione di Cisano Bergamasco – dà l’idea della sua conformazione geografica, quella di una convalle laterale rispetto al solco principale del Sonna, a sua volta percorsa dal tranquillo Rio di Cazzola; è una convalle anche la parte orientale della zona, denominata Val di Roviago, parimenti dotata di proprio torrentello (tutti affluenti di sinistra del Sonna), così che nel complesso la visione è quella d’un ampia e amena platea, prativa e agricola al centro, con frequenti terrazzamenti erbosi, boscata ai bordi soprattutto di selve castanili, compresa tra i rilievi dei Corni di Bisone a sud ovest e il Monte Santa Margherita a nord est, e movimentata al centro dal cordone morenico di Guarda – sul quale si trova anche l’altro nucleo abitato principale della zona, San Gregorio – che rappresenta il lascito in loco (al pari dei vari massi erratici sparsi un po’ ovunque) di una lingua debordante lateralmente del Ghiacciaio dell’Adda il quale, dopo averci dato dentro nell’escavare il bacino oggi occupato dalle acque del Lago di Como (cronache di 15-20.000 anni fa, per intenderci), da qui cominciava a perdere vigore, spessore e ad allargarsi verso le sue fronti brianzole. Di contro è affascinante sapere che la presenza di quella lingua glaciale laterale, che sormontava la dorsale dei Corni di Bisone e veniva contenuta solo dal dirimpetto crinale del Monte Santa Margherita, ostruiva con la sua massa la Valle del Sonna generando nella piana di Sant’Antonio d’Adda – dunque sul lato orientale della Valle, di fronte a Valbonaga – un ampio lago margino-glaciale, che poi con l’arretramento e la diminuzione di spessore della fronte del ghiacciaio si svuotò, determinando a sua volta la particolare morfologia del territorio il quale dunque millenni addietro fu in parte letto glaciale e in altra parte parte fondo sommerso di un lago: comunque sott’acqua, solida o liquida che fosse!

Preistoria geologica a parte, è significativo notare pure che questa è un’altra di quelle zone poste a pochissimi chilometri – un paio o poco più – dalla “civiltà” cioè dai centri abitati, dalle zone industriali e dalle strade più trafficate del territorio, ma capace di donare al visitatore una placidità e una quiete generale quasi sorprendenti, che diventano un elemento fondamentale nella definizione della bellezza e della godibilità del paesaggio locale. Passeggiando lungo le stradine che congiungono le varie località, spesso viottoli campestri o sentieri boschivi comunque sempre elementari, si prova quella inopinata e piacevole sensazione di “pausa” dal mondo che corre sempre troppo, di distacco seppur temporaneo: sembra di tornare a respirare a pieni polmoni un’aria salubre che si genera dallo sguardo, ci si sorprende nel constatare che, in certi momenti, gli unici suoni udibili sono i cinguettii degli uccelli sui rami degli alberi e, ogni tanto, il raglio di un asino o l’abbaiare d’un cane lontano. Se poi la passeggiata la si compie in un momento nel quale molti hanno l’abitudine o la necessità di fare altro – il sabato pomeriggio, ad esempio – e per di più dopo che ha piovuto oppure sotto una leggera pioggia (condizione ambientale a me assai gradita), oltre alle suddette percezioni uditive si godrà pure della fortuna di odorare profumi di terra e di bosco che sembreranno fragranti come non mai. Forse, in realtà, non saranno più odorosi del solito e saremo noi, in quel frangente, a risultare più sensibili alla loro percezione ma tant’è, è il risultato finale che conta e come questo risultato può diventare esperienza prima percettiva, poi sensoriale e quindi culturale per chi la vive.

A chi voglia conoscere e esplorare la zona, magari lasciandosi ispirare da ciò che avete appena letto per poi elaborare le proprie percezioni e suggestioni dalla relazione diretta con il luogo e il suo paesaggio, consiglio un percorso ad anello che richiede non più di tre ore, soste incluse: una comoda passeggiata lungo stradine un po’ asfaltate e un po’ a fondo naturale, tratturi campestri e qualche tratto di sentiero sempre agevole – che pur sempre sentiero è, sia chiaro: niente tacchi a spillo o mocassini in vernice, ma basterà un paio di calzature da trail running o da hiking di quelle ormai tutti utilizzano nell’outdoor.

