Su certe cose scritte nel “Protocollo per la riapertura delle aree sciistiche”

[Foto di Egor Myznik da Unsplash.]
Lo avete letto, voi che frequentate la montagna o vi occupate di cose montane, il “Protocollo per la riapertura delle aree sciistichediffuso qualche giorno fa per l’avvio della prossima stagione turistica? Nella sua introduzione, che presenta i concetti e le idee fondamentali sulle quali il documento è stato stilato, personalmente ci trovo parecchie cose sconcertanti. Ovvero fuorvianti al punto da risultare sostanzialmente infondate o, se preferite, totalmente slegate dalla effettiva realtà delle cose e del contesto montano contemporaneo.

Leggiamola insieme e, nelle parentesi con testo di colore rosso, considerate le mie osservazioni ai vari passaggi:

Gli impianti di risalita costituiscono la struttura portante delle stazioni turistiche di montagna, (affermazione fuorviante, dacché sembra che tutte le stazioni turistiche di montagna vivano solo grazie a tale “struttura portante”, che poi così portante non sembra affatto, assomigliando spesso di più a una zavorra ambientale, socioculturale e finanziaria) che si sono sviluppate inizialmente in inverno, in ragione dell’effetto motivante della vacanza invernale procurato dallo sport dello sci (non del tutto vero, storicamente: molte località si sono sviluppate precedentemente l’avvento dello sci turistico, generando una notevole fama prima che impianti e piste venissero aperte). In seguito, si è investito per sviluppare anche la stagione estiva (in realtà storicamente è successo il contrario, appunto), aggiungendo il servizio degli impianti a un tipo di frequentazione della montagna caratterizzata da finalità, da modalità di approccio e da tempistiche decisamente diversi. Ne consegue anche una diversa organizzazione del lavoro nelle due stagioni, in ragione dell’affluenza di turisti molto più intensa in inverno rispetto all’estate (cosa vera per molte stazioni, non per tante altre, che vedono un afflusso ben più importante nei mesi estivi ma più diffuso sul loro territorio).

Sulla spinta dello sviluppo e del perfezionamento degli impianti di risalita si è costituita una filiera di servizi al turismo molto evoluta (che sia “evoluta” dipende dai punti di vista), frutto di investimenti rilevanti (soldi sovente pubblici che finiscono per avvantaggiare dei privati, circostanza assai ambigua sulla quale però nessuno del settore dice qualcosa), composta da attività fra loro complementari e di analoga qualità, che ha assunto un ruolo fondamentale per la vita delle popolazioni montane (“fondamentale”? Ma quando mai? Affermazione ben più che forzata, forse sostenibile tra gli anni Sessanta e Ottanta dello scorso secolo ma con mille distinguo, oggi invece – salvo rarissimi casi – palesemente immotivata, anzi, il ruolo dell’attività sciistico-turistica è spesso di elemento impattante e degradante la realtà territoriale montana in ogni suo aspetto).

Le aziende funiviarie rivestono infatti un valore strategico per la tenuta degli equilibri socio-economici dei territori di montagna e del sistema turistico nel suo complesso (affermazione parimenti super-forzata, vedi sopra, e soltanto funzionale alla difesa degli interessi della parte in questione: che abbiano un valore importante e difendibile al pari di altri può ben essere, che tale valore sia “fondamentale” o “strategico” è una mera forzatura), in quanto attraggono turisti italiani e stranieri, alimentando un importante indotto a vantaggio di molteplici operatori economici quali albergatori, commercianti, maestri di sci, artigiani ecc. (che l’indotto ci sia e sia importante è vero però quasi mai viene realisticamente calcolato, se non con affermazioni e numeroni per i quali non vengono forniti giustificativi chiari e verificabili). Si è calcolato che nell’arco alpino e appenninico italiano, gli occupati nel sistema turistico invernale, considerando tutta la filiera delle attività interessate, raggiungano le 400.000 unità.

