La nascita di un “nuovo” passo alpino

[Ciò che resta del ghiacciaio di Tsanfleuron in un’immagine tratta dal sito web https://karst.iah.org.]
Durante l’agosto scorso il Passo del Tsanfleuron, in Svizzera, valico posto tra le cime del gruppo di Les Diablerets che collega il Canton Vaud e quello del Vallese a 2800 metri di quota, è riemerso dai ghiacci e tornato parzialmente sgombro dopo che per almeno 2000 anni è rimasto sepolto sotto la massa dell’omonimo ghiacciaio.

La notizia, inquietante come molte altre simili lette sui media negli questi mesi in forza della realtà climatica che stiamo vivendo (e in particolar modo per la drammaticità manifestatasi quest’anno), è d’altro canto pure drammaticamente affascinante, per come lo scioglimento di strati glaciali così vecchi “azioni” una sorta di macchina del tempo immateriale che riporta materialmente nel presente dei lembi di mondo nello stato che presentavo secoli addietro, magari in epoche nelle quali il passo in questione era abitualmente transitato dai viandanti perché privo di ghiaccio ma, ciò, per cause ben diverse da quelle che la scienza da tempo accerta per la situazione attuale.

In effetti, il cambiamento dei territori montani in forza degli effetti del cambiamento climatico, per i quali l’estinzione di molti ghiacciai rappresenta uno dei fenomeni più impattanti e visibili, inevitabilmente cambierà anche la nostra percezione del paesaggio, dunque il nostro relativo immaginario, la concezione e la considerazione dell’ambiente montano, la nostra relazione con esso. È un po’ come se fino a oggi avessimo letto un libro con un suo determinato testo e la relativa narrazione, la cui lettura ci abbia lasciato un certo messaggio che abbiamo fatto nostro e elaborato nel tempo, e ora quel libro presentasse numerose delle sue pagine con un testo differente: il libro è sempre lo stesso e anche il titolo è identico e uguale il numero delle pagine, ma la narrazione derivante dal suo testo variato risulterà inevitabilmente diversa da quella precedente, e parimenti lo sarà la sua elaborazione.

Ho già affrontato alcune volte questo tema, qui sul blog (esempio) e altrove, che probabilmente apparirà molto teorico e poco concreto rispetto a tante altre questione inerenti la montagna e i cambiamenti climatici dotate di una maggiore e più immediata criticità. Eppure è un tema parecchio importante e al momento assai poco indagato, ma che credo risulterà basilare nell’evoluzione della nostra relazione futura con le montagne che frequenteremo. Montagne che apparentemente saranno le stesse di un tempo, dal paesaggio a prima vista identico a quello che si ammirava anni fa ma in realtà diverse, che probabilmente non osserveremo e non percepiremo più come allora.

Come ciò finirà per modificare la nostra relazione con i monti è difficile se non impossibile da dire, dato che il paesaggio è nella sua concezione immateriale anche il frutto del “qui e ora”, seppur definito da convenzioni comuni la cui base cognitiva si costruisce e definisce col tempo. La forma geografica delle montagne (salvo cataclismi) resterà suppergiù la stessa, la sostanza culturale presumibilmente no. E magari, sulle gande un tempo sepolte dai ghiacci e ora sgombre, tra qualche decennio crescerà l’erba e spunteranno piante, proprio come accadeva alcuni secoli fa a quelle quote alpine. Chissà se, nel caso, gli uomini del futuro potranno apprezzarlo oppure dovranno angosciarsene ancor più di quelli del 2022.

3 pensieri su “La nascita di un “nuovo” passo alpino”

    1. Esattamente. E’ una cosa della quale non ci si rende conto subito, anzi, ci vogliono anni, ma in tutto questo tempo la devianza percettiva lavora nel profondo della nostra mente fino a generarci una concezione e una considerazione del paesaggio diverse da prima, con tutto ciò che ne consegue.

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