Vi dico di partire da Costa, bella frazione rurale di Monte Marenzo (nota anche come Costa Antica) posta lungo l’ampia e bassa sella ai piedi del Monte Santa Margherita che divide il bacino idrografico del Sonna da quello del torrente Carpine, il quale scende verso Calolziocorte; troverete facilmente parcheggio, credo. Da qui si imbocca la pista agrosilvopastorale che porta al Parco “Penne Nere” del Gruppo Alpini di Monte Marenzo, si va oltre attraversando con percorso leggermente ondulato vecchie e fascinose selve castanili – in parte a fondo chiuso e in parte abbandonate e invase dalla boscaglia di ritorno – fino a che si giunge alle prima case di La Guarda, poste a monte del centro di San Gregorio. Da qui si imbocca sulla destra la stradina di Via La Guarda di Sopra che digrada ripidamente donando belle visuali della valletta del Rio di Cazzola che adduce alla località Valle e Uccellera oltre a sensazioni bucoliche già intense. Dopo due tornanti si può imboccare sulla destra un sentiero che si inoltra pianeggiando nel bosco per sbucare sul margine del parcheggio al servizio dei visitatori della pittoresca Cappella degli Alpini di Uccellera, posta sulla cima di una delle Corne di Bisone che al di là precipita con un’alta falesia – di genesi palesemente marina, poi “rifinita” dai flussi glaciali preistorici – verso la valle dell’Adda, della quale regala un bellissimo panorama. È una località piuttosto rinomata e veramente amena, con prati ben tenuti, animali al pascolo e coltivazioni a frutto: immagino che chi sia della zona sicuramente ci sarà stato almeno una volta nella propria vita.

Lasciata la soavità agreste di Uccellera, si percorre la strada asfaltata che dal fondo del parcheggio scende lungo la valletta fino a un bivio, presso il quale si imbocca a destra Via Cà Bortolotti ma non prima di aver gettato uno sguardo su una grande e bella cascina ad aia chiusa, visibile di fronte poco oltre il bivio, purtroppo abbandonata e pericolante: un vero peccato vederla così malconcia. Via Cà Bortolotti, fortunatamente sottoposta a scarso traffico veicolare, la si percorre tutta serpeggiando tra gruppi di case i cui toponimi pure qui giustificano fantasticherie etimologiche (Caberlotto, Salvagiannelli…) e godendosi le numerose e significative vedute della zona e delle sue peculiarità che vi ho descritto poco fa, finché si giunge tra le case di Valbonaga.

La via sbocca sulla Strada Provinciale 178 che sale verso San Gregorio: la si percorre per qualche metro in tale direzione per poi imboccare a sinistra Via Sorgenti della Cazzola, indicata come strada a fondo chiuso. Nessun problema se si sta camminando: la via supera il Rio di Cazzola, prende a salire e presto si trasforma in un tratturo campestre grazie al quale si attraversa la parte più bucolica della zona, tra prati, terrazzamenti, campi coltivati e piccoli dossi che animano la geografia minima locale. Così si giunge alla località Cà Gandolfi, altro nucleo tipicamente rurale le cui case si attraversano per continuare lungo la strada asfaltata a destra che torna sulla Provinciale 178; affacciandovisi, si può adocchiare poco a monte sull’altro lato della strada l’imbocco di un sentiero con segnalazioni escursionistiche.

