I predatori dell’acqua alpina

Sapete poi (anche) perché sulle montagne vengono installate così tante “giostre” da luna park per il facile e rapido divertimento del turista? Ponti tibetani, mega-panchine, passerelle panoramiche… senza contare le infrastrutture maggiori e più funzionali all’industria turistica, ovviamente. Perché l’antica strategia del panem et circenses vale parecchio pure sui monti, già. Così, distratti, svagati, sollazzati i forestieri e parimenti confusi e illusi i locali, certi personaggi che purtroppo detengono il potere di “fare”, sulle montagne, possono tranquillamente tanto quanto ipocritamente imporre progetti ben più depredanti le risorse materiali e il valore immateriale dei territori montani in questione, a tutto vantaggio dei loro personali tornaconti e a totale degrado e mortificazione dei monti (i loro, spesso) che, nelle sedi pubbliche del “divertimentificio” turistico e grazie alla sottomessa eco dei media locali, quegli stessi personaggi dicono tanto di “valorizzare”, “rilanciare”, “sviluppare” eccetera.

Un ennesimo e recente caso al riguardo lo si riscontra in Valmalenco, laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso Nord tra monti splendidi e via via più alti fino ai (sofferenti, ahinoi) ghiacciai italo-svizzeri del Gruppo del Bernina. Cito testualmente quanto scrive Michele Comi – mirabile guida alpina e persona profondamente nonché “geograficamente” informata sui fatti – sulla propria pagina Facebook, in riferimento alle significative immagini che vedete qui sopra (che a loro volta traggo dalla pagina):

Ecco la supposta estiva somministrata all’insaputa dei valtellinesi, forse troppo impegnati a postare foto di porcini. Il triste epilogo dell’insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno.

Gennaio 2013:
«𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒔𝒔𝒂𝒍𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂.
𝑵𝒐𝒏 𝒄’𝒆̀ 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐, 𝒊𝒍 90% 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒆̀ 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒊𝒎𝒃𝒓𝒊𝒈𝒍𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒆 𝒔𝒇𝒓𝒖𝒕𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒊 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒆𝒍𝒆𝒕𝒕𝒓𝒊𝒄𝒊. 𝑺𝒕𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒈𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒄𝒊 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒕𝒊 𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒊𝒏 𝒍𝒂𝒓𝒈𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒄𝒊𝒖𝒈𝒂𝒕𝒊, 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒆 𝒊𝒏 𝒂𝒍𝒕𝒂 𝒎𝒐𝒏𝒕𝒂𝒈𝒏𝒂.»

Agosto 2021:
«𝑾𝒆 𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒖𝒅 𝒕𝒐 𝒂𝒏𝒏𝒐𝒖𝒏𝒄𝒆 𝒕𝒉𝒂𝒕 𝑯𝒀𝑫𝑹𝑶𝑨𝑳𝑷 𝒉𝒂𝒔 𝒃𝒆𝒆𝒏 𝒂𝒘𝒂𝒓𝒅𝒆𝒅 𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒄𝒕 𝒇𝒐𝒓 𝒕𝒉𝒆 𝑬&𝑴 𝒔𝒖𝒑𝒑𝒍𝒚 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒘 𝒑𝒓𝒐𝒋𝒆𝒄𝒕 “𝑮𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆𝑴𝒂𝒍𝒍𝒆𝒓𝒐”, 𝒍𝒐𝒄𝒂𝒕𝒆𝒅 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒚, 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒊𝒏𝒄𝒆 𝒐𝒇 𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐.»

Grande derivazione Mallero.