In un contesto socio-economico che vede i comuni di montagna morire lentamente per abbandono, è evidente l’importante ruolo economico e sociale svolto delle aziende funiviarie, che evitano lo spopolamento delle aree decentrate così come quello di tutti gli altri operatori che fungono da polo di attrazione per il turismo montano (altra affermazione fuorviante e annebbiante: le stazioni ex sciistiche, anche importanti, che proprio per colpa del turismo sciistico sono morte economicamente e rischiano di morire socialmente sono ormai decine in tutto l’arco alpino; che le aziende funiviarie evitino lo spopolamento e fungano da polo di attrazione è una situazione artificiosa, indotta e disequilibrata, nel senso che, come dimostra bene questo testo istituzionale, l’industria dello sci viene coattamente imposta come forma di fruizione turistica della montagna dominante e ad essa si convogliano continui privilegi politici e finanziari che nessun altra modalità di frequentazione delle montagne gode, nonostante i bilanci delle aziende funiviarie siano, nella maggioranza dei casi, quelli di uno stato di fallimento, con debiti milionari che aumentano anno dopo anno ai quali vengono messe continuamente pezze di contributi pubblici in modi, ribadisco, assai discutibili).

Detto tutto ciò, vorrei essere molto chiaro: non c’è alcuna preclusione allo sviluppo del comparto dello sci su pista da qui al futuro, se lo stesso sa mantenersi contestuale ovvero sa ricontestualizzarsi alla realtà montana contemporanea (sotto ogni punto di vista: ambientale, culturale, sociale, economica, eccetera) in base a precise e inderogabili direttive di sviluppo che, molto modestamente, qualche tempo fa ho riassunto in cinque punti:

  1. essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo;
  2. non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi;
  3. eliminare totalmente l’innevamento artificiale;
  4. prevedere l’obbligo, in qualche modo adeguatamente certificabile, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori e in maniera ben più ampia e strutturata di quanto non si faccia ora;
  5. prevedere l’obbligo di mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche (qui trovate ogni approfondimento riguardante questi punti).

Altrimenti, i comprensori sciistici che non sappiano evolversi e adeguarsi a quelle semplici ma basilari prescrizioni non possono che essere considerati obsoleti, decontestuali e controproducenti per i territori montani sui quali insistono e, traendone le debite conseguenze, dovranno lasciare spazio a nuove strategie e modalità di fruizione turistica per quei territori.

È incontestabile il fatto storico che lo sci su pista ha cambiato la realtà di molte località sulle nostre montagne e che spesso lo abbia fatto in meglio; è altrettanto irrefutabile che un tale successo è stato generato in anni diversi dagli attuali e con strategie contestuali a un panorama economico, sociale, culturale, di costume e soprattutto climatico che oggi è radicalmente cambiato. Continuare a perseguire quelle strategie e la forma mentis politico-imprenditoriale alla base, come in modo sconcertante fa il testo introduttivo del “Protocollo per la riapertura delle aree sciistiche”, significa solo cagionare alla montagna la stessa sorte che molte località sciistiche gestite in quel modo hanno subito negli ultimi lustri: il fallimento inesorabile.

[A proposito di stazioni sciistiche fallite, cliccate sull’immagine.]
Posta dunque quella cronica distanza dalla realtà di fatto che la politica italiana (e le parti ad essa sodali) dimostra pervicacemente e comprova nel documento qui discusso, resta in capo a noi, comuni cittadini, la responsabilità principale di assicurare alle nostre montagne un futuro equilibrato, armonioso e proficuo per tutti. Perché chiunque – turisti, residenti, abitanti, lavoranti – potrà stare bene in montagna solo se le montagne staranno bene. Viceversa, ribadisco, temo sarà la desolazione definitiva, inevitabilmente.

Di cose belle a Colle di Sogno, presto

Tenete ben presente che prossimamente a Colle di Sogno, uno dei più bei borghi di montagna delle Prealpi lombarde (ne ammirate qualche scorcio nelle immagini qui sopra, ma può ben essere che qualcuno di voi già lo conosca), accadranno cose molto belle e intriganti. Già.

Tenete d’occhio questo blog oppure i social e a breve ne saprete di più ma, nel frattempo, potete già intuire qualcosa al riguardo qui.

