La crisi che si sta attraversando, geografie in forte mutazione e il dinamismo progettuale di alcune realtà pongono alle montagne un tema inedito: come ritornare a essere un territorio dell’abitare.
Forse il paradigma delle “Alpi patrimonio” sembra conoscere, dopo più di tre decenni di vita, la sua fase discendente. Nato in contrapposizione al processo di turistificazione industriale delle montagne, parallelo al fenomeno di spopolamento, che ha costituito il leitmotiv alpino del “secolo breve” e della fase del fordismo urbano, il paradigma delle “Alpi patrimonio” è venuto a fondarsi sulla centralità dell’attore pubblico e su rilevanti finanziamenti in particolare di matrice europea, avendo al centro un’idea precisa: puntare sulla valorizzazione e la patrimonializzazione delle eredità materiali e culturali (storia, tradizioni, prodotti locali, architettura rurale, turismo soft, ecc.) come “piattaforma” per far fuoriuscire le aree non soggette ai processi di sviluppo turistico dalla loro marginalità.
Questa stagione, che indubbiamente è stata importante, e che ha comportato anche una nuova autoconsapevolezza autoctona, ha col tempo dimostrato una serie di limiti. Innanzitutto la centralità nuovamente attribuita al tema del turismo. E soprattutto un’idea di progetto contemporaneo delle montagne fondata essenzialmente su elementi del passato, a partire da “materialità” e valori simbolici tutti inscritti nel retaggio della civiltà alpina storica. Come se fosse impossibile costruire nuove valenze della montagna.
La crisi strutturale odierna, il venir meno dell’azione pubblica, il dinamismo certamente di nicchia ma comunque pionieristico e innovativo di alcune progettualità locali proprio nei luoghi fino a poco tempo fa ritenuti maggiormente marginali, mostrano geografie (di attori, di luoghi, di valori) in forte mutazione. Non più semplice playground turistico, le Alpi di oggi pongono un tema per molti versi inedito: come ritornare a essere un territorio tout court dell’abitare. […]
Sotto questo profilo le Alpi ripropongono nuovamente – secondo un’immagine messa a fuoco per la prima volta da Horace-Bénédict de Saussure – la loro natura di “laboratorio strategico”. È sulle Alpi che possono essere sperimentati nuovi modelli di sviluppo, capaci di conciliare crescita e qualità, innovazione e valorizzazione delle eredità. È sulle Alpi che può essere costruito un nuovo patto tra montagne e città, unica strada percorribile per sfuggire – come ha ricordato Enrico Camanni in La nuova vita delle Alpi – alla falsa alternativa tra trasformazione e conservazione.
Mi rivolgo agli amministratori pubblici di certe località montane italiane e ai relativi livelli istituzionali superiori: veramente può essere solo il turismo di massa – quello sciistico in particolare – l’unica forma di sviluppo economico e sociale possibile per le montagne italiane, come voi vorreste farci credere?
[Uno scorcio di Foroglio in Val Bavona, Canton Ticino. Immagine tratta da www4.ti.ch.]
Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.
La notizia, inquietante come molte altre simili lette sui media negli questi mesi in forza della realtà climatica che stiamo vivendo (e in particolar modo per la drammaticità manifestatasi quest’anno), è d’altro canto pure drammaticamente affascinante, per come lo scioglimento di strati glaciali così vecchi “azioni” una sorta di macchina del tempo immateriale che riporta materialmente nel presente dei lembi di mondo nello stato che presentavo secoli addietro, magari in epoche nelle quali il passo in questione era abitualmente transitato dai viandanti perché privo di ghiaccio ma, ciò, per cause ben diverse da quelle che la scienza da tempo accerta per la situazione attuale.
In effetti, il cambiamento dei territori montani in forza degli effetti del cambiamento climatico, per i quali l’estinzione di molti ghiacciai rappresenta uno dei fenomeni più impattanti e visibili, inevitabilmente cambierà anche la nostra percezione del paesaggio, dunque il nostro relativo immaginario, la concezione e la considerazione dell’ambiente montano, la nostra relazione con esso. È un po’ come se fino a oggi avessimo letto un libro con un suo determinato testo e la relativa narrazione, la cui lettura ci abbia lasciato un certo messaggio che abbiamo fatto nostro e elaborato nel tempo, e ora quel libro presentasse numerose delle sue pagine con un testo differente: il libro è sempre lo stesso e anche il titolo è identico e uguale il numero delle pagine, ma la narrazione derivante dal suo testo variato risulterà inevitabilmente diversa da quella precedente, e parimenti lo sarà la sua elaborazione.