Per dovere d’informazione va riesumato il doppio parere tecnico negativo espresso a suo tempo da ARPA riguardo la prima «piccola» e poi «grande derivazione Mallero» (sorprendentemente ignorato!) che si occupa della valutazione preventiva degli impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica di piani, progetti e opere.
1° parere negativo, anno 2009: NO a piccola derivazione (per derivare una portata massima di 1300 l/sec): «Le operazioni in progetto comportano lo scavo di 50000 mc di materiali da trasferire per la quasi totalità alla cava Brusada-Ponticelli, in comune di Lanzada, in qualità di ricolmamento di una camera di coltivazione. A livello ambientale non si può ritenere che questa movimentazione di materiali sia ottimale per il territorio e le zone abitate, soprattutto in merito a qualità dell’aria, polveri e rumori ma anche in considerazione del fatto che l’intensa attività di cave e miniere presenti in zona è già da anni problematica […] 4 camion all’ora in andata-ritorno, circa 1 ogni 15 minuti per circa 16 mesi. Le strade di collegamento fra i cantieri e la miniera Brusada-Ponticelli attraversano tutto l’abitato di Chiesa Valmalenco e quello di Lanzada, con ovvie conseguenze circa l’incremento del traffico, del rumore e dell’inquinamento atmosferico in una situazione già caratterizzata dalla sovrapposizione di traffico di cava e turistico [..] a livello ambientale l’autorizzazione dell’opera implicherebbe un consistente depauperamento del tratto di corso d’acqua sotteso alla derivazione con conseguenze sull’ecosistema, sugli habitat naturali e sulla circolazione delle acque sotterranee; tutto questo andrebbe ad incidere su una situazione in cui è in corso un perenne tentativo di riequilibrio della naturalità a seguito delle attività di cava […] Il progetto interagisce con un territorio ad elevata naturalità, poco colonizzato, noto per la vocazione turistica […] è da prevedere un depauperamento del torrente per i prossimi 30 anni, mentre il traffico legato principalmente allo scavo della galleria di derivazione/cantieri è da prevedere per circa 2 anni.»
2° parere negativo, anno 2012: NO a grande derivazione (per derivare una portata massima di 9500 l/sec): «Preso atto delle consistenti modifiche apportate dal progetto presentato a suo tempo per la piccola derivazione, che sostanzialmente modificano tutto l’impianto […] è evidente un ulteriore e ancor più cospicuo impatto negativo sul corso d’acqua; pertanto con la presente si ribadisce nella sostanza il parere tecnico negativo.»

Anno 2021: al via gli espropri.

«𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑣𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑚𝑝𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑜𝑐𝑎𝑙𝑖…» (Giuseppe Songini, Acque misteriose. Libro bianco sull’uso delle acque nei grandi impianti idroelettrici della provincia di Sondrio, 2006).

Ecco, questo è quanto riferisce Michele Comi sulla vicenda.

Nota bene: per evitare le farneticazioni di certi sputasentenze che tanto proliferano sul web, preciso che, per quanto mi riguarda, non è in discussione l’eventuale necessità di una captazione idrica, ma il palese e tremendo gigantismo generale dell’opera, totalmente fuori misura e contesto come rilevato per ben due volte e in periodi differenti dall’ARPA, e ancor più è da discutere senza ombra di dubbio la forma mentis ben visibile alla base di progetti del genere, basati unicamente sulla depredante patrimonializzazione delle risorse materiali e immateriali delle montagne per ricavarci un mero business, convenientemente celato dietro i consueti propositi di sviluppo i quali, invece e indubitabilmente (ARPA dixit, ribadisco) le montagne le soffocano definitivamente. Per dirla in breve e “sottilmente”, così da essere più chiari possibile, in queste opere ciò che fa senso è la loro assoluta mancanza di buon senso. Assoluta.

Ecco, questo io discuto fermamente. Una mancanza che, in una società che volesse veramente definirsi progredita, avanzata nonché operante a favore dei propri membri (cittadini, abitanti, residenti, visitatori – tutti noi, insomma), sarebbe combattuta come la peste. Invece, siamo ancora fermi a ciò che con parole perfette afferma Michele Comi, alla «insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno».

Land (&) Art #9

Sopra: Theo van Doesburg, Stained glass composition VIII, 1918-19, vetro colorato. Immagine tratta da www.wikiart.org.