Attraversate così l’ultimo asfalto dell’itinerario in percorrenza e imboccatelo, quel sentiero, ignorando la deviazione che scende a destra e fa parte del “Sentiero Giovanni XXIII” – ma non per mere ragioni antipapaline (o magari sì, fate voi) – e inoltrandovi in leggera discesa nel bosco lungo il versante destro del solco vallivo principale del Sonna, che magari udite rumoreggiare laggiù in basso nascosto dagli alberi. Dopo qualche minuto dovete “guadare” (basta un saltello, due se il flusso idrico è abbondante; nel caso c’è un cavo metallico di sicurezza) il torrentello della Val di Roviago che manifesta il gradevole prodigio di avere acqua anche in periodi di piogge scarse, mentre d’inverno la piccola ma incassata forra nella quale scorre gli regala ombra e freddo a sufficienza (sempre con il bene placito del cambiamento climatico) da creare frequenti e suggestive bordature ghiacciate. Andate oltre e quasi nei pressi di una schiera di case con campi coltivati d’intorno, che vedete poco sotto a destra, il sentiero prende invece a salire verso sinistra, con indicazioni “artigianali”, presentando la parte più ostica dell’intero itinerario: qualche decina di metri che definire “ripidi” è iperbolico ma quanto meno richiedono un filo di impegno in più e giustificano la richiesta di non indossare tacchi alti e scarpe di vernice; interessante è intuire i rimasugli dell’antico rissöl, la selciatura in pietra che un tempo caratterizzava questo tratto di mulattiera, via di collegamento tra le contrade prossime al centro di San Gregorio con quelle rurali a monte. Quasi al termine della breve salita si costeggia sulla destra un grande masso erratico per poi sbucare, poco più avanti, nella piana prativa in prossimità del bellissimo nucleo di Chiaravalle, in parte ristrutturato in parte cadente e forse nelle fattezze il più “toscano” di questo angolo del territorio, così posto sul sommo di un leggero rilievo che s’innalza di qualche metro dai campi d’intorno terrazzati e ancora diffusamente coltivati. Intorno si adocchiano gli altri due nuclei rurali di Montalino, minuscolo, e di Pomino, dotato di qualche casa in più: in effetti anche questa zona, al pari di quella attraversata prima lungo l’itinerario, possiede un’anima suggestivamente bucolica e apparentemente sospesa nel tempo, dalla vitalità rallentata e quieta: solo l’abbaiare di qualche cane o il rumore di un soffiatore o di una motosega ne possono turbare la placidità.

Da questo punto si può decidere di chiudere l’anello facendo un po’ meno fatica oppure un po’ di più: nel senso che nel primo caso si possono attraversare le case di Pomino e, salendo di qualche metro a destra, imboccare il tratturo che attraversa l’ampio fondo prativo e pianeggiante della valle ai piedi del Monte Santa Margherita, altro angolo di notevole fascino agreste, fino a giungere in vista delle case di Costa (Antica) e degli spiazzi di sosta dove avrete probabilmente lasciato l’auto. Nel secondo caso si può invece decidere di ascendere fin sulla vetta del Monte Santa Margherita, superando circa centocinquanta metri di dislivello con alcuni tratti ripidi se pur privi di difficoltà oggettive, e lassù visitare l’affascinante sito archeologico del castrum medievale sui cui ruderi è stato costruito il quattrocentesco Oratorio di Santa Margherita, adornato da splendidi affreschi non sempre in buono stato di conservazione. La minuscola chiesa viene aperta solo in rare occasioni, nell’attesa potete trovare un articolato documento che illustra le specificità storiche e archeologiche del luogo qui.

Dalla sommità del monte, per evitare di confondervi tra i viottoli della parte alta di Monte Marenzo, conviene tornare sui propri passi fino a un quadrivio con segnavia che avrete attraversato in salita e da qui scendere a destra, cioè a ponente, lungo un sentiero che in breve diventa stradina sterrata e porta alle case del nucleo di Piudizzo (anch’esso dotato di begli edifici rurali, con quello più imponente che presenta quasi le sembianze di casaforte), oltre il quale rapidamente si ritorna ai parcheggi nei pressi delle case di Costa (Antica).

Concludendo in tali modi la vostra passeggiata, avete camminato per circa 7,5 chilometri oppure per 9 in approssimativamente tre ore, come detto, o qualcosa in più se siete saliti fin sul Monte Santa Margherita: in ogni caso mi auguro che abbiate potuto raccogliere percezioni, sensazioni e suggestioni simili a quelle che vi ho descritto poco fa oppure altre differenti e personali, e che abbiate potuto comprendere e apprezzare la delicata, certamente poco spettacolare nel senso classico del termine ma di contro appartata e discreta bellezza di questo paesaggio minimo, placido, invisibile ai più eppure a suo modo unico e speciale, come ho cercato di raccontarvi e farvi capire fino a qui.

N.B.: a parte dove altrimenti indicato le foto che vedete nell’articolo, scattate in differenti esplorazioni, le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.