Ho già affrontato alcune volte questo tema, qui sul blog (esempio) e altrove, che probabilmente apparirà molto teorico e poco concreto rispetto a tante altre questione inerenti la montagna e i cambiamenti climatici dotate di una maggiore e più immediata criticità. Eppure è un tema parecchio importante e al momento assai poco indagato, ma che credo risulterà basilare nell’evoluzione della nostra relazione futura con le montagne che frequenteremo. Montagne che apparentemente saranno le stesse di un tempo, dal paesaggio a prima vista identico a quello che si ammirava anni fa ma in realtà diverse, che probabilmente non osserveremo e non percepiremo più come allora.
Come ciò finirà per modificare la nostra relazione con i monti è difficile se non impossibile da dire, dato che il paesaggio è nella sua concezione immateriale anche il frutto del “qui e ora”, seppur definito da convenzioni comuni la cui base cognitiva si costruisce e definisce col tempo. La forma geografica delle montagne (salvo cataclismi) resterà suppergiù la stessa, la sostanza culturale presumibilmente no. E magari, sulle gande un tempo sepolte dai ghiacci e ora sgombre, tra qualche decennio crescerà l’erba e spunteranno piante, proprio come accadeva alcuni secoli fa a quelle quote alpine. Chissà se, nel caso, gli uomini del futuro potranno apprezzarlo oppure dovranno angosciarsene ancor più di quelli del 2022.
Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.
Già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel “turista”, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale, senza che si crei un’autentica relazione (reciproca) con i luoghi visitati e i loro paesaggi. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludico-consumistica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile sia al visitatore e sia al luogo visitato (salvo qualche fugace e illusorio tornaconto per il commercio locale).
[Foto di Yann Allegre da Unsplash.]Voglio spezzare una lancia, a favore dello sci su pista. Sì, una lancia “morale” per così dire: perché non sono affatto contro lo sci su pista in modo assolutista, come qualcuno potrebbe pensare a leggere i miei post sul web e gli articoli sugli organi di informazione, e perché in effetti posso dire di aver (quasi) imparato prima a sciare che a camminare – lo testimoniano alcune vecchie fotografie di me a 8 mesi con gli sci ai piedi, sorretto da mamma e papà. Tuttavia sono contro, e radicalmente, a ogni cosa insensata, priva di logica, imposta senza motivazioni solide e valide, irrazionale, sui monti e non solo e ancor più quando ci sia di mezzo la spesa di ingenti somme di denaro pubblico.
Ma dicevo, dello sci su pista. Dunque, provo a riassumere rapidamente la sua storia.
Nel corso del Novecento lo sci nasce e si sviluppa un po’ ovunque, sui monti: nevicava in maniera cospicua e il clima era favorevole, dunque piazzare impianti di risalita e tracciare piste di discesa su molti pendii favorevoli sembrava la cosa più naturale e ovvia da farsi, per far sì che la montagna si ponesse al passo coi tempi e con il progresso galoppante.
Poi è arrivato il boom economico, gli anni Sessanta dell’industrializzazione spinta, madre del primo consumismo all’americana, poi i nevosi anni settanta della Valanga Azzurra, poi gli Ottanta-da-bere dei trionfi in diretta TV di Tomba. Lo sci diventa sport di massa, nasce lo ski-total, i mega comprensori con impianti sempre più performanti, le località in quota costruite appositamente per gli sciatori, gli “skirama” che univano più vallate in un unico carosello sciistico. Nevicava ancora parecchio, e qualche trambusto economico di natura geopolitica non sembrava granché guastare la corsa trionfale dello sci sui monti.
Poi però, passati gli anni Ottanta, il clima ha cominciato a cambiare, a nevicare di meno e a fare sempre un po’ più caldo, anno dopo anno. Nessun problema: si è inventata la neve artificiale, da sparare sulle piste in assenza di quella naturale. A un certo non indifferente costo, già; d’altro canto come altrimenti aprire gli impianti e le piste e continuare come ormai pareva impossibile non fare?
Tuttavia il clima ha continuato a cambiare spiazzando sempre più i gestori dello sci, i costi di gestione delle stazioni sciistiche a lievitare di conseguenza, anche se non soprattutto in forza dell’uso sempre maggiore della “salvifica” neve artificiale a fronte di inverni con neve quasi del tutto assente; nel frattempo si è evoluto anche il costume diffuso, nuovi bisogni consumistici (più o meno apprezzabili) hanno via via diminuito il budget del pubblico sciante, ovvero: meno giornate sulle piste, vacanze più brevi, meno introiti per gli impiantisti che di contro dovevano comunque imbiancare le piste con la neve artificiale per poterle aprire, poste le sempre più frequenti stagioni avare di neve. Dunque maggiori spese, quindi necessità di aumentare il costo degli skipass ma non a sufficienza per coprire i costi sostenuti.