Sotto: campi coltivati nella pianura cremonese, Lombardia. Immagine tratta da Google Maps, rielaborata da Luca.

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

(Ri)abitare la frontiera

[Un caffè a Baarle-Nassau (Paesi Bassi), a ridosso del confine con il Belgio. La linea di frontiera è indicata sul pavimento. Foto di User:Jérôme, Opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

È possibile abitare la frontiera? Si può estendere il significato di abitare in modo da andare oltre al semplice concetto di “risiedere”, stimolando una partecipazione attiva ai luoghi e una dimensione pubblica degli spazi?
Un grande senso di radicamento ha sempre caratterizzato le zone di confine, come ci ha ricordato l’antropologo Franco La Cecla: la consapevolezza di appartenere a un luogo ben individuato ha permesso alla popolazione dell’area che oggi corrisponde alla Regio Insubrica di partire verso lidi lontani – come fecero i Maestri Comacini nel loro peregrinare seguendo il lavoro dei costruttori – ma conservando un senso di orientamento legato alla propria origine.
La cultura architettonica e urbanistica ha riconosciuto la specificità di aree come queste, lette attraverso categorie come quelle del regionalismo critico (Kenneth Frampton) o dedicando studi specifici a momenti particolari dello sviluppo della teoria architettonica legata al luogo (gli studi di Peter Eisenman su Giuseppe Terragni e il razionalismo comasco). L’economia ha parlato, fra altri concetti, di zone filtro, mentre l’antropologia ha adottato il concetto di bioregione per descrivere il fenomeno.
I recenti lockdown ci hanno fatto percepire la città e il territorio in cui viviamo in modo molto diverso. L’epoca pandemica ha riportato l’accento sull’aspetto tecnico e burocratico del confine, inteso come limite, inasprendo radicalmente il suo carattere di separazione tra Stati. Una cultura dell’abitare basata su una visione più complessa della situazione deve portare a ripensare in altri termini il “rito di passaggio” tra un luogo e l’altro, ripensando lo spazio di connessione come spazio pubblico e partendo da un’idea qualitativa dell’architettura di confine.

È un brano di un articolo assai interessante dell’architetta Katia Accossato pubblicato lo scorso 22 luglio su “Swissinfo.ch” e intitolato Ripensare il modo di abitare la frontiera. Da “buon” indagatore di paesaggi e di relazioni umani con essi, sono sempre molto attento al tema del confine e della frontiera, elementi immaterialmente concreti che nelle geografie moderne e contemporanee, ben più che in passato, determinano lo sguardo diffuso sul mondo e l’immaginario collettivo al riguardo, anche al netto delle smodate strumentalizzazioni ideologico-politiche che infestano il dibattito pubblico. Il tema ho cercato di dissertarlo a modo mio nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro di Francesco Bertelé (la cui copertina vedete qui accanto) che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Tra le varie cose che ho scritto nel saggio, ho messo proprio in evidenza come il termine “confine”, a fronte della sua etimologia originaria, abbia assunto un significato distorto ovvero di divisione, di distacco vieppiù netto, mentre in origine definiva il contatto e la connessione tra due elementi forse diversi ma, sul confine e proprio grazie ad esso, quanto mai vicini e simili. Un’evidenza che sovvertirebbe di colpo tutto quel dibattito strumentale e strumentalizzante sull’argomento, inutile affermarlo.