Sabato 16/09 a Carenno, camminando lungo “Sèmper Stèss Sentér” alla riscoperta del paesaggio

Sabato 16 settembre, a Carenno (Lecco), avrò l’onore e il piacere di guidare – insieme ai rappresentanti della Pro Loco Carenno – i partecipanti alla camminata di Sèmper Stèss Sentér, l’evento escursionistico con il quale verranno presentati gli interventi del progetto di recupero e valorizzazione della rete sentieristica locale. Ciò rappresenta un’occasione perfetta per andare insieme alla ri-scoperta del paesaggio di questa parte della Val San Martino, tra i più spettacolari e emblematici delle Prealpi lombarde tra Lecco e Bergamo, vero e proprio geolibro fatto di innumerevoli “pagine” che sanno raccontare storie, narrazioni, tradizioni, saperi intessuti tra queste terre e i loro abitanti nel corso dei secoli. Camminarci attraverso, e farlo al meglio grazie agli interventi di riqualificazione effettuati dalla Pro Loco che in qualche modo riconsegnano tali antichi manufatti al presente che viviamo, al futuro che affronteremo e a chiunque li percorrerà, è il modo migliore per ritrovare e ridare valore autentico alla relazione che ci lega a queste montagne, sia come abitatori stanziali che come visitatori occasionali, il che a sua volta ci permette di apprezzarne appieno tutta la particolare bellezza e il fascino raro – anche dal punto di vista meramente ludico-ricreativo, perché no.

Sarà un cammino di riconnessione al bello e al prezioso dell’ambiente naturale nonché di rilettura attenta e partecipata del paesaggio per sentirci parte di esso in maniera più profonda e consapevole: prenderà il via alle 09.30 di sabato presso il parcheggio tra la Casa del Fanciullo e l’Oratorio di San Domenico (Chiesa dei Morti), in fondo a via Pertüs.

Inoltre, partecipando alla camminata ci si potrà preparare al meglio alla tavola rotonda in programma alle ore 16.00 presso il salone della Casa del Fanciullo, curata dall’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì sul tema della pietra a secco e dei suoi molteplici aspetti: da quello storico/etnografico/artistico a quello paesistico/ambientale e della prevenzione dei rischi idrogeologici, fino a quello della ricaduta economica, nella prospettiva di un turismo di prossimità, slow e consapevole, unito alla visione di una rinascita dell’economia di montagna, come pure di una nuova opportunità professionale nel settore artigianale e dell’edilizia.

Per saperne di più, qui trovate il comunicato stampa dell’evento; ulteriori info le potete ottenere scrivendo alla mail procarenno@gmail.com oppure telefonando al 339.860.1838.

Partecipate numerosi e ritornerete a casa più contenti, ve lo assicuro!

Domani la “DOL dei Tre Signori” passa da Verderio!

Giovedì 11 maggio sarò a Verderio (Lecco), presso la bellissima Villa Gallavresi (in Via dei Tre Re n.31) che ospita la biblioteca comunale, per presentare la guida Dol dei Tre Signori con il collega di penna Ruggero Meles.

Con la bella stagione ormai imminente, sarà un’occasione ottima per presentare il meraviglioso itinerario escursionistico a tappe che percorre la «DOL – Dorsale Orobica Lecchese» tra Bergamo e Morbegno, il suo territorio montano ricchissimo di tesori e la nostra guida, lo strumento di viaggio ideale per affrontare la DOL e per conoscerne tutte le sue innumerevoli, affascinanti peculiarità.

Se siete di zona o se potete passare, vi aspettiamo alle ore 21.00. Tornerete a casa a preparare lo zaino e a lucidare gli scarponi, ve l’assicuro!

La bella stagione lungo la DOL è ancora più bella!

Una nuova bella stagione è ormai alle porte, come sempre la più propizia per mettersi uno zaino con quanto di necessario sulle spalle, calzare gli scarponi e andare per sentieri di montagna a godere dell’insuperabile bellezza del paesaggio naturale in quota – e anche per sfuggire all’afa estiva che, ci si augura, quest’anno non sia così opprimente.