Ecco dunque che, per quanto sopra, numerose stazioni sciistiche hanno dovuto alzare bandiera bianca, chiudere, dichiarare fallimento, smantellare gli impianti (o, nel peggiore di casi, lasciarli arrugginire sui monti), e non solo perché troppo piccole per affrontare la concorrenza delle altre. Nel frattempo i cambiamenti climatici proseguivano, i costi di gestione degli impiantisti crescevano, i debiti nei loro bilanci diventavano sempre più pesanti, salvati solamente da sempre più frequenti e munifici contributi pubblici, indispensabili a evitare ulteriori fallimenti.
Ma le stazioni sciistiche ancora in attività non potevano certo restare al passo coi tempi! Dunque: ulteriori spese per il riammodernamento degli impianti di risalita, per il potenziamento dei cannoni sparaneve, per adeguare l’offerta turistica alla concorrenza delle altre località. E, inevitabilmente, i costi degli skipass aumentavano ma sempre non a sufficienza rispetto a quelli di gestione, nonostante i suddetti sostegni pubblici.
Poi è arrivato il Covid, la crisi energetica, gli aumenti spropositati dei costi relativi e inevitabili per i comprensori sciistici nel mentre che le stagioni invernali si sono fatte ancora più avare di neve e di freddo, costringendo ad un utilizzo sempre maggiore della neve artificiale – soprattutto nella prima parte di stagione, quella delle feste di fine anno, che da sola genera una bella fetta degli introiti dei comprensori. Dunque: sempre più costi, sempre meno sciatori, prezzi degli skipass in costante aumento, sempre più contributi pubblici per evitare fallimenti altrimenti inesorabili, bilanci sempre più disastrati… e ancora meno neve, ancora più caldo, stagioni sempre più brevi e tribolate, sempre maggiori costi per l’innevamento artificiale, ulteriori aumenti dei prezzi, ulteriore calo delle presenze sulle piste e sugli impianti…
…Eccetera eccetera eccetera.
Ecco: la questione non è essere a favore o contro lo sci su pista. È lo sci su pista che si pone sempre più contro ogni logica – economica, ecologica, ambientale, imprenditoriale, culturale… – salvo eccezioni sempre più rare. Dal dopoguerra e per qualche lustro il turismo sciistico è stato effettivamente un generatore di benessere economico per le vallate alpine infrastrutturate e turistificate al riguardo, ma tale sua prerogativa era strettamente legata a un certo momento storico e a una congiuntura di elementi favorevoli – clima, boom economico, nuovi costumi sociali e turistici, tecnologia dei trasporti a fune, eccetera – che ora è pressoché svanita e non può in nessun modo essere riprodotta o reiterata, così come appare evidente che non si possa agire, nella gestione del turismo montano invernale, come se invece nulla fosse cambiato. Al punto che già da tempo quello sci si è trasformato in un autentico boomerang socioeconomico per molte località che un tempo contavano di svilupparsi con esso e che invece ora ne subiscono i pesanti danni materiali, manifestando una decadenza economica e uno spopolamento anche maggiori delle vallate prive di comprensori sciistici, effetto inesorabile del venir meno di quella monocultura turistica che aveva preteso tutto per sé.
Per essere chiari, la questione non è voler eliminare o meno il turismo sciistico e la sua economia: sono questi che si stanno eliminando da soli, che si stanno continuamente scavando la fossa sotto i piedi in un modo che ormai non caderci dentro è diventata pura acrobazia. Lo sci su pista potrebbe rappresentare ancora un elemento socioeconomico importante per le montagne, se sapesse manifestarsi in maniera equilibrata, consona alla realtà montana attuale e futura e logica rispetto alle condizioni climatiche e ambientali che tutti quanti riscontriamo – salvo qualche negazionista decerebrato. Il problema è “suo”, dello sci su pista (ovvero di chi lo gestisce, ovviamente) che non sa, che non vuole fare quanto sopra, che vuole credere di essere ancora ancora negli anni Settanta del Novecento, quando nevicava tanto, faceva freddo e l’onda lunga del boom economico continuava a palesarsi, che non sa e non vuole pensare realmente al futuro proprio e delle montagne, che non è capace di formulare una visione nuova, diversa, contestuale alla realtà attuale e futura, che pretende di comandare su ogni altra cosa e dominare dogmaticamente il destino delle montagne e delle comunità che le abitano. Che pensa che le Olimpiadi invernali siano un buon motivo solo per svendere e consumare ancor più di prima la montagna e non una preziosa possibilità per rigenerarla e volgerla finalmente verso un miglior futuro. Ecco.
Messa nelle mani di chi sostiene questa deviata realtà, la montagna è veramente come una nave posta al comando di un equipaggio di squilibrati e diretta verso delle pericolose scogliere, che però quell’equipaggio nega che siano tali volendo far credere che rappresentino dei confortevoli approdi, anche se risultano ben visibili le onde che inequivocabilmente vi si infrangono contro con violenza.
Be’, vi (mi) chiedo: siete/siamo disposti ad attendere lo schianto fatale senza fare nulla?