Posto ciò, Katia Accossato nel suo articolo rimarca una cosa molto interessante, sul tema del confine e della frontiera (prendendo a modello la regione tra Piemonte, Ticino e Lombardia), ovvero che tale spazio, apparentemente il “meno pubblico” che vi sia nell’ambito di un territorio politicamente delimitato proprio perché elemento di separazione e divisione (ciò anche in forza della dottrina idrografica cartesiana, che ad esempio ha fatto dei monti e della loro apparente inospitalità un confine definito e assai materiale), è invece profondamente pubblico – anzi, iper pubblico, mi verrebbe da dire – proprio perché in verità è un ambito di contatto, di connessione, di relazione forte, intensa e giustificata (paradossalmente ma non troppo, a pensarci bene) proprio dalla presenza della frontiera: qualcosa che mette di fronte due elementi, diversi solo per la presenza di quella linea di demarcazione, non per altri motivi – come nel caso della regione dei laghi prealpini lombardo-ticinesi, divisa da un confine arzigogolato ma culturalmente assai omogenea.

Quindi, ripensare il modo di abitare la frontiera, di umanizzare coerentemente quello spazio senza ignorare la linea che lo divide ma anzi usandola come strumento che propugna e sollecita una comune ovvero armonica pratica dell’abitare – che è una delle più identitarie in assoluto, è bene rimarcarlo: giustamente lo fa anche l’architetta Accossato citando Franco La Cecla – è qualcosa di fondamentale, nel mondo di oggi. E non in un senso oppositivo rispetto a certe interpretazioni politicamente e ideologicamente rigide del confine e della frontiera ma proprio perché il settecentesco concetto di “confine”, nel mondo di oggi e in quello di domani ancor più, perde costantemente senso e valore, anche rispetto ad una possibile esegesi identitaria di esso.

Tornerò prossimamente, su un tema così importante, intanto vi invito alla lettura dell’articolo di Katia Accossato nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

 

Il buon senso se ne stava nascosto, per paura del senso comune (reload)

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XXXII.)

Alessandro Manzoni a.k.a. “Alemanzo Sandroni”, by Roberto Albertoni (da http://www.forcomix.com/)

Eh già: anche nella Milano manzoniana del ‘600, soggiogata dalla peste, circolavano fake news a gogò su chi fossero gli untori che propagassero il terribile morbo, scatenando ciò una vera e propria psicosi di massa che oggi chiameremmo fobia – per la quale pure Renzo, scambiato per un untore, rischia il linciaggio.

Tuttavia almeno allora un’emergenza seria c’era – la peste nella sola città di Milano provocò 60.000 morti in appena due anni; per le tante pseudo-fobie contemporanee invece non c’è quasi mai una buona giustificazione. Allora come oggi invece, lo denota il Manzoni, il buon senso latitava parecchio: ma se a quei tempi esso c’era, soltanto nascosto “per paura del senso comune”, oggi temo che proprio il “senso comune” – ovvero il famigerato vox populi vox dei così condizionato e pilotato dai media nonché privato delle necessarie consapevolezze culturali – lo abbia allontanato definitivamente, o quasi. Sempre che non l’abbia addirittura soffocato.

N.B.: questo articolo l’ho originariamente pubblicato il 2 ottobre 2017. Validissimo anche se non soprattutto oggi, non trovate?

La “perversa” passerella panoramica dei Piani Resinelli

[Immagine © Foto Menegazzo, tratta da qui.]

Il paesaggio rappresenta uno «spazio di vita» in cui riconoscersi, un «luogo antropologico» antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di un paesaggio muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.6-7.)

Immaginatevi una bellissima spiaggia, di sabbia dorata e fine, che dà su un mare altrettanto bello con acque cristalline – un luogo da cartolina insomma, come si dice in questi casi.
Bene, ora fate conto che su cotanta meravigliosa spiaggia bagnata da tale magnifico mare ci piazzino una piscina. Bella, confortevole, ben fatta. Avrebbe senso, secondo voi? Con quel mare a vostra disposizione, il bagno lo fareste nella piscina? O la trovereste decisamente fuori luogo, in ogni senso?