Una guida in buona compagnia

È sempre piacevole visitare un luogo dove sai di trovare tanti buoni amici, alcuni conosciuti bene e da tempo, altri che conosci appena ma sai già che li conoscerai meglio quanto prima, altri invece che non conosci affatto e non pensi nemmeno di farteli “amici”, prossimamente, ma che ti fa comunque piacere vedere, lì insieme agli altri in un “assembramento” tanto variegato quanto gradevole e per nulla pericoloso, anzi, solamente e profondamente benefico dacché in un luogo del genere si può diffondere una “pandemia” che di più salubri non ce ne sono. E poi, d’un tratto, ti trovi di fronte ciò che l’immagine qui sopra mostra, comprendi il senso di tutto ciò che stai osservando e con animo leggero pensi: «Ecco perché mi trovo così bene qui, in questa libreria!»

P.S.: perché sì, quella è la guida escursionistico-letteraria Dol dei Tre Signori, che ho scritto insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, ospitata in una libreria della catena “Libraccio” nella quale la potere trovare e ovviamente acquistare (grazie di cuore a Loretta Carsana per la fotografia!), oltre che sulle principali librerie on line e, ancora in questo periodo, come allegato del quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Per saperne di più al riguardo cliccate qui, oppure cliccate sull’immagine in testa all’articolo per conoscere ogni dettaglio utile sulla guida. Se invece del volume e delle sue narrazioni (scritte e fotografiche) volete godere qualche intrigante pillola, visitate la pagina Facebook “I Cammini di Orobie”.

L’odore di letame

[Foto di Pete Linforth da Pixabay.]

Avevo otto anni quando abbiamo lasciato Zernez per stabilirci a Lavin nella casa paterna di mamma, giù presso il ponte di Coray, sull’Inn. La notte si sentiva il mormorio del fiume. Poi se una volta si dormiva altrove, proprio quel rumore mancava.
Il paese non è molto cambiato dal tempo della mia infanzia: qualche casa nuova, fuori paese qualche costruzione agricola, un impianto di depurazione delle acque, una circonvallazione per le macchine: più o meno tutto. La struttura del luogo è rimasta quella che era. Le facce delle case ci sono ancora; anche certi odori che mi riportano il passato: qui il profumo di legna bagnata, di segatura, qui invece fragranza di pane fresco, qua o la il vecchio sentore di camino e di fuoco della stufa… L’odore di letame è quasi svanito anche qui. Una volta era sempre presente, un odore elementare e al tempo stesso indizio di una eterna trasformazione di materia organica: mutazione del letame ancora tenero in vecchio concime nero, in humus e in terra fertile.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.135. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” del libro.)

Questo passaggio del libro di Peer lo comprendo molto e sento parecchio “mio”. Perché, se devo citare qualcosa che mi riporti immediatamente alla mente i deliziosi ricordi delle mie vacanze estive da bambino sui monti, così formative per la mia attuale relazione non solo con le montagne ma, a ben vedere, con l’intero mondo vissuto, be’, a mia volta cito l’odore del letame e degli escrementi lasciati dalle mucche al pascolo (cosa alla quale ho già fatto cenno qui). Il quale, al di là della sua fonte, non aveva (e non ha, ove sia ancora presente – cosa sempre più rara, d’altronde) nulla di disgustoso, anzi, come afferma Peer, ha qualcosa di profondamente vitale, una sorta di effluvio ancestrale, una narrazione odorosa di un paesaggio antico e fondamentale, un elemento immateriale ma ben percepibile legato al ciclo della vita terrestre in generale, non solo a quello della singola specie e del territorio ove vive. Oltre ovviamente a essere, un odore del genere, una componente basilare – tra quelle immateriali – che formano il paesaggio locale e ciò a prescindere dalle mie particolari percezioni.

Poi, di contro, capisco anche quelli che a volte incrocio in giro per i monti e, in presenza di questo odore, dicono «Bleah, che puzza!» e fanno la faccia schifata. Non è colpa loro, a ben vedere, solo che non sanno più capire che – permettetemi l’osservazione un po’ mordace – a volte certa merda sparsa sui prati montani è molto più preziosa e gradevole di tanta altra assai diffusa altrove e che non si ritiene affatto tale, ecco.

“La Montagna assetata”

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla a un formato più leggibile.]
Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.