Se non mi trovate, sono nel bosco!

A volte percepisco una sorta di disequilibrio tra me e il mondo degli uomini, la società umana – almeno quella quotidiana nella quale mi tocca (volente o nolente) stare – una disarmonia inquieta che mi genera uno stato di estraneità interiore – nulla che si veda dal di fuori, sia chiaro – un sentirmi “fuori schema” e non conta che ciò sia per chissà qual mia improbabile e originale virtù o più plausibile mia colpa ovvero di quelle altrui – non è la solita questione del sentirsi “diversi” (da cosa, poi? E cos’è la diversità, cos’è la normalità? Chi si differenzia da chi, e in base a cosa?) ma, più semplicemente e peculiarmente, una dissonanza spirituale. Lo stare in un posto perché così dev’essere e non capire del tutto il perché, ecco.
Di contro, se c’è un ambito nel quale percepisco più che altrove una sensazione interiore di benessere, di essere in un luogo amico, accogliente in senso pienamente bio-logico, per così dire, è certamente il bosco. Mi troverete lì, nei momenti suddetti. Mi ci immergo come in una dimensione, uno spazio-tempo altro, assolutamente terreno e al contempo profondamente trascendentale, metafisico, vi girovago spesso senza mai sentirmi smarrito – anzi, tutt’altro – e in effetti, devo confessare, è così anche perché con le piante mi ci ritrovo a parlare, e ci faccio delle chiacchierate ben più argute di quelle che certi umani consentono. La dico con fare spiritoso, ‘sta cosa, perché so benissimo che quando la racconto i miei interlocutori in tal modo la intendono e insieme ci scherziamo sopra.
Tuttavia non sto scherzando mica troppo, in verità. Perché è il bosco, più di qualsiasi altro ambiente, che contribuisce a riallinearmi col mondo d’intorno, ad armonizzare nuovamente quelle percezioni dissonanti di cui ho detto, a insegnarmi – le piante, intendo – quale sia l’equilibrio necessario tra presenza ed essenza, tra forza e levità vitali, tra senso e sostanza della vita. Ben più di molti uomini, appunto, mi permetto di ribadirlo. Appoggio la mano sui tronchi e sento – credo di sentire, mi convinco, mi illudo o quant’altro ma tant’è, la cosa non cambia – scorrere più energia vitale (no, la linfa non c’entra) che in innumerevoli altri luoghi convenzionalmente ritenuti “vivi” ma che di viva hanno forse solo una cospicua immaginazione indotta.
Non so se possieda i “titoli” e possa ambire al titolo di Homo sapiens, forse ho più probabilità di poter essere considerato un Homo silvanus, ecco. Nonostante per molti il bosco non sia che un posto pieno solo di “cose” in forma di fusti legnosi fastidiosamente fitti, se non pure piuttosto inquietanti.
Beh, da Homo silvanus, a costoro vorrei dare un caloroso consiglio: imparate ad ascoltarle, le piante, quando avete la fortuna di vagare per i boschi. Vi insegneranno moltissimo. E se nel bosco mi trovate a vagare, come facilmente potrebbe accadere, non disturbatemi più di tanto – anche se sarò felice di incontrare pure voi, in un ambito così profondamente vitale e benefico.

P.S.: le immagini in testa al post sono tratte da qui.

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INTERVALLO – Le “montagne di libri” di Mario Cordero

Scultura-Cordero-copiaCome Guy Laramee, sul quale ho già disquisito qui sul blog, anche l’artista piemontese Mario Cordero utilizza i libri per creare paesaggi di montagna. Pagine e copertine, sovente di guide di viaggio, sono scavate e plasmate così da far affiorare sulle superfici lavorate un un’amalgama che simula vette e distese di rocce.
In fondo, Cordero pare seguire quel mio stesso intento che metto alla base dei testi in cui scrivo di montagna e Natura, per il quale considero il territorio come un grande libro aperto fatto di tante pagine quanti sono gli ambienti e i paesaggi in esso riscontrabili, e con i transiti dell’uomo – su strade, mulattiere, sentieri, vie alpinistiche – che scrivono su tali pagine innumerevoli storie, narrano vite e vicende vissute, descrivono emozioni e dolori. Cordero è come se ribaltasse questo principio: nelle sue installazioni sono i libri che diventano paesaggio, con le sue morfologie e i suoi “orizzonti”, in un processo inevitabilmente circolare e virtuoso.

Cordero1Le sculture di Mario Cordero saranno esposte al Museo Nazionale della Montagna di Torino dal 12 dicembre al 7 febbraio 2016. Cliccate su entrambe le immagini per saperne di più.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi (Paolo Rumiz dixit #2)

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Quando dopo molte grappe uscii e Lino chiuse il pesante uscio del convento, pensai di ripetere i nomi di quelle montagne, come un esorcismo contro la desertificazione. Cercai le magiche scogliere e le invocai, nella foresta. Sciliar, Vaèl, Renon, Vaiolett. Nel bosco passai accanto a una croce coperta di neve. Sotto, una montagna di pietre portate dai pellegrini come voto dalla Val d’Adige. Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.81)

Dice bene Rumiz in questo passaggio del suo libro. La cultura, oltre che di libri, nozioni, conoscenze, memorie, è fatta anche da tanti altri elementi, la cui valenza culturale spesso non sappiamo (o non riusciamo più a) cogliere. I nomi dei luoghi, ad esempio: semplici termini che tuttavia molto spesso contengono storie infinite,  infinite sapienze, saggezze, cognizioni, rivelazioni, chiavi più o meno arcane di misteri ancestrali. Non è un caso, proprio in antitesi alla chiosa di Rumiz nel brano riportato, che i terribili non luoghi di cui è colmo il paesaggio antropizzato contemporaneo non hanno nomi, oppure ne hanno di completamente avulsi dal contesto ambientale in cui sono stati inseriti. (Pseudo)nomi che mai genereranno memoria geografica, tonopomastica, sociale e antropologica, destinati a scomparire così come scompariranno quei non luoghi che denominano, mentre i primi esisteranno sempre, almeno finché vi sarà qualcuno che li ricorderà e li nominerà e anche se i luoghi cui sono legati verranno cancellati dal passare inesorabile del tempo. Ma la cultura ad essi legata, beh, quella resterà sempre, come se i nomi fossero una chiavetta usb in grado di rivelare il suo prezioso contenuto fino a che vi sarà qualcuno che la vorrà “attivare”.