Ecco: è nel principio – pur se geograficamente “ribaltato” – quanto è stato fatto sul Monte Coltignone, montagna sopra i Piani Resinelli al cospetto delle celeberrime Grigne (provincia di Lecco) che dal suo versante Sud Ovest, il quale cala quasi a picco per 1000 e più metri sul ramo di Lecco del Lago di Como, offre uno dei più bei e ampi panorami delle Alpi Centrali, con vista sull’intero arco occidentale alpino e prealpino, su Lecco e la Brianza, Milano, la pianura lombarda e emiliana e gli Appennini all’orizzonte. Oltre al lago e alle montagne che circondano Lecco, appunto: il tutto visibile tramite un comodo sentiero, agibile a tutti, che percorre la parte più panoramica del monte e il suo punto migliore in tal senso, denominato non a caso Belvedere. E proprio qui, al “Belvedere”, è stata piazzata una piattaforma in acciaio a sbalzo – variamente denominata anche “terrazza”, “passerella” oppure proprio “belvedere” – per ammirare il panorama.

Già.

[Immagine tratta da qui.]
Come dite? «E allora prima della passerella cos’è che si vedeva, se non ancora il panorama?» Appunto, essendo la montagna in questione, ribadisco, una delle più panoramiche che ci siano! Ora capirete ancora meglio l’esempio iniziale della piscina in riva al mare, ecco.
Ovviamente, c’è (al solito) anche la motivazione del “rilancio” e della “valorizzazione turistica della zona”. Con una struttura artificiale totalmente inutile e decontestuale dal luogo in cui è stata installata, ribadisco. Un po’ come valorizzare un diamante di purezza cristallina colorandolo di giallo fosforescente, insomma!

Due cose, in particolare, rivelano benissimo l’essenza dell’opera. Innanzi tutto, la motivazione addotta dai fautori della struttura: «Spiace che si parli male di un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino secondo un modello tipico delle Alpi.» Modello tipico? Da quando in qua «una piattaforma di cemento nel mezzo della Natura con ringhiere di metallo, che esce a sbalzo per 12 metri» (cit.) è un modello tipico delle Alpi? Be’, allora ancora prima lo sono i grandi parcheggi che coprono di asfalto i fondivalle montani in prossimità degli impianti sciistici o delle attrazioni turistiche, no? Dunque possiamo piazzare megaparcheggi ovunque, sui monti?

[Immagine tratta da qui.]
Inoltre: «un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino». Vedi sopra anche per questo. Forse è bene mettere di nuovo in evidenza che in territori di grande pregio paesaggistico e di altrettanta delicatezza ambientale ogni intervento deve essere contestuale al luogo stesso e armonizzato alle peculiarità locali. Ogni opera fa da sé, insomma, non può e non deve fare da modello per altre, anche se le circostanze realizzative appaiono similari – ma ciò banalizza l’evidenza che, di contro, ogni luogo possiede una propria anima, un proprio Genius Loci: fare una cosa convincendosi che sia quella giusta solo perché l’hanno fatta anche altri e altrove è una motivazione a dir poco insipiente e parecchio puerile, peraltro del tutto slegata da qualsiasi autentico e sensato intento di valorizzazione turistica locale (che dice di perseguire ma che in verità sostanzialmente nemmeno considera).

