Altre montagne che “svaniranno” presto?

[Immagine di Dragons70c, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quella che vedete nell’immagine è la massima sommità della Yu Shan (玉山), detta anche Montagna di Giada, 3952 m, la vetta più alta dell’isola di Taiwan.

Come c’è simbolicamente* da temere per l’Hoverla, la maggiore sommità dell’Ucraina della quale ho scritto qui, saranno questa e tutte le altre dell’isola asiatica le prossime montagne a “svanire” dalla mappa del mondo libero dacché assoggettate alla dittatura che potrebbe soggiogare il paese libero e democratico di Taiwan se venisse aggredita dalle truppe del regime autoritario cinese, sulla falsariga dell’alleato russo ai danni dell’Ucraina?

*: lo scrivo perché qualcuno sui social mi ha dato del “patetico” e “catastrofista”, quando ho scritto delle montagne ucraine, non capendo il pungolo geopolitico e culturale delle mie parole. Ma le dittature, qualsiasi esse siano, uccidono la libertà in generale, non solo quella delle terre assoggettate ad esse: qualsiasi luogo di quelle terre, da questo punto di vista, è veramente come se svanisse simbolicamente (e non solo, forse), perché verrebbe drammaticamente mortificata la libertà di poter godere della bellezza del loro paesaggio.

Regressi viabilistici

Vista a posteriori, la gara Parigi-Vienna rappresentò il clou della breve tradizione delle corse su strade europee. Il percorso del 1902 coincideva quasi del tutto con l’attuale E54 da Parigi a Belfort ed E60 da Belfort a Vienna. Il vincitore, Marcel Renault (categoria auto leggere), concluse la corsa in poco più di 15 ore e 47 minuti. Il tracciato comprendeva un tratto svizzero dove non era permesso tenere velocità elevate. Secondo i moderni navigatori satellitari occorrono oggi 25 ore e 8 minuti per fare lo stesso tragitto su strade secondarie, considerando i limiti massimi di velocità. Se si sottraggono cinque ore per intoppi e fermate ai semafori, più di cent’anni fa Renault impiegò mezza giornata in meno di un qualsiasi automobilista che oggi eviti le autostrade.

(Mathijs DeenPer antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.395-396. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” del libro.)

A caccia di storie scritte sul terreno

In questo “non inverno” appena concluso, così tremendamente avaro di neve e di gelo, io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, ci siamo dedicati alla ricerca di testi scritti sul territorio. Sì, sul territorio, scovati tra la terra, i sassi, l’erba ingiallita dalla siccità, i rovi che avanzano ove più nessuno o quasi transita. Ecco dunque che io e Loki, per l’occasione insignito anche della mansione di pathfinder (che sarebbe “cercatore di sentieri” ma scritto all’inglese fa più figo, e d’altro canto Loki è anglosassone d’origine), siamo andati sui monti intorno a casa a caccia di vecchie vie rurali, di sentieri un tempo fondamentali per i territori in cui si dipanano e oggi dimenticati o quasi oppure frequentati ma senza la sensibilità di capirne la storia, di antiche mulattiere quasi scomparse sotto il terriccio e tra la vegetazione che d’improvviso, per certi brevi tratti, a volte solo per qualche metro, tornano visibili nelle loro fattezze originali, in alcuni casi incredibilmente ben conservate, in altri ormai diroccate ma che con un attimo di attenzione sanno ancora svelare la loro primigenia struttura.

I segni umani lasciati sul terreno nel corso dei secoli, siano essi forme strutturate e evidenti di territorializzazione, come edifici e opere di governo del territorio, ma pure minime tracce consunte dal tempo e spesso sprofondanti sotto la superficie come antichi sentieri e vie selciate, lentamente ma inesorabilmente svanenti e per questo così affascinanti da ricercare e “scoprire”, si possono interpretare – ma vorrei scrivere si devono interpretare – anche come i segni di un codice alfabetico inscritto dall’uomo sulla superficie dei luoghi in chi ha vissuto e con i quali ha interagito, la scrittura di una narrazione geostorica che sa raccontare molto della relazione tra uomini e luoghi, a patto di saperla percepire e poi, per quanto possibile, leggere. È una scrittura che non è fatta da tante singole lettere ma da un tratto continuo che si sviluppa lungo la pagina di un libro la cui decifrazione si genera dalla lettura contestualizzata alla pagina stessa, cioè al territorio e ai luoghi presso i quali viene letta. Come per ogni pratica di scrittura sviluppatasi nel tempo, la pagina del libro può presentare un unico tratto ben definito oppure diversi tratti, cancellazioni, sovrascritture a volte ancora visibili e a volte non più. Inoltre, le pagine sono tante quanti sono gli spazi abitati, vissuti e modificati dall’uomo in quel dato territorio: può scaturire la lettura di un’unica e consequenziale narrazione, pagina dopo pagina, mentre in alcuni casi la lettura genera un racconto differente da una pagina all’altra, come fossero tante storie di un unico libro ma con soggetti diversi, determinati dalle pagine stesse, appunto.