Torna dunque la stagione propizia per percorrere la DOL dei Tre Signori, uno degli itinerari escursionistici più affascinanti delle Alpi lombarde (e non solo), tra i pochi in Europa che partono e arrivano ovvero uniscono due città emblematiche come Bergamo e Morbegno, dunque la pianura iper antropizzata già prossima all’hinterland di Milano e la più importante valle lombarda ai piedi delle alte vette alpine, percorrendo una dorsale montuosa spettacolare e oltre modo ricca di paesaggi naturali, da quelli suburbani della partenza da Bergamo agli angoli prettamente alpini prossimi alla Valtellina, nonché d’una miriade di tesori naturalistici, artistici, storici e variamente culturali. Cinque tappe (per il percorso “classico”) che ne valgono cento e più, insomma, al cui termine lo zaino sarà ormai scarico di provviste ma stracolmo di esperienze, ricordi, visioni, emozioni e di gioia genuina.

Per tutto ciò (e per il tanto altro che la DOL offre), la guida DOL dei Tre Signori è sempre pronta e a vostra disposizione per guidarvi attraverso le meraviglie della dorsale e le sue innumerevoli narrazioni, che ne fanno una montagna affascinante da leggere conoscere e poi, mi auguro, indimenticabile da esplorare e percorrere.

Dunque, eccovi di seguito un brano dell’introduzione che apre la guida: per saperne di più al riguardo cliccate qui. Un piccolo assaggio che spero ingolosisca tanti e faccia loro fremere i piedi, vogliosi di incamminarsi lungo la dorsale, ma anche che riaccenda il ricordo e il desiderio di tornarci a chi l’abbia già percorsa, parzialmente o integralmente.

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Vista dalla pianura bergamasca o dal Parco dei Colli di Bergamo, appena oltre la celeberrima Città Alta, la DOL si innalza come una scala che sale al cielo e fugge verso le montagne con una cresta elegante da cui è possibile vedere un’ampia parte della cerchia delle Alpi, la grande scacchiera della pianura e gli Appennini perdersi in un’azzurra lontananza verso Sud. A questo vanno aggiunte la bellezza e la varietà del paesaggio, la presenza costante di fauna e flora che accompagnano i camminatori lungo gran parte del percorso, la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali con cui le genti che la abitano ne hanno definito lungo il tempo l’identità peculiare.
La DOL va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: Val San Martino, Valle Imagna, Valsassina, Val Taleggio, Val Brembana, Valvarrone, Val Gerola e Valtellina. Nella guida al cammino della DOL cercheremo di suggerirvi degli spunti anche per cogliere l’intreccio che c’è stato nel corso del tempo tra uomo e Natura. È questo intreccio secolare e profondo che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il carattere culturale.
Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]

Questa sera a Carenno (Lecco), per vedere “oltre” il paesaggio

Vi rammento che questa sera, alle ore 21.00, sarò a Carenno (Lecco) per presentare il volume Oltre il confine. Narrare la Val San Martino, prestigiosa pubblicazione alla quale ho partecipato con un saggio in forma di racconto sull’esplorazione e la scoperta dell’anima peculiare e della bellezza della valle. Ve lo descriverò per cercare di mettere in luce quanto il territorio narrato dal libro sia speciale, e per questo meriti di essere il più possibile compreso e apprezzato, nonché come contenga un paesaggio per molti aspetti sorprendente il quale non va solo ammirato e goduto ma pure pensato. Anche perché contiene persino un “enigma”, che molti avranno forse intuito ma probabilmente non risolto…

Insieme a me vi saranno altri prestigiosi relatori e “colleghi di penna”: Sara Invernizzi e Matteo Nicodemo, autori di ulteriori affascinanti saggi sulla Val San Martino che il testo presenta, e i curatori del volume Fabio Bonaiti e Pierluigi Donadoni.

Sarà una serata affascinante, ne sono certo: e lo sono perché sono assolutamente affascinanti i luoghi che vi racconteremo. Dunque se siete in zona e potete partecipare, fatelo: vi piacerà parecchio, vedrete!

Cliccate sulle immagini delle locandine per ingrandirle e saperne di più; invece qui trovate un assaggio della mia dissertazione presente nel volume.

P.S.: la presentazione di Oltre il confine è parte di questa manifestazione: