[Foto di Jametlene Reskp su Unsplash.]Lunedì prossimo 15 gennaio, alle ore 21.20 nel corso della trasmissione “Far West” su Rai Tre, andrà in onda un ampio servizio dedicati alle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e alle numerose criticità che presentano – questo e gli altri grandi eventi sportivi gestiti dalla politica. Tra gli interventi vi sarà quello dell’amico Luigi Casanova, vicepresidente di Italia Nostra del Trentino, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia e tra i massimi esperti del tema “Olimpiadi 2026” in forza del lavoro svolto e pubblicato nel suo libro Ombre sulla neve, del quale ho scritto qui.
Credo proprio che sarà una visione importante e assai utile a comprendere meglio la questione e le sue numerose, complesse implicazioni. Per quelli (come me) che magari non guardano la TV tradizionale, ci sarà ovviamente la possibilità di seguirla in streaming su Rai Play o di recuperarla nel podcast del programma.
[Foto di tunechick83 da Pixabay.]Probabilmente numerosi di voi conosceranno la storia delLago d’Aral, ne avranno letto da qualche parte o visto le inquietanti immagini che la testimoniano.
In passato il Lago o Mare di Aral (definizione adottata della lingua inglese, Aral Sea), che si trova in Asia centrale tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto lago più esteso del mondo (circa 100mila kmq) al punto da essere definito “mare”, appunto. Oggi è ridotto al 10% della sua estensione originaria, persa in meno di 50 anni a causa dei prelievi massicci delle acque dei suoi immissari decisi a partire dagli anni Sessanta dall’allora governo sovietico per coltivare a cotone il deserto. Privato di gran parte dell’apporto dei corsi d’acqua che vi confluivano, il Lago d’Aral ha iniziato a ridursi progressivamente per la forte evaporazione: le acque si sono ritirate in tre bacini residui, lasciando una distesa arida, sabbiosa e salata (chiamata oggi deserto Aralkum), intrisa di residui di pesticidi provenienti dalle colture. La fiorente economia legata alla pesca è andata distrutta: nei bacini rimasti, la salinità era così elevata che i pesci sono quasi del tutto scomparsi. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia umana, insomma.
Le immagini del Lago d’Aral che probabilmente avrete visto e che vi saranno risultate più emblematiche al riguardo, oltre a quelle aeree e satellitari che evidenziano la sparizione delle sue acque, sono di sicuro quelle delle numerose navi rimaste in secca nei porti scomparsi o adagiate in abbandono su quello che fino a qualche decennio fa era il fondale sottomarino e ora è il deserto Aralkum.
Inutile rimarcare che da tempo, e tanto più oggi, da quelle parti nessuno ha più pensato di spendere soldi per costruire nuove navi che possano solcare le acque dell’Aral, visto che di acqua nel lago non ce n’è praticamente più.
Be’, quando leggo sui media titoli e notizie come che vedete qui sopra (fateci clic per leggerla), mi viene in mente la storia del Lago d’Aral, già.
Cioè di quando nel bacino un po’ di acqua ce n’era ancora ma molto meno rispetto a un tempo e si era ormai compresa la sorte inesorabile che il lago avrebbe subìto. Al punto che laggiù non vi si costruirono più imbarcazioni ne piccole ne grandi che lo potessero navigare, come detto. Avrebbe significato buttare una gran quantità di soldi al vento, in buona sostanza. Come avreste guardato, e cosa avreste pensato, nel vedere qualcuno varare nel basso e irregolare fondale salmastro superstite di quello che un tempo era l’Aral un maxi-yacht, pure alquanto lussuoso, del costo di svariati milioni per giunta di origine pubblica?
Una follia, in buona sostanza.
Ecco. A leggere le suddette frequenti notizie, sembra che qui sì, se ne vogliono costruire ancora e parecchie di “grandi navi” nonostante l’acqua, nella forma cristallina che ricopriva e imbiancava le montagne al punto che un tempo si potevano facilmente definire un “mare” di neve, stia ugualmente diminuendo sempre di più, purtroppo. Già.
Benché si ostini a non ammetterlo e a fare come se nulla stesse accadendo, l’industria del turismo invernale sa benissimo che lo sci, il suo principale core business per decenni, finirà presto e quasi ovunque sulle nostre montagne, purtroppo. Ma come pensa di reinventarsi e di attuare quella transizione da più parti invocata verso forme di turismo più consone al periodo che stiamo vivendo?
Evidentemente così, anche.
Persino il super conformistico “Corriere della Sera”, nell’articolo a cui si riferisce l’immagine (datato 2 gennaio 2024), non manca di sollevare perplessità: «La stagione sciistica è sempre più alla ricerca di avventure per pochi. Anche perché, di neve, non ce n’è poi molta.»
Dunque avanti con «maggiordomi sulle piste in guanti bianchi, cabine-vip con champagne, risalite con i gatti delle nevi, discese notturne in fat bike, safari gourmet, lezioni di yoga», eccetera. Fateci caso: tutte cose per le quali gli impianti di risalita formalmente non servono più. Cioè quanto sostenevo prima sulla consapevolezza presente ma negata dei gestori delle località montane riguardo la prossima fine del loro “business” principale: l’addio inevitabile allo sci per tutti, appunto.
Tuttavia, al netto di qualsiasi considerazione positiva o negativa riguardo queste “nuove” offerte turistiche (e sui loro costi insostenibili per i più), di nuovo mi chiedo: e il benessere delle comunità residenti nei territori montani? E i loro bisogni quotidiani, le loro necessità, il sostegno alle economie locali extra turistiche, i servizi di base? Forse che i maggiordomi in guanti bianchi e gli istruttori di yoga nelle proprie pause andranno ad aprire gli ambulatori medici, a operare negli uffici postali, a sistemare le strade comunali dissestate e a guidare i bus dei trasporti pubblici?
[Foto di Diriye Amey from Locarno, Switzerland – GOPR1332, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]Sulle Alpi vi sono dighe talmente grandi e imponenti da rappresentare “il” paesaggio fondamentale per il territorio nel quale hanno sede, ovvero l’elemento massimamente referenziale oltre che spettacolare dacché capace di conferire anche valore “estetico” al luogo – ho descritto tale particolare dimensione geoantropica nel mio libro Il miracolo delle dighe, con profusione di particolari e di narrazioni di viaggio al cospetto di quelle grandi dighe.
Di contro, vi sono anche dighe meno imponenti, a volte quasi nascoste nelle pieghe delle valli che le ospitano, ma la cui presenza è il fondamentale elemento generatore della particolare bellezza del paesaggio locale, ciò che ha fatto del territorio modificato dalla presenza del lago artificiale un luogo a suo modo speciale. È il caso della diga e del lago di Palagnedra, posti nei pressi dell’omonima località frazione del comune di Centovalli, in Canton Ticino (Svizzera), a pochi km dal confine italiano verso la Val Vigezzo. Non una grande diga, appunto: 72 metri di altezza per 120 di sviluppo, struttura ad arco-gravità incassata nella gola che in quel tratto dà forma alla valle ma capace, con il suo lago stretto, lungo e serpeggiante, ricco di golfi e insenature sovente delimitate da falesie rocciose dalle quali scendono piccole cascate, di creare un luogo e un paesaggio assolutamente suggestivi e particolari, fotografatissimo dai turisti e dai viaggiatori che transitano sulla affascinante Ferrovia Vigezzina Centovalli la cui linea corre lungo la riva sinistra del lago, spesso a picco sulle sue acque.
[Immagine tratta da https://www.swissdams.ch.][Mappa tratta da https://map.geo.admin.ch.]Il Palagnedra è un vero e proprio fiordo nordico in miniatura infilatosi nella stretta vallata ai piedi del Monte Limidario (o Gridone/Ghiridone), una delle vette più rappresentative di questa regione delle Alpi Ticinesi, che separa le Centovalli dal bacino del Lago Maggiore. Questo suo aspetto “scandinavo” diventa evidente nei mesi autunnali e invernali, quando le montagne d’intorno sono bianche di neve il cui scintillio si riflette sulle acque scure e ombrose del bacino; d’altro canto la particolare bellezza naturale del luogo è amplificata dalla presenza, lungo il litorale destro del lago, della Riserva Forestale di Palagnedra, con vaste e maestose faggete intervallate da abeti rossi e un sottobosco che è considerato un eldorado per gli appassionati di geologia e mineralogia, grazie alla presenza di minerali provenienti da involucri profondi del nostro pianeta. Immaginatevi lo spettacolo del paesaggio locale in autunno, con i colori fiammeggianti delle foreste contrapposti a quello scintillante della prima neve sui monti, il tutto riflesso sulla superficie del lago… Ciò spiega perché la Ferrovia Vigezzina Centovalli sia tra quelle più rinomate dagli appassionati di foliage, a cui sono dedicati appositi viaggi, tra ottobre e novembre, per godere del paesaggio naturale intorno al lago.
In ogni caso, la “piccola” ma comunque spettacolare diga di Palagnedra possiede a sua volta una storia particolare. Inaugurata nel 1952, in origine aveva sul coronamento la sede della strada che porta alla frazione omonima, ma nell’agosto del 1978 una devastante alluvione compresse contro il muro della diga una enorme quantità di legname che lì venne bloccata dalla struttura della strada sul coronamento e formò una massa compatta in spinta sul paramento, al punto che si temette per la stabilità della diga le cui fondamenta, per le forze in gioco, subirono una pericolosa erosione. Dopo tale episodio, la diga venne messa per lungo tempo fuori servizio e si eliminò la sede stradale sul coronamento, lasciato a sfioro libero per farvi defluire l’acqua senza più alcun impedimento, mentre per la strada fu costruito un nuovo ponte proprio davanti al muro della diga, la cui presenza rende il transito in zona ancora più suggestivo.
[La diga nella conformazione originaria, con la strada sul coronamento. Foto di Werner Friedli – Questa immagine proviene dalla collezione della biblioteca del Politecnico federale di Zurigo ed è stata pubblicata su Wikimedia Commons come parte di una cooperazione con Wikimedia CH.Correzioni ed informazioni aggiuntive sono benvenute., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=59871227.%5D
Il lago e la diga di Palagnedra rappresentano una piccola/grande attrazione di una zona, quella delle Centovalli, ricchissima di bellezza naturale, ambientale, paesaggistica e di una geografia antropica tra le più affascinanti del Ticino e della Svizzera italiana. Se mai ci passerete e la visiterete – il consiglio, di nuovo, è di farlo viaggiando sui treni della Ferrovia Vigezzina Centovalli, magari sconfinando da/verso l’altrettanto bella Val Vigezzo – sono certo che converrete con me sul fascino particolare e per molti versi unico di questa porzione delle Alpi.
[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]Nelle numerose volte in cui mi sono occupato e ho scritto della causa a difesa del Vallone delle Cime Bianche dai devastanti progetti funiviari che vi ci si vorrebbero realizzare, ho sostenuto spesso che quella del Vallone è una delle iniziative più emblematiche tra quelle in atto sulle montagne italiane a tutela dei loro territori ancora liberi da infrastrutture turistiche impattanti. Questo per numerosi motivi: ad esempio perché il Vallone delle Cime Bianche è l’ultimo rimasto senza impianti in questa sezione delle Alpi occidentali, perché la sua bellezza e il suo valore naturalistico sono protetti da regolamenti regionali nazionali e comunitari che si vorrebbero bellamente ignorare, perché le funivie che si vorrebbero realizzare non hanno alcun senso se non quello meramente finanziario, legate a un’idea di sfruttamento consumistico delle montagne rimasta agli anni Settanta del secolo scorso e oggi totalmente obsoleta e priva di logica, perché il progetto non apporterebbe alcun vantaggio pratico alle comunità dei territori coinvolti ma anzi ne andrebbe a discapito e perché, last but not least, distruggere il Vallone delle Cime Bianche costerebbe ben più di 100 milioni di Euro di soldi pubblici, sperperati per devastare un patrimonio naturale di interesse collettivo – per questo giuridicamente tutelato, appunto – solo per accontentare le brame commerciali di un’industria sciistica sempre più alienata dalla realtà.
Dunque, è una bellissima cosa che il progetto fotografico di conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” porti la conoscenza della propria causa e il suo fondamentale messaggio, grazie ai suoi portavoce Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, di fronte a pubblici e in contesti sempre più numerosi, variegati e lontani da quelli geograficamente affini: come avverrà domani sera presso la sede del CAI di Verona, nell’ambito della Rassegna Culturale “I martedì del CAI” – 21a serata del progetto, un numero (che aumenterà ancora, a breve) il quale dimostra bene la sua importanza. Perché, come ripeto, quella per il Vallone delle Cime Bianche” è una battaglia emblematica per ogni altro territorio montano minacciato da progetti di turistificazione impattante e per tale motivo esemplare tanto quanto ispirante. Difendere il Vallone equivale nel principio e in spirito a difendere tutte le nostre montagne e rappresenta uno stimolo fondamentale per agire in loro tutela quando la manifestazione della mancanza di buon senso, di sensibilità, di cura unite alla mera e bieca volontà di far soldi da un patrimonio inestimabile, insostituibile e di tutti, rischia di fare ai territori montani danni irreparabili che oggi e per il futuro non ci possiamo più permettere.
[Le “Cime Bianche” che danno il nome al Vallone. La massima elevazione è la cima a destra, il Bec Carré, 3004 m. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]Per saperne di più sulla serata di Verona cliccate qui oppure consultate il sito del CAI veronese qui.
Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche: