[Immagine tratta da www.tio.ch.]Qualche giorno sul Passo di San Lucio, tra Val Colla (Svizzera) e Val Cavargna (Italia), è stata posata una panchina in legno di castagnonel corso di una giornata contro il littering e di sensibilizzazione transfrontaliera sul tema dei rifiuti in montagna. La vedete nella foto qui sopra.
Una panchina normale, già. È un gesto tanto piccolo quanto super emblematico, fateci caso: una panchina normale per sensibilizzare contro i rifiuti sparsi in montagna i cui esempi maggiori sono proprio panchine, quelle giganti. Che sono un rifiuto, nella forma e nella sostanza: perché sono un manufatto di ferro, legno e cemento che presto andrà alla malora e perché rappresentano il rifiuto (loro malgrado, ma tant’è) di una frequentazione intelligente e consapevole dei luoghi che vorrebbero “valorizzare” e invece contribuiscono a degradare.
N.B.: una panchina normale, ribadisco. Finalmente. Guarda caso installata dagli svizzeri, non dagli italiani. Certe “malattie” colpiscono più facilmente gli organismi già debilitati, purtroppo.
Buongiorno, cani, ciao
cagnolini, cagnolini, cagnazzi
misterioso dono della natura
a noi carogne. Perché
incantevoli compagni di viaggio
che ci fissate con gli occhi
con esagerata aspettativa.
Belli come boschi come il vento
girano su e giù per la casa
come fiumi come rupi
come nuvole innamorate.
Belli quando ronfate
fate bave spazzate immondizie.
Egoisti, sporchi, noiosi,
rompiscatole, puzzolenti, ingordi,
sudicioni, petulanti, tangheri.
Dio vi benedica.
Festeggio così la ricorrenza del giorno nel quale Loki è stato assunto a casa con mansioni di “segretario personale (a forma di cane)”, esattamente il 26 maggio di cinque anni fa.
Un’assunzione quanto mai benefica, sotto ogni punto di vista (mio, s’intende. Invece, dal punto di vista delle piante e dell’erba del giardino di casa, un po’ meno.)
In ogni caso: grazie di cuore, segretario Loki, per questi meravigliosi cinque anni di vita comune.
[La Val Morteratsch, Engadina, Svizzera. Foto di Matthias Speicher su Unsplash.]Viviamo in un mondo difficile, sconvolto da guerre atroci e da troppe tragedie, in balìa di un cambiamento climatico che chissà a quali conseguenze ci sottoporrà, scosso e confuso da innumerevoli criticità e altrettante variabili che deprimono la nostra fiducia nel futuro. Non ci restano molte certezze sulle quali fare affidamento, ma una che abbiamo sicuramente a disposizione è il mondo stesso cioè la Natura, la bellezza dei tanti luoghi e dei paesaggi che ce la sanno donare a profusione: le montagne, ad esempio.
Ecco, anche per questo motivo, forse soprattutto per esso, dovremmo avere sempre la massima cura di questa preziosa bellezza. Per ciò dovremmo continuamente manifestare verso di essa attenzione, sensibilità, competenza ed evitare di degradarla e rovinarla con azioni, opere, progetti e immaginari decontestuali e impattanti, quando non palesemente scriteriati, come molti di quelli che alle montagne si vorrebbero imporre. L’elenco è lungo, lo sapete bene: un elenco che sarebbe da ridurre e cancellare depennando una alla volta ogni sua singola voce, quando si riferisca a opere che quella bellezza la trasformano in bruttezza sia dal punto di vista materiale – a danno del territorio e del paesaggio, appunto – sia da quello immateriale, nella visione perversa e pericolosa attraverso la quale guardano alle montagne imponendo quelle opere.
[Sbancamenti nel comprensorio sciistico di Ovindoli-Monte Magnola, Abruzzo, Italia. Al riguardo ne ho scritto qui. Immagine tratta dalla pagina Facebook di Stefano Ardito.]Non possiamo sprecare così stupidamente questo patrimonio di bellezza che le montagne ci donano: è veramente quella che – con poche altro, ribadisco – può salvare il mondo. Ma affinché lo possa fare sta a noi salva(guarda)rla, prima: godendone con attenzione, rispetto, cura, consapevolezza. È un dovere che abbiamo perché al contempo è un diritto: avere cura delle montagne per godere della loro bellezza. E per molti aspetti è pure una garanzia per il nostro futuro. Che non possiamo sciupare dato che, appunto, non ne abbiamo molte altre.
Sono molto felice di leggere che il sito web internazionale Architizer, con sede a New York e mission dichiarata di «celebrare la migliore architettura del mondo e le persone che le danno vita» ha incluso l’amico Enrico Scaramellini e il suo studio Es-Arch tra i migliori trenta studi di architettura italiani, in base a una classifica la quale considera alcune delle statistiche chiave che dimostrano il livello di eccellenza architettonica di ciascun studio.
È un riconoscimento meritatissimo per Scaramellini e non lo dico tanto io, che non conto granché, quanto la stima e l’apprezzamento che gode dentro e fuori il mondo dell’architettura nazionale e, appunto, internazionale. Ciò grazie a progetti e opere principalmente realizzate in territori montani (ne vedete alcuni lì sopra) dallo stile riconoscibile, emblematico, abili nel coniugare tradizione e innovazione in modi mai banali e sempre capaci di raccontare narrazioni dei luoghi e delle relazioni che danno loro vita, per le quali l’opera progettata rappresenta un ulteriore elemento di forza, di vivacità, di dinamismo spaziale e temporale.
La classifica è stata pubblicata ormai da qualche settimana ma ne parlo ora perché è imminente l’inaugurazione di uno degli ultimi progetti Es-Arch: la nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio; la vedete nelle immagini qui sotto). Un’opera estremamente suggestiva le cui forme, i volumi, le superfici dialogano con la morfologia delle montagne circostanti richiamando nelle proprie linee architettoniche e nei colori le relative peculiarità del paesaggio alpestre locale, al contempo risultando estremamente agile, quasi leggera nonostante l’apparente monoliticità, al punto da sembrare più contenuta di quanto in realtà sia.
Di nuovo complimenti vivissimi a Scaramellini, il cui personale cammino esplorativo sui sentieri e nei territori dell’architettura più bella e armoniosa prosegue disseminando cairn architettonici di mirabile fascino e grande valore culturale, sia per i luoghi e i paesaggi nei quali vengono inseriti che per chiunque se li ritrovi di fronte e li possa ammirare.
[Arolla, Canton Vallese, Svizzera. Foto di Xavier von Erlach su Unsplash.]In un mondo “normale”, abitato – per la parte antropica – da uomini intelligenti e senzienti, dotati di senno e di senso (civico, in primis), la bellezza delle montagne basterebbe a proteggerle da qualsiasi azione che le potrebbe degradare. Nel nostro mondo, invece, troppo spesso è il motivo per il quale si decide di sfruttarle per ricavarci qualche tornaconto. «Un luogo montano è particolarmente bello? Bene, può rendere un sacco, dunque sfruttiamolo quanto più possibile!» Così pare che funzionino le cose, oggi, quando viceversa un luogo così bello, proprio perché tale, sarebbe da tutelare il più possibile e rendere fruibile nel modo più equilibrato e sostenibile con cura, sensibilità, attenzione, rispetto e visione del futuro.
Paradossalmente, quando in montagna l’idea di “bellezza” non esisteva (nata con il romanticismo, gli aristocratici del Grand Tour e l’immaginario collettivo che ne è derivato) si aveva molta più consapevolezza del fatto che l’usufrutto dei territori montani e di ciò che potevano offrire (che in fondo rappresentava la loro “bellezza” per i montanari di un tempo) doveva rispettare un equilibrio assoluto con gli stessi al fine di salvaguardarne la realtà in ogni suo aspetto. Forse più per istinto che per raziocinio ma con convinzione innegabile si sapeva che la finitezza delle montagne significa(va) sia perfezione che limitatezza. Oggi invece la nostra società no limits, e pure no responsibility (non serve tradurre, immagino), si comporta come se la bellezza apparentemente infinita delle montagne equivalesse all’apparente infinitezza del loro possibile sfruttamento. «C’è così tanta bellezza lassù, che saranno mai una casa in più, un condominio, una strada, un parcheggio, una funivia…» Ma così si condannano le montagne a finire in ogni senso: finirà la loro bellezza, finiranno le loro risorse, finirà (chissà dove) il loro valore culturale, finirà la nostra possibilità di viverle e frequentarle al meglio.
È ciò che vogliamo fare, delle nostre montagne? Possibile che la loro bellezza, che tutti sappiamo cogliere e riconoscere, non sappia proteggerle come per logica dovrebbe essere? È “normale” un mondo dove in molti luoghi si fa di tutto o quasi per rovinare la bellezza delle montagne?
[Sbancamenti per nuove piste da sci a Cortina d’Ampezzo. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com.]