Insomma, lo avrete capito: il territorio è un libro aperto sul quale l’uomo ha scritto e impresso nel corso dei secoli innumerevoli storie usando i tratti che il territorio stesso gli ha consentito di scrivere, con cui ha espresso la sua presenza in quei luoghi, la sua quotidianità, i suoi bisogni, le necessità, l’intraprendenza, a volte le sue paure, in certi casi le sue utopie. Le narrazioni che ne scaturiscono sono interpretabili, a loro volta, come un’altra manifestazione del paesaggio di quei luoghi: infatti ogni libro scritto ha bisogno del saper leggere per palesare e conseguire il proprio valore culturale, il che è proprio ciò che accade con il paesaggio, manifestazione mediata degli elementi materiali percepibili nel territorio e degli elementi immateriali ovvero culturali di chi li percepisce. Per questo mi viene da pensare al paesaggio, anche, come una sorta di biblioteca potenzialmente dotata di tanti volumi quante sono le interpretazioni culturali del territorio relativo ma che tuttavia abbisogna di lettori attenti o, per meglio dire, di chi sia capace di leggere quei libri, per acquisire il valore e la considerazione che gli spetta. Un valore e una considerazione che risultano fondamentali per la salvaguardia di quei luoghi, per la comprensione della loro storia, delle peculiarità, della bellezza, della cultura aulica o popolare che conservano ma che risulta parimenti importante per noi, che quel paesaggio concepiamo, abitiamo, viviamo, riconosciamo e con il quale ci identifichiamo. Se si cancellassero per sempre, quelle scritte impresse sul territorio, sarebbe come se perdessimo il diario degli ultimi secoli della nostra storia, ovvero una parte importante della nostra memoria. Perderemmo un po’ noi stessi, insomma, avendo peraltro ben scarse possibilità di ritrovarci.

Mathijs Deen, “Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa”

Spesso vi sono cose che diamo per scontate quando invece, in origine, hanno rappresentato qualcosa di rivoluzionario. Capita di frequente con cose scientifiche e tecnologiche, ma può capitare anche con altri elementi del tutto quotidiani e pratici, apparentemente banali nella loro funzionalità elementare: le strade, ad esempio. Nel 1947, con un’Europa appena uscita dal più tremendo e disgregante conflitto della storia, alcuni lungimiranti funzionari di diverse nazionalità, anche ex nemiche, si sedettero intorno a un tavolo per tracciare una rete di nuove strade che collegassero diversi punti del continente europeo. Quei funzionari unirono brillantemente il teorico al pratico: capirono che l’Europa distrutta aveva bisogno di nuove e funzionali strade per attivare la più rapida ed efficace ricostruzione, e parimenti compresero che solo rimettendo in contatto, il più libero possibile, i popoli d’Europa, si sarebbe potuto ricostruire non solo il continente ma pure un senso di fratellanza e di identità comuni – una cosa, d’altro canto, che già i Romani avevano compreso per il governo del loro vasto impero, il che li rese degli abilissimi costruttori di strade. Il tutto, infine, venne ratificato nel 1950 con la Declaration on the costruction of Main International Traffic Arteries presso l’ONU di Ginevra: le autostrade siglate con la “E” iniziale sono proprio il frutto di quel lavoro ma, appunto, le moderne arterie stradali sovente non sono altro che il più recente tratto sulla mappa europea sovrascritto sopra altri e più antiche tratti, lungo i quali popoli di innumerevoli etnie si sono mossi e, in tal modo, hanno scritto – nello spazio, nel tempo e nella comune visione del mondo – la storia dell’Europa.

Lo scrittore e giornalista olandese Mathijs Deen si è messo in viaggio lungo alcune di queste vie transeuropee, per ciascuna seguendo il più antico viaggio di alcuni personaggi che le hanno percorse nel corso dei secoli, dalla preistoria fino ai giorni nostri. Ne è uscito Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa (Iperborea, 2020, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo; orig. Over oude wegen, 2018), sorta di reportage spazio-temporale al seguito dei primi uomini preistorici che si insediarono sulle terre europee giungendovi da chissà dove, di tribù celtiche dirette verso la penisola balcanica, di Robin Hood del tempo della Roma Imperiale, di pellegrini nordeuropei in viaggio verso Roma e di altri viandanti le cui vicende umane, nel loro accadimento qui e là per l’Europa, vengono presentate dall’Autore come emblematiche della storia continentale comune []

[Foto di Merlijn Doomernik, tratta da https://iperborea.com/autore/11053/.]
(Potete leggere la recensione completa di Per antiche strade cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

C’erano belle montagne, in Ucraina

[Foto di Robert-Erik, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quella che potete ammirare nell’immagine era l’Hoverla (in ucrainoГове́рла), alta 2061 m: la montagna più elevata dei Carpazi ucraini e di tutta l’Ucraina.

Scrivo “era“, già, e non per errore: visto quanto sta accadendo, chissà se queste meravigliose montagne “esisteranno ancora”, per noi, o se “spariranno” dietro una nuova, maledetta, scellerata cortina di ferro.