Engadina, montagna extra-lusso

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’Engadina è come quelle compagne di classe di cui sei sempre stato innamorato ma non hai mai avuto il coraggio di dirglielo per paura di chissà che cosa: ogni volta che la vedi, anche a distanza di anni, lei rimane sempre la più bella. L’Engadina possiede quella perfezione estetica propria delle visioni celestiali, quasi fosse una Beatrice dei paesaggi montani, la quintessenza dell’idea stessa delle Alpi. Fitti boschi di conifere, tanti larici prossimi a ingiallire; venature di roccia grigia – granito – e verde – serpentino – sotto cime aguzze e innevate; le acque grigie e rapide dei torrenti; i ghiacciai lassù che vedi e non vedi, e poi laghi qui e là, il tutto con un incastro di colori che sembrano scelti con la sapienza di un pittore impressionista. E quei prati, così perfettamente verdi, così perfettamente rasati, così perfettamente pettinati da far venire il sospetto che il sospetto che dietro ci sia qualche organizzazione di giardinieri anonimi che nottetempo si preoccupano di raderli e sistemarli come si fa con certe spiagge di sabbia bianca nei resort di extra lusso. Bellissimo, indubbiamente, peccato che l’Engadina, o quanto meno l’Alta Engadina – quella che va dal passo del Maloja fino a Celerina e Zernez – ormai sia diventata proprio come quei resort: montagna extra-lusso. E dunque quando ci vado a passeggiare in cerca di fresco – perché lassù è comunque più fresco che giù da noi che siamo non in montagna, ma “tra” le montagne – finisco per fare un viaggio strano, a suo modo disturbante, come se entrassi in un film di Wes Anderson, o nelle pagine di Thomas Mann aggiornate al 2022, e mi sentissi fuori posto. […]

[Tratto da Engadina, una Svizzera da cartolina di Tino Mantarro, pubblicato su “Kaiserpanorama” il 3 agosto 2022. Mantarro è l’autore di Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, la cui recensione trovate qui.]

Un sondaggio

[Immagine di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sondaggio!

Secondo voi, cosa si vede nell’immagine fotografica (cliccateci sopra per ingrandirla e vederla meglio) qui sopra pubblicata?

  1. Un paesaggio distopico.
  2. La vetta d’una montagna come tante altre delle Alpi.
  3. Un bizzarro fotomontaggio.
  4. La testimonianza di un buon sviluppo sostenibile della montagna.
  5. Il nuovo parco divertimenti “GardAlpineLand”.
  6. Una notevole infrastruttura turistica per godere in tutta sicurezza del brivido delle alte quote alpine.
  7. La sede segreta di un’organizzazione criminale in lotta con James Bond.
  8. Il futuro di un numero crescente di cime delle Alpi.
  9. Un’installazione d’arte contemporanea.
  10. L’uscita di una fermata della metro inopinatamente posta a 3000 m di quota.
  11. Il frutto del progetto di un ingegnere (o altro tecnico affine) con seri problemi mentali.
  12. Boh!

Rispondete numerosi! 😄

L’uomo e il selvatico

[Vedute alaskane. Foto di Blake Guffin da Unsplash.]

Il selvatico non è ospitale, ignora l’esistenza dell’uomo, dei suoi valori e della sua cultura. Non c’è nessuna possibilità per noi di essere così come siamo, intatti, lì dentro. Per questo motivo tutte le spedizioni alpinistiche sono in primo luogo equipaggiamenti, preparazione atletica, training psicologico. L’uomo in quanto tale deve trasformarsi in una specie di mito tecnologico e morale, superiore agli elementi, perché, prima di tutto, non li può vedere.

[Marco Triches, Diario delle Alpi, MonteRosa Edizioni, 2022, pag.125. Per leggere la mia recensione al libro, cliccate qui.]

I ghiacciai che verranno giù

[Foto © CNSAS.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Mi è capitato di nuovo sotto gli occhi questo brano di Arno Camenisch (il libro da cui è tratto lo vedete qui accanto) il quale m’ha fatto riflettere sul fatto che, forse, la terribile estate 2022, iniziata a fine aprile con la sua siccità estrema e il caldo infernale, è finalmente terminata, lasciandosi dietro una scia di disastri di varia entità nonché, purtroppo, alcune terribili tragedie climatiche come quella della Marmolada, caso estremo di una stagione che per i ghiacciai si è rivelata la più drammatica da almeno due secoli a questa parte, ovvero da quando sono iniziate le misurazioni glaciologiche. Quasi che lo scrittore svizzero in quel passaggio si fosse immaginato, o avesse facilmente previsto, gli accadimenti alpestri dell’anno in corso così attinenti alle sue parole più di quanto accaduto negli anni scorsi, che già hanno registrato diffusi sfaceli montani più o meno cospicui e angosciosi.

In effetti abbiamo temuto, per tutta questa lunga estate e in forza della situazione climatica, altri crolli di porzioni di masse glaciali un po’ ovunque sulle Alpi e altri drammi conseguenti come quelli della Marmolada; d’altro canto di frane in quota dovute in gran parte allo scioglimento del ghiaccio interstiziale (il permafrost) se ne sono registrate moltissime, fortunatamente senza troppi danni a cose e persone. Nell’estate appena terminata “scopriamo” – o, per meglio dire, constatiamo inesorabilmente – una montagna ancora più fragile di quanto si potesse temere, ancora più in balia delle conseguenze dei cambiamenti climatici, percependola fatalmente più “pericolosa” e ciò suo malgrado, in fondo, prima che nostro malgrado – anche se per forma mentis diffusa ci viene semplice definirla “colpevole” di ciò che di funesto accade, come dimostrano di frequente i titoli dei giornali che in quelle circostanze utilizzano formulazioni assai cretine come «montagna assassina» o altre affini. Una montagna che, per tutto questo, si mostra ancora più bisognosa della nostra cura e della più approfondita consapevolezza diffusa riguardo le peculiarità del suo ambiente, soprattutto (anche se trattasi di avverbio fin troppo utopista, temo) ove sia una montagna sottoposta alle dinamiche del turismo di massa. Questa consapevolezza deve anche considerare l’evidenza che le montagne, così come ogni lembo della superficie della Terra, sono soggette a cambiamenti geomorfologici nel corso del tempo per le più varie ragioni: è un aspetto della Natura la cui portata si fa storia che poi sono gli esseri viventi a dover comprendere, capire, ricordare, strutturare in memoria, preziosa esperienza, conveniente resilienza.

Fortunatamente, nell’estate da poco conclusa, di altri ghiacciai non ne sono più crollati, almeno con conseguenze tragiche (sorprendentemente, viste le condizioni05), ma la realtà climatica che già viviamo e che ci aspetta negli anni futuri faranno di tali casi una possibilità viepiù frequente. Il pericolo maggiore al riguardo non è quello “ineluttabile” dato dalla condizione delle montagne dettata (anche e in misura sempre maggiore) dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma dalla nostra potenziale incapacità di comprenderne l’entità attuale e futura e la necessità di agire collettivamente per mitigarne gli effetti, da un lato, e di riequilibrare la nostra relazione con i territori montani dall’altro. D’altronde siamo noi esseri umani, che peraltro abbiamo le nostre belle colpe per l’acuirsi attuale di certi rischi ambientali sui monti, a definire e configurare la stessa nozione di “pericolo” – noi che saliamo alle alte quote in bermuda e infradito e poi inorridiamo quando lassù qualcuno ci lascia le penne ovvero che passiamo in un attimo dal considerare le montagne un confortevole paradiso a temerle come un incubo infernale… Ma le montagne con le loro pareti, le pietraie, le guglie, i ghiacciai, comunque crolleranno prima o poi, che accada domani o tra un milione di anni, per cause naturali oppure artificiali e che se ne percepisca il pericolo o meno. Coniugare e contestualizzare quella nozione nella nostra relazione con i monti può contribuire a rendere il loro valore e la loro bellezza eterni anche nel nostro bagaglio culturale più di quanto le nevi da sempre parimenti definite, “eterne” (definizione sinonimica scolastica di “ghiacciai”, lo saprete), oggi non lo sono più, e allo stesso modo possono permetterci di coltivare la più edotta e proficua consapevolezza diffusa a favore delle montagne e del loro paesaggio. Che potranno variare, modificarsi, rovinarsi o quant’altro ma sono e saranno sempre uno dei più preziosi e fondamentali patrimoni donati all’umanità, finché questa esisterà.

Tre cose interessanti

Tre imminenti iniziative, in tre contesti differenti e ciascuno a suo modo emblematico, che trovo assai interessanti sui temi del paesaggio, dell’ambiente, della loro salvaguardia e della nostra relazione con essi – in ordine di svolgimento…

A Tirano, Poschiavo e Teglio, tra Valtellina e Grigioni:

A Romano di Lombardia, nella bassa bergamasca:

A Tortona, in provincia di Alessandria ma guardando verso gli Appennini:

Cliccate sulle immagini per ingrandire le tre locandine.