Ora la seconda cosa, che si ricollega alla indispensabile contestualizzazione di tali interventi con i luoghi di installazione: «Rende la visuale sulle nostre montagne qualcosa di surreale… sembra di camminare sulle nuvole…!» (cit.) Ecco, la spettacolarizzazione dell’esperienza alpestre che ribalta il soggetto della stessa e devia qualsiasi potenziale ricaduta virtuosa in senso culturale – “concetto” presente in ognuna di queste installazioni-giostra che pretendono di valorizzare il territorio che hanno intorno e invece lo privano di senso e di valore. Ovvero, per dirla con terminologie proprie della sociologia (del turismo, ma non solo), la solita customer experience contrapposta ad una necessaria ma puntualmente ignorata place experience. Spiego meglio: se su una montagna che già di suo offre un panorama meraviglioso, e dunque la possibilità di una percezione del paesaggio locale assolutamente genuina, e lo offre attraverso una fruizione del tutto naturale e legata al suo contesto (il sentiero che percorre il monte), viene piazzata un’opera antropica, decontestuale al luogo, che si riserva la prerogativa di offrire “il” panorama per eccellenza ai fruitori, legandolo a emotività prettamente ludiche («sembra di camminare sulle nuvole!») e togliendolo alla loro personale (ovvero singolare) sensibilità culturale, quest’opera finisce per focalizzare il senso dell’esperienza non sul territorio e sul suo paesaggio ma sulla quantità di emozione e divertimento che sa regalare al fruitore. Il quale non guadagnerà nulla di più a favore della propria conoscenza e considerazione del luogo (aveva tutto quanto di necessario già prima, ribadisco) e di contro formalizzerà in se stesso un’esperienza deculturale di pura matrice ricreativa che utilizza il luogo come “contenitore”, non come “contenuto”. Esperienza che, una volta vissuta, verrà rapidamente dimenticata e probabilmente non porterà di nuovo il fruitore lassù ma gli farà cercare ulteriori emozioni altrove – magari dove c’è il ponte tibetano più alto e più lungo o la funivia più spettacolare o un posto ancora più adatto per farsi un selfie da millemila like.

Santi numi, ma non lo capiscono, gli amministratori pubblici che si rendono fautori di tali iniziative, che queste cose non rilanciano e non valorizzano nulla, anzi, banalizzano i luoghi dove vengono piazzate? Non capiscono ancora – visto che è da decenni ormai che lo si rileva – che non è con la lunaparkizzazione dei suoi luoghi più belli ed emblematici, dunque parimenti identitari, che si valorizza la montagna e si contribuisce alla costruzione di un buon e solido futuro per i suoi territori e per chi li abita?

[Immagine tratta da qui.]
Infine, last but non least, con i 130.000 (centotrentamila) Euro che è costata la passerella, quante opere e iniziative veramente utili per il luogo in questione si potevano realizzare, previa un’attenta analisi del territorio, delle sue peculiarità e con le relative virtuose e competenti progettualità? (Ad esempio, la Casa-Museo Villa Gerosa, a pochi minuti di cammino dalla deprecabile passerella, un luogo di grande potenzialità ma di concezione antiquata e per nulla valorizzato come dovrebbe: perché non fare di più per esso e per farne un piccolo polo di attrazione culturale per la zona?)

E pensare che a pochi km dai Piani Resinelli, sempre sulle montagne di Lecco ovvero nel piccolo borgo di Morterone, quasi in contemporanea alla perversa passerella si è inaugurato un progetto veramente e potentemente virtuoso per il territorio e il suo paesaggio: il MACAM – Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto che, con le sue opere d’arte diffuse e la Casa dell’Arte, è in grado di intessere quella relazione consapevole tra il territorio e i suoi visitatori, fondendola di spessore culturale e consentendole di diventare patrimonio e retaggio esperienziale in grado di acquisire forza nel tempo, parimenti valorizzando sempre di più il paesaggio montano di Morterone senza alcuna artificiosa forzatura materiale e immateriale. Per tali motivi, già ora molti organi di informazione nazionale e internazionale ne stanno parlando, attirando attenzione e considerazione verso il minuscolo paese al cospetto del Resegone e verso le sue bellezze paesaggistiche, cosa che ovviamente ai Piani Resinelli non avviene e non avverrà – è assai facile prevederlo (ma del MACAM, un progetto peraltro basato in gran parte sull’iniziativa privata, non a caso, vi parlerò presto più diffusamente).

Per “concludere” (dacché si potrebbe ancora dire molto, al riguardo): quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.

Magari sbaglierò, anzi, io per primo mi auguro di sbagliare: ma le cronache di ormai qualche lustro a questa parte e le esperienze rilevate lasciano ben poche speranze al riguardo. Già.